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Cave of forgotten dreams (Francia, Canada, USA, Regno Unito, Germania – 2010) di Werner Herzog

Il cinema di Werner Herzog è sempre stato contraddistinto dal tema della ricerca, fosse quella della collocazione dell’uomo in un universo ostile (L’enigma di Kapsar HauserAnche i nani hanno cominciato da piccoli), o della realizzazione di sogni impossibili (Fitzcarraldo, Aguirre), o ancora quella, più atavica e ancestrale, del ritorno ad una simbiosi totale con la natura (Grizzly Man). In questo senso, Cave of forgotten dreams può essere considerato come un punto d’arrivo nella cinematografia del maestro bavarese: perché forse Herzog  trova finalmente le risposte a quelle domande che qualsiasi artista si pone dall’alba dei tempi: da dove nasce l’esigenza dell’uomo di riprodurre ciò che vede, di ricreare la realtà? E in che modo tutto ciò si colloca nell’ambito della rappresentazione cinematografica?  A Herzog e alla sua troupe è stato concesso il raro privilegio di entrare con le proprie cineprese all’interno di Grotta Chauvet, allo scopo di riprendere quei  disegni straordinari che sono forse il primo esempio di proto-cinema della storia dell’umanità: immagini di animali e creature rimaste intrappolate per trentamila anni, rappresentati nell’atto di correre, muoversi, combattere.  Attraverso la classica impostazione narrativa del documentario, di cui è uno dei massimi maestri, Herzog ci ipnotizza (coadiuvato in questo dallo splendido accompagnamento sonoro di Ernst Reijseger) indugiando a lungo con la sua telecamera su magnifiche composizioni, e  invitandoci a riflettere sul senso e sul potere del mezzo cinematografico: quei cavalli che nitriscono, quei rinoceronti in lotta, quei leoni e quelle leonesse pronti a scattare, non sono altro che la realtà così come veniva percepita dagli occhi di un’artista misterioso; quella di “fermare”, di immortalare un attimo o un movimento, è un’esigenza che l’essere umano ha sentito sin da quando ha fatto la sua comparsa sulla Terra: oggi, Herzog e tutti i registi moderni, possono considerarsi i prosecutori di un’opera iniziata trentamila anni fa sui muri di Grotta Chauvet.

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