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Diventa difficile elencare i tanti gioielli di una filmografia ricca e affascinante come quella di Mario Bava. Ho già parlato qualche tempo fa del suo essere stato un precursore, o forse addirittura l’inventore, di alcuni generi tipicamente nostrani (il “giallo all’italiana”  con La ragazza che sapeva troppo, e il thriller di stampo più classico con Sei donne per l’assassino) ma anche di sottogeneri che avranno fortuna oltreoceano (lo slasher con Reazione a catena).

Eppure, Bava ha sempre affermato che di tutti i suoi film ne avrebbe salvato solo uno: I tre volti della paura (1963). Barocca, ricca di una sperimentazione visiva/fotografica che si può solo sognare negli horror realizzati oggi, questa pellicola è costituita da tre piccoli capolavori che spaziano dal thriller all’horror puro al film di paranoia. L’uso delle musiche, di un’atmosfera che gioca non solo con le luci e con colori accesi ma anche con i silenzi (l’atmosfera morbosamente inquietante del primo episodio, dove sembra sempre che stia per accadere qualcosa) e con gli effetti sonori (il rumore della goccia che, presagio di un possibile evento funesto, perseguita la protagonista dell’episodio La goccia) fanno de I tre volti della paura un film innovativo, coraggioso; persino l’episodio “horror” nel più puro senso del termine, è arricchito da scenografie al limite del fantasy, oltre che dalla presenza magnetica di Boris Karloff. Proprio Karloff, nel finale del film, è protagonista di una scena che mostra ancora una volta come Bava, all’epoca,  fosse già avanti di decenni, regalandoci uno dei primi momenti di meta-cinema che la storia della celluloide ricordi.

La grande abilità di questo maestro insuperato è stata quello di riuscire a creare sempre qualcosa di nuovo, di reinventarsi, con i pochi mezzi che aveva a disposizione. Si pensi a Terrore nello spazio (1965): utilizzando qualche pietra di cartapesta, dosi abbondanti di nebbia finta e un uso delle luci quasi da pop-art, Bava realizza un film forse privo di una storia convincente (come molte delle sue opere) ma in cui sono l’atmosfera ipnotica e l’impatto visivo della pellicola i suoi punti centrali; in questo film tra l’altro per la prima volta i personaggi vengono posti davanti a un nemico invisibile (alieni che si impossessano delle loro menti) che si insinua tra loro e finisce col farli uccidere a vicenda: il nemico non proviene più dall’esterno, ma è dentro di noi, in mezzo a noi, è insomma lo stesso essere umano il nemico; e tanti film che verranno (La cosa, Alien) affronteranno questi temi anni dopo.

Ma si pensi anche ad Operazione paura (1966), uno dei film di Bava più rivalutati negli ultimi anni: la classica vicenda di fantasmi ambientata in uno sperduto paesino dove si verificano dei misteriosi suicidi, è l’occasione per dare vita a una pellicola tutta incentrata sull’atmosfera, sul vedo/non vedo, e in cui Bava ha l’occasione di realizzare delle sequenze più belle della sua filmografia: un uomo che continua a rincorrere il suo doppio in stanze tutte uguali, metafora forse, di come il cinema sia un’arte magica capace di re-inventarsi da sola.

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