Forrest Gump (USA – 1994) di Robert Zemeckis Interpreti: Tom Hanks, Gary Sinise, Robin Wright, Sally Field, Haley Joel Osmet
I film strappa-lacrime io proprio non li sopporto. E’ quindi per questo che considero Forrest Gump una grande pellicola: perché, a dispetto del suo essere dichiaratamente sdolcinato, mi emoziona ogni volta che lo rivedo.
Raccontare la storia americana della seconda metà del ‘900 attraverso gli occhi di un ragazzo autisitico poteva rappresentare un rischio per Robert Zemeckis, che aveva mostrato di essere, fino al 1994 (anno di realizzazione proprio di Forrest Gump) un grandissimo affabulatore e un geniale inventore di storie fantastiche, ma mai un narratore di film “impegnati”. Eppure il papà di Chi ha incastrato Roger Rabbit? e di Ritorno al futuro è riuscito nell’intento, e anzi è andato oltre oltre, realizzando un vero e proprio cult, che ha segnato in maniera indelebile l’immaginario collettivo (si pensi anche solo alle tante frasi divenute praticamente d’uso comune, come “Stupido è chi lo stupido fa”, “La vita è come una scatola di cioccolatini”, “Corri Forrest, corri!”). La sceneggiatura di Eric Roth, ispirata all’ omonimo romanzo di Winston Groom del 1986, narra la vita straordinaria di Forrest Gump (interpretato da un immenso Tom Hanks, al suo secondo oscar consecutivo dopo quello per Philadelphia) che, da protagonista, attraversa i momenti più importanti della recente storia americana: dai conflitti razziali alla guerra in Vietnam, dall’assassinio di Kennedy allo scandalo Watergate. La vera forza del film è però quella di ricondurre il tutto ad una dimensione intima, personale: la sua storia, narrata dallo stesso Gump a degli sconosciuti davanti alla fermata di un autobus, è quella di un uomo qualunque, che, nel suo essere “diverso” dagli altri (e, quindi, nella sua “unicità”) riesce a trovare anche la forza per fare cose assolutamente straordinarie.
La splendida colonna sonora di Alain Silvestri e gli strabilianti effetti speciali (realizzati così bene che quasi non ci si accorge che Forrest parla e interagisce con tre presidenti degli Stati Uniti deceduti da anni, o che Gary Sinise recita senza le gambe fatte sparire dalla computer-grafica), arricchiscono ulteriormente un film bellissimo, una fiaba moderna da vedere e rivedere.

grande film popolare che dovrei rivedere,magari oggi non mi piace più.Però da ragazzo mi piaceva eccome.
Il libro però è altro e oltre:irriverente,sarcastico,non c’entra nulla con quello del film. Forrest è anche un lottatore di wrestling -mitica la sua lotta contro uno che si chiama LO STRONZO
Il libro mi incuriosisce molto, tra l’altro da come lo descrivi sembra non possedere quei pochi difetti che ha il film di Zemeckis, e cioè di puntare troppo sull’effetto da “lacrimuccia facile”, sul tentativo di commuovere lo spettatore (Robert è un figlioccio di Spielberg, e si vede!).
si,manca lo stuporismo che tanto odio,è molto sarcastico.Forrest mena,tromba ed è un idiota assoluto stile Homer,poi nel film..Vabbè rimane un’americanata che ai tempi mi piacque molto.Oggi devo appunto rivederlo,a distanza di anni…Grande Sinise comunque
Uno di quei film ‘che così li sanno fare solo gli americani’: ripercorrere la storia americana con un pizzico di ‘magia’, anche di leggerezza; guardo al cinema italiano, e vedo esempi di ‘attraversamento’ di decenni di storia (come C’eravamo tanto amati, La famiglia, La meglio gioventù) e mi dico che per quanto abbiano dato risultati di alto livello, restano incatenati a una certa seriosità, come se ‘cinema d’autore’ fosse simbolo solo di ‘serietà’… Manca la magia, il senso per l’incredibile; forse un Benigni o un Albanese sarebbero in grado di dare vita a un personaggio del genere, chissà…
Si, credo sia nel DNA degli americani la capacità di guardare al proprio passato nella maniera che dici tu, leggera e quasi “magica”. Del resto è questa la forza del film, una sorta di “fiaba moderna” che ripercorre gli eventi più importanti della recente storia americana, senza però mai prendersi troppo sul serio, e senza affrontarli mai in maniera, appunto, troppo “seriosa”.
c’eravamo tanto amati e la famiglia sono dei capolavori che si mangiano a colazione forrest e il suo stuporismo americano
Che reputo assai ipocrita,(la storia sulla fine dell’innocenza,che loro si sa son buoni per natura poi chissà cosa è successo,ma quando mai le nazioni sono innocenti o colpevoli),mentre la nostra non è seriosità,ma straordinaria analisi di tempi e persone.La preferisco sempre alle balle,all’umorismo comodo- che fa simpatia- alle faccette degi americani.
Dovremmo fare monumenti a C’eravamo tanto amati