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 Il testamento del mostro (Francia – 1959) di Jean Renoir            Interpreti: Jean-Louis Barrault, Michel Vitold, Teddy Bilis, Gaston Modot

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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde era, già all’epoca della sua pubblicazione, tremendamente in anticipo sui tempi: Freud e le sue teorie sul subconscio sarebbero arrivate dopo una quindicina d’anni; stesso dicasi per tutta quella letteratura della psiche e dell’animo (Conrad in testa) che dalle teorie dello psicanalista austriaco  sarà, direttamente o indirettamente, influenzata.  Il testamento del mostro, capolavoro di Jean Renoir, è però forse l’adattamento del romanzo di Stevenson che più di ogni altro punta ad esaltare le implicazioni sociali che la metamorfosi Jekyll/Hyde (in questo caso, Cordelier/Opale) comporta.

Non solo, quindi, la sete di violenza o il semplice fascino esercitato dal male: Monsieur Opale, l’inquietante ( e a tratti ridicolo) alter ego del noto psichiatra Cordelier, è soprattutto la personificazione dei desideri osceni di quest’ultimo (il segreto inconfessabile di voler abusare delle proprie pazienti, di perpetuare costantemente il peccato, il vizio). Tutti sentimenti, sensazioni ( e qui sta il colpo di genio di Renoir) che sono già parte dell’essere umano, del lato “ buono” (ma lo si può davvero considerare tale?) del dottor Cordelier: in fondo, il medico comincia a soddisfare i suoi desideri più scabrosi già prima della sinterizzazione del siero colpevole della sua trasformazione: Jekyll,in qualche modo, è già Hyde, ancora prima che lo stesso Hyde veda la luce. E In effetti la sensazione trasmessa dal film è che Hyde/Opale avrebbe potuto benissimo avere lo stesso aspetto fisico di Jekyll/Cordelière: diversamente dal altri adattamenti dell’opera di Stevenson (su tutti, il capolavoro di Rouben Mamoulian del  1931), in questo caso Jekyll e Hyde non sono due personalità, due facce della stessa medaglia, ma un’unica, identica figura.

Il resto del film è puro Renoir: il realismo delle scenografie e della messa in scena (non è un caso che proprio Renoir sarà una sorta di figura di riferimento fondamentale per tutti i registi della Nouvelle Vague), lo stile essenziale e compassato, privo di virtuosismi o formalismi di sorta; e un geniale prologo, a metà strada tra il meta-cinema (Renoir che interpreta se stesso e che si fa narratore della vicenda) e la sperimentazione pura.

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