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Django Unchianed (USA – 2012) di Quentin Tarantino Interpreti: Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Dopo i film d’arti marziali, la blaxploitation e le pellicole di guerra, questa volta Quentin Tarantino attinge a piene mani da un altro dei generi cinematografici che lo hanno formato: lo spaghetti western. E lo fa riesumando un vecchio film di Sergio Corbucci, Django, rielaborandone la storia e dando vita a una pellicola maestosa (anche per la durata: 165 minuti) che tratta persino un tema importante come quello dello schiavismo con lo stile esagerato, ironico e beffardo che contraddistingue il regista di Knoxville .
Ma andiamo per ordine. Ciò che è innegabile (anche per chi è un detrattore di Tarantino) sono le sue straordinarie doti tecniche: ogni ripresa di Django Unchained è studiata nei minimi particolari, dalla composizione dell’immagine, ai punti dove sono piazzati gli oggetti in camera, passando per gli splendidi movimenti di macchina, volti sempre a cercare il fotogramma perfetto. Molte delle scene di questo film sembrano dei dipinti, dei veri e propri quadri in cui il regista, tra gli altri, di Pulp Fiction e Kill Bill, dimostra anche di saper integrare immagini paesaggistiche d’ampio respiro; persino l’inserimento di tecniche di ripresa tipiche dei western italiani degli anni ’70 (gli zoom improvvisi sui primi piani degli attori) si integrano perfettamente in questa splendida composizione di immagini e colori.
Quella narrata nel film è una storia abbastanza classica, una storia di vendetta e di morte, ricca di momenti epici (resi tali dall’uso splendido delle musiche, che Tarantino abbina perfettamente alle immagini: si pensi alla scena in cui Django uccide i fratelli Brittle, o al piano sequenza della preparazione di Brunhilda all’incontro con Schultz, su cui scorrono le note di Ancora Qui, canzone scritta appositamente per il film da Ennio Morricone e cantata da Elisa), altri esilaranti (i membri del Klux Klux Klan che si lamentano dei propri cappucci), e di esplosioni di violenza caratterizzate da una messa in scena perfetta e da una quantità spropositata di sangue (che finisce col rendere la scena quasi comica).
Bravissimi tutti gli interpreti: Waltz gigantesco, Foxx tremendamente nella parte, ma sono i diabolici personaggi di Leonardo DiCaprio e Samuel L. Jackson a farla da padroni. Non si contano i cammei: Franco Nero (il Django originale del film di Corbucci), Don Johnson, lo stesso Tarantino (che si riserva una morte non indifferente), per non parlare delle centinaia di citazioni e autocitazioni.
Un film epico insomma, ma pur sempre un film: Tarantino non dimentica che il cinema rimane, alla fine, sempre un divertimento, come dimostra Django alla fine del film, esibendosi in un paio di numeri da circo col suo cavallo: una scena completamente al di fuori del contesto della storia, quasi incomprensibile, ma che va letta proprio in questo senso, e cioè nella volontà di ricondurre il cinema alla sua dimensione più puramente ludica. Perché, sembra volerci dire Tarantino, per fare un film, un grande film, come Django Unchained del resto, prima di tutto bisogna divertirsi.

Un film molto bello, due ore e mezza di grande intrattenimento.
Non è uno spaghetti western perchè qua la tecnica è impeccabile e non ci sono di certo limiti di budget.
Non è Django, anche se ne riprende la grafica dei titoli, la canzone iniziale e Franco Nero fa un cameo.
Non è nemmeno un film di Leone, molto più epici e meno scanzonati.
E’ semplicemente un ottimo Tarantino, questo film lo inserirei nel filone Jackie Brown, vicenda molto lineare, senza che il montaggio la faccia da padrone…
Si, in effetti è un film nello stile Jacie Brown. Diciamo che Tarantino dopo Grindhouse ha cambiato registro e stile: ai film folli, pazzi, “sporchi” tipo Kill Bill, Le iene o Pulp Fiction, ha sostituito opere più lineari e complete, stilisticamente impeccabili, come Bastardi senza gloria e, appunto, Django. Una metamorfosi che non ha certo fatto perdere ai suoi film l’irriverenza e la vena citazionistica che li contraddistingue, ma che dimostra come Tarantino abbia in qualche modo saputo reinventarsi (prerogativa, questa, solo dei grandissimi).
Si, vero.
Un nuovo stile narrativo, anche avvicinandosi a chi lo criticava proprio per questo sfrenato uso del montaggio e di soluzioni narrative ogni tanto non funzionali.
Grindhouse comunque è ben inferiore a questi ultimi due lavori… Quest’ultimo è davvero interessante, da rivedere con calma…