Tag

, , , , , , , ,

L’ultima grande stagione del “cinema dei mostri” è stata rappresentata dai film della Hammer, casa di produzione britannica che negli anni ’60 ridiede nuova linfa al cinema horror.  A caratterizzare le pellicole della Hammer furono innanzitutto lo stile barocco della messa in scena e l’uso di colori vivi ed accesi (su tutti, il rosso scarlatto del sangue) che in qualche modo fecero di questi film, lontani anni luce dallo stile gotico e ricercato delle pellicole della Universal, gli antesignani del genere splatter. Il regista che si occupò di dirigere quasi tutti i film della Hammer fu Terence Fisher (dotato non di una grandissima tecnica, ma sicuramente di una immaginazione e una visionarietà fuori dal comune), mentre i suoi  interpreti di punta furono Peter Cushing e Cristopher Lee, divenuti due vere e proprie icone del genere.

La maschera di Frankenstein (1957) fu il primo grande successo della casa di produzione britannica: libera rielaborazione del romanzo della Shelley (le modalità con cui la creatura viene “assemblata” e la catena di omicidi perpetrati dal mostro sono completamente diversi), il film ottenne un successo inaspettatto, nonostante fosse stato realizzato con pochissimi mezzi e risorse, e nonostante il ridicolo trucco di Lee, nel ruolo del Mostro (con Cushing in quello del Barone Frankenstein), realizzato in sostituzione di quello originale ideato da Jack Pierce, i cui diritti erano ancora in mano alla Universal. Il ciclo di Frankenstein proseguì con l’altrettanto ingegnoso, e forse migliore, La vendetta di Frankenstein: il dottore, scampato all’esecuzione della fine del primo film, ricrea un nuovo Mostro inserendo il cervello di un suo assistente menomato nel corpo di un aitante giovane ,ma le conseguenze saranno, ovviamente, sanguinose. In questa pellicola, il Mostro è interpretato da uno sconosciuto figurante, scelta che la Hammer manterrà anche per il film successivi incentrati, più che sulla creatura, sull’ambizioso e folle Victor Frankenstein di Peter Cushing.

Cushing e Lee interpretano rispettivamente Van Helsing e il Conte Dracula in Dracula il vampiro (1958) film che si regge tutto sull’atmosfera inquietante del castello del Conte e, successivamente, sulle vittoriane ambientazioni londinesi, ma soprattutto sulla presenza scenica di un Christopher Lee magnetico e imponente; il sangue abbonda, e la sequenza del duello finale tra Van Helsing e il Conte (con un Peter Cushing che sfodera una agilità incredibile), con successiva disintegrazione del cadavere del vampiro, sono ancora oggi di grande impatto. Il film per il resto non regala particolari emozioni, forse anche perché la bella trama del romanzo originale di Stoker viene semplificata eccessivamente, a causa dei pochi mezzi e della lavorazione in economia del film. Molto meglio il sequel, Dracula Principe delle tenebre (1966) ambientato completamente in Transilvania, in cui Il conte viene riportato in vita da due sfortunate coppie di turisti che incautamente stanno visitando il suo castello. Morboso ai limiti della censura (si pensi solo alla sequenza in cui Dracula di taglia il petto per far succhiare il sangue alla sua vittima designata), e visivamente straordinario (la resurrezione del Conte, la scena finale sul lago ghiacciato), resta senza ombra di dubbio il film migliore di Fisher, oltre che la pellicola più riuscita prodotta della Hammer.

Più deboli sono indubbiamente il remake de La mummia (con Lee nel ruolo del mostro e Cushing in quello dell’archeologo che lo fa resuscitare),  pellicola priva di idee in cui, per allungare il brodo, vengono inserite sequenze lunghe e inutili  (come quella del flashback che mostra la sepoltura di Kharis), e Il mostro di Londra, rielaborazione de Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr. Hyde, la cui unica idea di valore sembra essere quella di mostrare un Hyde bello e affascinante rispetto a un debole e decrepito Jeckyll.

Meritano invece una menzione d’onore altri due film di Fisher: La furia dei Baskerville, rivisitazione horror del romanzo di Conan Doyle (con un incipit ai limiti del fantasy, molto ben realizzato) e soprattutto L’implacabile condanna, in cui un giovanissimo Oliver Reed riesce a donare al suo personaggio, condannato a trasformarsi in lupo mannaro che divora le persone a lui più care ogni notte di luna piena, una enfasi ed una emotività che forse nemmeno Lon Chaney Jr. era riuscito a raggiungere; e la scelta di mostrare solo nel finale la trasformazione vera e propria dell’uomo in lupo, accresce il fascino di uno dei piccoli gioielli per i quali dobbiamo dire grazie alla Hammer.