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Francois Truffaut scrisse che Il processo era uno dei film meno riusciti di Orson Welles, perché basato su una contraddizione di fondo: l’incompatibilità tra il carattere egocentrico del regista (Welles amava definirsi come uno di quei teatranti che, sul palcoscenico, possono interpretare solo il ruolo del Re) e quello minimalista, quasi mediocre,di Kafka.

Personalmente credo che, forse per l’unica volta nella sua vita, Truffaut abbia preso un granchio. E non per l’analisi assolutamente perfetta che fa delle personalità, così diverse tra loro, dello scrittore austriaco  e del regista americano, ma perché Il processo non è affatto uno dei film minori di quest’ultimo, bensì  un assoluto capolavoro.

L’uso costante di grandangoli che esaltano la profondità di campo come non avveniva nemmeno in Quarto Potere (e che si possono apprezzare sin dal primo, splendido piano sequenza nell’appartamento di K) rendono perfettamente l’atmosfera del libro di Kafka, caratterizzato da un costante senso di oppressione e di impotenza dell’individuo di fronte ai meccanismi contorti della società e della burocrazia. I vagabondaggi di K (un Anthony Perkins da molti criticato per la sua interpretazione poco espressiva, ma che anzi proprio per questo è perfetto per il ruolo di uomo comune schiacciato dai sensi di colpa, insomma di alter-ego dell’autore), hanno lo scopo di risolvere una situazione che, già in partenza, è senza via d’uscita: la tentazione è di per sé una colpa, e per questo tutti noi, in quanto esseri umani, siamo colpevoli. E’ lo stesso K ad esprimere questo pensiero all’inizio del film, pensiero confermato poi lungo tutto l’arco della storia: processato per una colpa misteriosa, per colpa sua viene cacciata di casa la donna di cui è innamorato, per colpa sua vengono fatti frustare a sangue i poliziotti che lo avevano arrestato, per colpa sua la sua famiglia si vergogna di lui.

Attorno a K si muovono personaggi tipicamente “kafkiani” (il gigantesco avvocato, interpretato dallo stesso Welles, le donne che ruotano intorno a K tentandolo in continuazione, il pittore che vive in una gabbia di legno, continuamente circondata da bambini urlanti), perfettamente collocati all’interno di una pellicola la cui fotografia, esaltata da un bellissimo bianco e nero, e le cui ambientazioni (claustrofobiche e allucinanti) danno al tutto un’atmosfera folle e surreale. Atmosfera esaltata poi da un finale apocalittico (genialmente ideato da Welles), e da un prologo fiabesco che dà a tutta l’opera la dimensione di un sogno.

O, meglio ancora, di un incubo.