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E’ davvero  difficile riuscire a comprendere appieno l’influenza che Mario Bava ha avuto sul cinema moderno: per farlo bisognerebbe essere capaci di carpire tutti i riferimenti,  le citazioni, gli omaggi (voluti  o meno) disseminati all’interno di una gamma di film incredibilmente vasta ed eterogenea. Un punto però lo possiamo fissare, ed è l’innovazione  che Bava ha portato nel panorama del cinema italiano (e non solo, come avremo modo di vedere) per quanto riguarda i generi del thriller e delle pellicole d’atmosfera.

Tutto cominciò nel 1962, quando il Maestro realizzò un film a basso costo, imperniato sulla vicenda di una ragazza che, credendo di aver assistito ad un omicidio, si improvvisa detective: da un lato c’è  la polizia che la crede una pazza visionaria, dall’altro delle misteriose apparizioni che si dimostreranno essere molto più reali di quanto non appaiano. I produttori decisero di distribuire il film con l’orribile titolo La ragazza che sapeva troppo,ma forse in questo omaggio (solo commerciale) al Re del brivido, era insita una involontaria legittimazione del genio di Bava: con pochissimi soldi e i soli scenari offerti da una Roma semideserta (e che non è mai più stata così macabra e misteriosa), il Maestro riuscì a realizzare un film d’atmosfera e di attesa, privo di mostri o effetti truculuenti (anzi, a ben vedere, ne La ragazza che sapeva troppo non succede praticamente nulla, almeno per tre quarti di pellicola), e che di fatto segnò la nascita di quel “giallo all’italiana” che spopolò per diversi anni, e che è ancora oggi oggetto di studio e di culto.

Sei donne per l’assassino (1966) può fregiarsi invece del merito di essere il primo vero “thriller” della storia del cinema italiano: omaggiato da decine di registi nostrani (a cominciare dal primissimo Dario Argento), la pellicola descrive le gesta di un folle che uccide, ad una ad una e in maniera sempre più sanguinosa, le ragazze di una sartoria alla perferia di Roma. Film barocco, ricco di colori sgargianti e di elementi al confine tra kitch e retrò (i manichini che riempiono le sale della sartoria, gli oggetti antichi e polverosi del negozio d’antiquariato), 6 donne per l’assassino ha proposto per la prima volta elementi narrativi divenuti poi dei veri e propri stereotipi del genere thiller (l’assassino con i guanti e l’impermebabile scuro, le isolate abitazioni di campagna dove avviene la maggior parte degli omicidi), e resta a tutt’oggi uno dei must di Bava.

Reazione a catena (1971) è un film che può essere considerato molto vicino a Sei donne per l’assassino, anche se rispetto ad esso risulta più anarchico e sovversivo: ricco di trovate a dir poco geniali (i due amanti trafitti mentre fanno l’amore sono entrati di diritto nella storia del cinema), si tratta di una pellicola costruita come una macchina ad orologeria, in cui i destini di un gruppo di persone (ognuna con qualcosa da nascondere) si intrecciano con un senso del tempo, del ritmo e della suspence a dir poco perfetti. Bava non solo gioca con lo spettatore (mostrandogli subito l’assassino, ma facendolo ammazzare a sua volta un minuto dopo), ma lo prende in giro anche attraverso un insolito utilizzo della colonna sonora (vedi il finale), e una fotografia (di cui è egli stesso il direttore) quasi “sperimentale”, fatta di dissolvenze incrociate e di immagini  volutamente fuori fuoco.  E’ fondamentale ricordare che Reazione a catena è anche il film che ha gettato le basi del cinema slasher (il cui leit motiv è la presenza di un gruppo di adolescenti arrapati che divengono la preda di un sadico assassino), e che ha influenzato altri grandi maestri come John Carpenter e Wes Craven. Perché quando si ha a che fare con un vero Maestro, non ci son confini geografici che tengano.

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