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Tra i grandi autori del cinema americano viene fatto di rado il nome di William Wyler, nonostante una carriera costellata da premi e riconoscenti (tre oscar vinti come miglior regista) e la direzione di  uno dei film di maggiore successo della storia, Ben Hur. Eppure non è il kolossal con Charlton Heston il film ideale per descrivere le caratteristiche del cinema di William Wyler: un cinema che mi sento di definire “rigoroso”,  sia nei contenuti (l’etica, la morale) che soprattutto nella forma (essenziale,  quasi minimalista, sorretto da uno stile che a volte sfiora il realismo). Non è un caso, del resto, che due tra i suoi film migliori siano quasi completamente ambientati in interni.

Ore disperate, una delle ultime grandi prove di Humprey Bogart, narra la storia di una famiglia che viene presa in ostaggio, in casa propria, da tre ergastolani appena evasi di prigione. Qui la tensione e la suspence vengono esaltate dalla profondità di campo che Wyler cerca di continuo, sfruttando al meglio il set in cui si svolge quasi tutta le pellicola (con l’eccezione di poche sequenze che servono per “dare respiro” alla trama e allo spettatore). La  violenza, che rimane latente per tutto il film, sembra sempre sul punto di esplodere, e lo splendido finale, con il duello fra lo spietato gangster e il padre di famiglia (trasformatosi da preda in cacciatore), è di grande impatto, anche perché diventa una sorta di manifesto dell’etica e della morale del cinema di Wyler.

Pietà per i giusti è un film molto più duro, spietato e meno consolatorio di Ore disperate: girato tutto all’interno di un ufficio di polizia (da applausi il senso del ritmo della pellicola, come dimostrano i movimenti, sincronizzati al secondo, degli interpreti all’interno di un set così ristretto), è un noir che si trasforma ben presto in una vera e propria parabola personale, quella di un poliziotto (Kirk Douglas) che, convinto di essere nel giusto, non esita ad abusare della sua posizione, ma che scopre ben presto (e a sue spese) che la purezza non è di questo mondo. Splendidi i personaggi di contorno (Lee Grant, nel ruolo di una psicotica ladra, vinse addirittura l’oscar), ma a farla da padrone anche qui è lo stato di tensione che pervade tutta la pellicola: ma mentre in Ore disperate si trattava di una tensione sempre pronta a sfociare nella violenza, qui si tratta di una tensione “morale”: a crearla non è la possibilità che da un momento all’altro avvenga una sparatoria o una morte sanguinosa, ma che il marcio e il male della vita possano finalmente venire a galla. E anche in questo caso Wyler, con un autentico colpo di genio, cambia le carte in tavola, regalandoci un epilogo, questo si, molto più violento e drammatico di quello di Ore disperate.

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