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Quando si parla del cinema di Quentin Tarantino, si fa di rado riferimento a Jackie Brown, il suo terzo lungometraggio. Nel 1997, a diversi anni di  distanza dal rivoluzionario Pulp Fiction, il regista di Knoxville era “atteso al varco”, e tutti si sarebbero aspettati da lui il film della definitiva consacrazione; Jackie Brown invece sorprese tutti, pellicola “minore” lontana anni luce dai deliranti lavori precedenti di Tarantino sia come regista (Le iene e, appunto, Pulp Fiction) che come sceneggiatore e produttore (Dal Tramonto all’alba, Una vita al massimo, Natural Born Killers).

Adattamento di un romanzo di Elmore Leonard, Rum Punch, Jackie Brown racconta la storia di una hostess di colore che trasporta droga e denaro sporco dal Messico all’America, per conto di un trafficante di nome Ordell: la sua doppia vita scorre via abbastanza tranquilla, finchè la donna non viene arrestata, proprio mentre Ordell si prepara a far rientrare in America mezzo milione di dollari.

Se Pulp Fiction si rifaceva alla sottocultura pulp, e se i successivi Kill Bill e Bastardi senza gloria saranno rispettivamente ispirati alle pellicole d’arti marziali giapponesi e ai film di guerra italiani degli anni ’60, la matrice culturale cui Tarantino attinge a piene mani per Jackie Brown è il cinema blaxploitation degli anni ’70: e non è un caso che la protagonista, l’affascinante Pam Grier (protagonista tra l’altro di Foxy Brown, pellicola cui Tarantino si è esplicitamente ispirato per il titolo di Jackie Brown) sia stata una paladina di questo genere. Noir cinico, malinconico, a tratti quasi “minimalista”, Jackie Brown è la dimostrazione di come Tarantino sia capace di realizzare anche film d’atmosfera, addirittura intrisi di una certa vena romantica, in cui però non mancano i suoi dialoghi fulminanti e tremendamente realistici, e nemmeno i suoi “marchi di fabbrica” : il feticismo per i piedi, le riprese dall’interno del bagagliaio di un’auto, i rimandi alle altre sue pellicole (il vestito che Jackie compra al centro commerciale è lo stesso indossato da Uma Thurman in Pulp Fiction). Gli interpreti sono tutti straordinari: dal diabolico Samuel  L. Jackson all’incredibile De Niro, qui nella sua ultima grande interpretazione, sino al semi-dimenticato Robert Foster (che per questo film ottenne una nomination agli oscar); ma come sempre è il meccanismo narrativo il punto di forza dei lavori tarantiniani: rispetto al solito, la sceneggiatura è abbastanza lineare, ma la sequenza ambientata nel centro commerciale, in cui la stessa scena viene mostrata più volte e da diversi punti di vista, è forse la rappresentazione più fedele dell’idea stessa di cinema di Quentin Tarantino, oltre che uno dei momenti più riusciti della sua filmografia.