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Ridley Scott ha sempre costituito per me un vero e proprio “mistero cinematografico” : autore per la maggior parte di film sopravvalutati (Il gladiatore, Thelma e Louise), poco ambiziosi (Il genio della truffa), o di vere e proprie boiate (Hannibal, Black Hawk Down), è stato però capace di dirigere due delle migliori pellicole della seconda metà del ‘900: Alien (1979) e Blade Runner (1982).

Alien è un film allucinante, in cui Scott si dimostra abilissimo nel gestire gli ambienti a dir poco claustrofobici della nave spaziale Nostromo, all’interno della quale si sviluppa quasi tutta la trama della pellicola (ideata dallo sceneggiatore-regista Dan O’Bannon), creando uno stato di  suspence che pervade tutto il film. Le lunghe sequenze prive di dialogo, gli scoppi di violenza improvvisi, non fanno alto che alzare a livelli da cardiopalma la tensione di un film contaminato da temi e visioni tipiche della cultura cyberpunk: chiarissima è in questo senso l’influenza di H. R. Geiger, sia sull’impostazione scenografica del film (in particolare nelle sequenze all’interno della nave madre, ma anche nella fisionomia del mostro, ideato da Carlo Rambaldi), che su alcuni aspetti per quanto riguarda i contenuti (le mutazioni della carne, il tema della morte e la rinascita). Film straordinario, ricco di scene cult entrate nell’immaginario collettivo: il mostro che fuoriesce dal corpo del personaggio di John Hurt, la scoperta che Ash, l’ufficiale scientifico della spedizione, è in realtà un robot, il duello finale tra l’alieno e Ripley (una Sigoruney Weaver divenuta, grazie a questo film, una vera e propria icona del genere).

Blade Runner, adattamento del romanzo Ma gli androidi sognano pecore eletriche? di Philip K. Dick (altro esponente del genere cyberpunk), fu il film successivo di Scott: e se Alien faceva dell’atmosfera claustrofobica e opprimente degli interni il suo punto di forza, in Blade Runner al contrario tutto ruota intorno all’ambientazione distopica di un futuro buio, fumoso, di una New York affollata, dispersiva e disumanizzante, all’interno del quale si muovono, confondendosi gli uni con gli altri, uomini e replicanti (androidi del tutto uguali agli esseri umani). Blade Runner, in assoluto a mio parere uno dei migliori film del secolo, è un noir intriso di pessimismo e malinconia, pellicola che riflette sul rapporto dei padri con i propri figli, sul senso della vita e dell’esistenza, sulla ricerca dell’immortalità (il monologo finale, ideato l’ultimo giorno di riprese dallo stesso attore che lo recita sul set, Rutger Hauer, è entrato di diritto nella storia del cinema). Bellissima la colonna sonora, opera di Vangelis, ma soprattutto il lavoro fatto dal direttore della fotografia Jordan Croneweth, che Scott (che riesce in questo film persino a raccontare l’impossibile e toccante storia d’amore fra un uomo e un robot senza cadere nel ridicolo) riesce a valorizzare al massimo.

Alien e Blade Runner hanno in comune il fatto di essere, a modo loro, dei film di fantascienza che fanno riferimento ad un universo ben preciso, quello del cyberpunk. Viene quindi da chiedersi: cosa sarebbe stato capace di fare Ridley Scott se, invece di avventurarsi per altri lidi e altri generi, avesse continuato a lavorare in questo senso? La risposta l’avremo, probabilmente, a breve, con l’uscita di Prometheus, prequel di Alien. Lì, forse, risolveremo il mistero.