Tag

, , ,

Sono un pò di anni che il genere horror  vive una fase di grossa crisi: prodotti di bassissima qualità e infiniti remake di classici del passato  sono il sintomo di un malessere fatto di pochissime idee e una quasi totale assenza di registi di talento. Unica eccezione in questo senso sembra essere la Spagna, da cui proviene una generazione di cineasti giovani e molto interessanti.

Rec (2007) è indubbiamente la punta di questo “iceberg iberico” : al di là di un’idea di partenza neanche così originale (il finto documento video era già stato utilizzato in The Blair Witch Project e, molto prima, in Cannibal Holocaust) il film si fa apprezzare per un crescendo di follia, tensione e disperazione che non lascia fiato allo spettatore. L’alone di mistero (le cause che stanno dietro all’epidemia restano oscure fino agli ultimi minuti de film), le improvvise esplosioni di violenza (il corpo che vola giù dalla tromba delle scale, la bambina che attacca a sorpresa la madre) e un finale a dir poco geniale (tutto girato con l’ausilio della visione notturna di una telecamera digitale) fanno di Rec una pellicola riuscitissima, capace di non rendere noioso neanche il classico tema degli zombie (o presunti tali), tanto inflazionato al cinema. Autori di questo piccolo gioiellino (e del suo riuscito seguito, Rec 2, in cui il paranormale e l’azione pura prendono il sopravvento sulla suspence e sulla tensione, pur mantenendo intatto il “fascino claustrofobico” del primo capitolo) sono i registi Jaume Balguerò e Paco Plaza.

Balaguerò aveva raggiunto la notorietà internazionale nel 1999 con Nameless, ad oggi il suo lavoro migliore, che ne rivelò il particolarissimo stile: opprimente,, costantemente in bilico fra realtà e finzione,  fatto di (poche) luci e (tante) ombre, e di incubi che si materializzano quasi sempre sotto forma di flashback custoditi negli angoli più bui della memoria. Ribattezzato per questo il “David Fincher spagnolo”, Balaguerò è un regista della disperazione, del delirio; le sue sono storie di uomini e di donne esaltati, che vogliono con qualsiasi mezzo raggiungere il contatto con l’altro mondo, quello del sovrannaturale. Darkness (2002) e Fragile (2005), sono pellicole più “patinate” e “costruite” rispetto a Nameless (con l’obiettivo anche di una distribuzione internazionale), ma comunque capaci di incutere nello spettatore un’inquietudine e un malessere sottili, e che nonostante sfruttino alcuni dei luoghi comuni del cinema di genere (la casa abbandonata popolata da oscure presenze in Darkness, un vecchio ospedale in cui accadono morti misteriose in Fragile) restano fuori da qualsiasi tipo di classificazione, appunto, di genere.

Quello di Paco Plaza, cineasta valenciano classe 1973, è un cinema più grezzo, meno “pulito” di quello di Balaguerò, eppure sorprendentemente lirico e poetico, considerato soprattutto che si tratta pur sempre di pellicole del terrore: il suo capolavoro, Second Name (2002) è un thriller con numerosi rimandi ai film di Alfred Hitchcock (soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi di contorno: il detective sciattone, l’amministratrice di condominio grassa chiacchierona, e così via) e che ruota tutto intorno ai temi tipici del cinema sia di Plaza che di Balaguerò: il confronto tra generazioni, il ruolo determinante della donna, il potere della memoria e dei ricordi. Peccato per il successivo  I delitti della luna piena (2004), horror sulla licantropia poco riuscito, che non rende giustizia al talento di Plaza, di cui sta per uscire nelle sale l’attesissimo Rec 3, mentre Balaguerò si è riservato di dirigere il quarto capitolo della serie.

Annunci