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Tutti gli artisti finiscono prima o poi col personificarsi  con una delle proprie creature: nel caso di Fritz Lang, la creatura in questione non può che essere il Dottor Mabuse, protagonista di 3 pellicole dirette dal maestro austriaco. Genio del male, spietato assassino, manipolatore della mente, Mabuse “nasce” nel film muto del 1922 che porta il suo nome. Tra le opere più rappresentative dell’espressionismo tedesco, Dr. Mabuse, der Spieler era talmente lungo che, all’epoca, fu distribuito nelle sale diviso in due parti: personalmente considero la seconda, Inferno, più dinamica e coinvolgente della prima, Un quadro dell’epoca, e arricchita da una sequenza, quella dell’assedio finale, tanto bella da essere entrata di diritto nella storia del cinema. Il senso e il significato metaforico dell’opera di Lang ha il sapore del grande affresco storico: con i film sul folle dottore infatti, il regista austriaco ha usato il cinema di genere (il poliziesco, il noir, il mistery) per raccontare i drammi che hanno caratterizzato la Germania del ‘900. La fine della repubblica di Weimar e del mito del capitalismo sono rappresentati dai comportamenti di Mabuse, disposto a perpetrare qualsiasi crimine (omicidi, rapimenti, scandali internazionali) pur di arricchirsi, e simboleggiati dalla bellissima scena di isteria collettiva alla Borsa di Berlino.

Il successivo Il testamento del dottor Mabuse (1933) è un film con la classica struttura del plot poliziesco, in cui Mabuse non agisce mai direttamente ma per interposta persona, anche dopo essere morto: questa volta infatti il dottore si fa metafora del mito del superuomo hitleriano, della cultura della propaganda e del lavaggio mentale tipici del nazismo (non è da escludere che proprio a causa di questa pellicola Lang sia entrato in contrasto col regime, e sia stato costretto a scappare dalla Germania). Di questo film, sorprendono ancora oggi il ritmo, la riuscita caratterizzazione dei personaggi (in particolare Lohmann, il poliziotto che dà la caccia al folle dottore), i bellissimi effetti speciali che permettono di materializzare il fantasma di Mabuse.

Infine, quello che considero il migliore dei tre film, Il diabolico dottor Mabuse (1960): pellicola che descrive  il potere dei media e il loro controllo sulla vita di tutti noi (con mille occhi elettronici, Mabuse è capace di sapere tutto ciò che accade nell’albergo dove organizza i suoi delitti, anche se lo stesso dottore per non insospettire la polizia si finge, significativamente, cieco), e in cui sono accentuate, addirittura maggiormente rispetto ai film precedenti, le caratteristiche da spy-story (a tratti, sembra di guardare un film di James Bond). Una pellicola che è anche il testamento spirituale di Lang (si tratta infatti del suo ultimo film), ma il cui protagonista è destinato a sopravvivere: Mabuse infatti sarà protagonista di una serie di film minori girati negli anni successivi, attestando, di fatto, l’immortalità sua e, quindi, del suo creatore.

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