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Sulla scia delle inquietanti figure che avevano popolato alcuni dei film-manifesto dell’espressionismo tedesco (Il gabinetto del dottor Caligari, Il Golem) e del grande successo riscosso sia in Europa dal Gran Guignol che in America dalle rappresentazioni teatrali di alcuni classici della letteratura “gotica”, nel 1931 gli studios statunitensi produssero una serie di film horror che avrebbero segnato un’epoca: Dracula e Frankenstein (Universal), Il Dottor Jeckyll (Paramount), e infine Freaks (MGM).

Dracula, diretto da Tod Browning, ebbe il merito di sdoganare al cinema i temi del macabro e del “mostruoso”: le gotiche e inquietanti scenografie del castello in Transilvania, i raccapriccianti pasti a base di insetti del demente Reinfield (un ottimo Dwight Frye), le mutazioni di uomini in bestie, senza dimenticare i continui riferimenti ad una sessualità mai mostrata esplicitamente ma lampante negli atteggiamenti del protagonista, non solo sfidarono i censori dell’epoca, ma decretarono di fatto la nascita del cinema dell’orrore. Tecnicamente, il film di Browning appare oggi un pò datato, anche a causa di una regia statica, piena di pause, che si sofferma troppo sui primi piani dell’ungherese Bela Lugosi, attore allora sconosciuto ma divenuto, grazie a questa pellicola, una vera e propria leggenda; dal punto di vista narrativo invece, il film sembra “spaccato” in due parti, con la prima, ricca d’atmosfera e di mistero, nettamente migliore della seconda, ambientata a Londra, più lenta e prevedibile.

Dopo Dracula, la Universal produsse l’ottimo Frankenstein di James Whale, mentre Robert Mamoulian girò per la Paramount Il dottor Jeckyll, film per l’epoca tremendamente all’avanguardia dal punto di vista tecnico. Ma la pellicola che avrebbe chiuso questo “ciclo” era destinata ad essere diretta ancora da Browning.

Freaks è anch’esso un film “di mostri”, ma si tratta di mostri reali, fenomeni da baraccone (nani, storpi, sorelle siamesi, esseri metà uomo e metà donna) che vengono mostrati dal regista in maniera diretta, senza filtri e senza alcuna pietà: l’atmosfera circense (ben nota a Browning, che da ragazzo si esibiva come artista di strada) dà alla pellicola un’atmosfera surreale, quasi onirica, e ciò contribuisce a far sì alcune sequenze (si pensi a quella assolutamente delirante della cena iniziatica) mettano i brividi ancora oggi. Il finale, splendido, è il parto travagliato del talento visionario (e disturbato) di Browning: peccato che della bellissima sequenza sotto la pioggia la censura dell’epoca abbia tagliato numerose scene, che forse avrebbero reso ancora più terrificante l’immagine finale della bella trapezista trasformata in muta, orba e demente donna-gallina. Le reazioni sconvolte dell’opinione pubblica americana bollarono la pellicola (e Browning, che pagò con l’esilio da Hollywood) come “maledetta” : e il motivo sta forse nel fatto che, a spaventare di più di questo immortale capolavoro, non fu tanto il film in sé stesso, quanto il messaggio che da esso traspariva, ossia che ad essere mostruosi non erano tanto i “freaks”, quanto i cosiddetti  “normali”.

I mostri che, dal 1931, cominciarono a popolare i nostri cinema ed i nostri incubi, forse non eravamo altro che noi stessi.