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La Universal è sicuramente la casa di produzione cinematografiche cui è maggiormente legato il cinema “dei mostri”: Dracula e Frankenstein furono solo le prime di una serie quasi interminabile di creature che, negli anni ’30 e ’40, popolarono gli incubi di milioni di spettatori.

Uno dei personaggi-simbolo del cinema mostruoso è sempre stato il Licantropo, essere umano su cui grava una terribile maledizione, che lo costringe a trasformarsi in una belva assassina tutte le notti di luna piena, e ad uccidere le persone a lui più care. Si tratta quindi di una creatura tutto sommato tragica, ed è in questo senso che questa figura è stata portata al cinema, sia ne Il segreto del Tibet, del 1935 (primo lungometraggio della Universal su di un lupo mannaro) ma soprattutto ne L’uomo lupo (1941), con Lon Chaney Jr. nel ruolo del licantropo/ Larry Talbot. Il film di George Waggner resta senza alcun dubbio uno dei più celebri ed importanti tra quelli prodotti dalla Universal, e il suo punto di forza sono un’ambientazione gotica, quasi fiabesca, e un’atmosfera pervasa da magia, maledizioni, personaggi al limite del surreale (maghi, indovini, zingari). Il cammeo di Bela Lugosi passa quasi inosservato, poiché a farla da padrone è Lon Chaney Jr., perfetto (anche se oggi la sua interpretazione risulta un pò troppo gigionesca) nel ruolo di mostro suo malgrado. Il celebre trucco di Jack Pierce è indubbiamente migliore di quello utilizzato ne Il segreto del Tibet (film dall’ambientazione meno affascinante, ma simile a L’uomo lupo nei toni) , ed è a suo modo entrato nella storia. Menzione d’onore poi per Claude Rains, splendido nel ruolo del padre di Talbot, che nella sequenza finale si ritrova a commettere un terribile omicidio che enfatizza ancor di più i toni tragici della storia narrata dal film.

Anche la creatura protagonista de La mummia (1932) di Karl Freund, è, più che un vero e proprio mostro, un essere maledetto e tormentato. Innamorato di una donna per la quale ha sopportato oblio e dolore per millenni, il sacerdote Imothep (un grandissimo Boris Karloff) risorge dalla tomba per riconquistare il suo grande amore (e poco importa se ciò costa la vita di parecchie persone innocenti). Lontano dallo stereotipo della mummia tutta bende e fasciature (che invece caratterizzà la serie di film successivi con Lon Chaney Jr., nel ruolo di Kharis), il personaggio di Imothep mantiene ancora oggi un grande fascino, e, anche se la trama del film a tratti appare un po’ datata, alcuni momenti sono davvero notevoli: basterebbe solo il prologo in Egitto, con la scena del risveglio della Mummia, a fare di questo il migliore horror della Universal del post-Frankenstein.

Pellicola completamente diversa dalle precedenti, forse per il tono volutamente scherzoso e comico datole dal regista James Whale, è L’uomo invisibile (1933): Claude Rains interpreta lo scienziato che scopre la formula dell’invisibilità, ma non vi sono mostri crudeli da combattere né demoni da sconfiggere; solo una serie di gag dietro l’altra, che rendono il film un delizioso divertissement piuttosto che un vero e proprio film dell’orrore, il cui protagonista è, oltre che un folle assassino (non esita a strangolare poliziotti, uccidere vecchi amici o far deragliare treni) anche un allegro bonaccione, che si diverte a togliere i cappelli ai passanti, o a gettare l’inchiostro in faccia a poliziotti antipatici. Che Whale, grandissimo regista troppe volte colpevolmente dimenticato, abbia forse con questo suo film voluto prendere in giro quel cinema “dei mostri” che egli stesso aveva contribuito a creare?