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Alejandro Amenàbar  è sicuramente una delle personalità più interessanti affacciatesi sul panorama cinematografico europeo negli ultimi anni. Identificato inizialmente come un cineasta “di genere”, ha dimostrato col passare del tempo di essere un regista a tutto tondo, capace di farsi apprezzare non solo nel vecchio continente, ma anche oltreoceano.

Tesis, il suo debutto, racconta le indagini che due studenti di cinema stanno portando avanti per scoprire chi ha seviziato e ucciso una loro collega e ha ripreso il tutto con una telecamera amatoriale. Inquietante e condita da numerosi riferimenti meta cinematografici (specialmente al cinema di Hitchcock, di cui Amenàbar mostra di aver imparato la lezione sulla suspence e sulla tensione), l’opera prima del regista cileno (ma naturalizzato spagnolo) è soprattutto una riflessione sul voyeurismo degli spettatori, sull’attrazione morbosa provocata dalla morte e dalla violenza. Il Tema, è vero, era già stato molto sfruttato al cinema (si pensi solo a La finestra sul cortile, dello stesso Hitchcock), ma Amenàbar ha avuto il merito di reinventarlo, soffermandosi più su una riflessione sociale dell’argomento (incarnata dal personaggio del nerd che aiuta Angela nelle indagini) piuttosto che sul desiderio dello spettatore di vedere la violenza. Che invece, beffardamente Amenabar gli nega, come dimostra l’ultima scena del film.

Apri gli occhi è un film difficilmente catalogabile, un thriller che quasi vira nel fantascientifico, perennemente in bilico tra sogno e realtà: la storia è quella di un giovane ereditiero che, dopo un incidente stradale, non solo rimane sfigurato, ma entra in una spirale fatta di incubi e visioni che lo porteranno a diventare un assassino. Ricco di rimandi e riferimenti culturali (il più palese a Il Fantasma dell’opera), Apri gli occhi è forse il miglior film di Amenàbar, che disorienta di continuo lo spettatore tra flashback, sogni, incubi, riuscendo però sempre a dare alla pellicola una sua coerenza narrativa; e anche la risoluzione del mistero, per quanto fantasiosa, è molto riuscita. Un film potentissimo e visionario, che a Tom Cruise piacque così tanto da produrne (e interpretarne) il remake hollywoodiano, Vanilla Sky, con Penelope Cruz a interpretare lo stesso ruolo che aveva nel film di Amenàbar.

Dopo la parentesi americana di The others, thriller paranormale molto ben realizzato, Amenàbar torna in Spagna per raccontare la drammatica vicenda di Ramon Sampedro, poeta galiziano che ha combattuto per 28 anni per il diritto all’eutanasia, lui che era rimasto tetraplegico dopo uno sfortunato incidente. Mare Dentro è un film destabilizzante, forte, che forse cerca troppo la lacrimuccia facile dello spettatore, ma che riesce, con il lirismo delle sue immagini ed un uso splendido delle musiche, a commuovere ed emozionare: si pensi anche solo alla splendida sequenza del “volo di Sampedro”, sulle note di Nessun Dorma. Film non tanto sul tema della morte quanto su quello della vita, è impreziosito dalla prova magistrale di Javier Bardem, e da scenari, quelli della Galizia spagnola, che sono la metafora del desiderio di libertà del protagonista, costretto invece a vivere rinchiuso tra quattro mura a causa della sua condizione di tetraplegico. Mare Dentro vinse l’oscar come miglior film straniero, sancendo di fatto la definitiva consacrazione di uno dei registi più interessanti di questa generazione.