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Ciprì e Maresco descrivono nei loro film un mondo allucinato, folle, contraddistinto da personaggi deliranti e da scenari post-apocalittici; un mondo privo dell’elemento equilibratore della donna (i personaggi femminili sono tutti interpretati da degli uomini) e in cui sono la morbosità e il cattivo gusto a farla da padrone. Se a mio giudizio Totò che visse due volte è in questo senso un po’ eccessivo (e forse troppo legato all’esperienza televisiva di Ciprì e Maresco con il loro Cinico tv), al punto da sembrare quasi inguardabile per come descrive le brutture e gli orrori di un mondo che ha perso qualsiasi orientamento, Il ritorno di Cagliostro è invece un film magnifico.

Il film, arricchito da una fotografia splendida (un bianco e nero pulito e bellissimo opera dello stesso Ciprì), si mantiene a metà strada tra meta-cinema e falso documentario, ed è costellato da personaggi folli e surreali: dall’esperto di parapsicologia colto da crisi epilettiche al portavoce del cardinale, che recita sia le sue battute che quelle del suo interlocutore, fino alla star in decadenza splendidamente ritratta da  Robert Englund. Il tono da documentario stempera l’atmosfera cupa e asfissiante tipica di altri film di Ciprì e Maresco, e alcune sequenze, come la messa in scena delle pellicole fantascientifiche o religiose della Trinacria, la casa di produzione cinematografica che è la vera protagonista del film, dimostrano la grandezza di due registi troppo spesso sottovalutati.

Ma non ci si lasci fuorviare: quello di Ciprì e Maresco resta un cinema cinico, pessimista, e ci pensa il nano interpretato da  Davide Marotta nella mezz’ora finale del film a riportare tutti sulla terra: la vicenda narrata nella pellicola non è una commedia, ma una tragedia nera, un dramma i cui attori principali non erano semplici sognatori ma uomini d’onore al soldo di Lucky Luciano. Una virata inaspettata, un colpo di scena che in qualche modo è simile al finale tragico di E’ stato il figlio, opera del 2012 diretta dal solo Daniele Ciprì, con un grandissimo Toni Servillo come interprete principale. O come il finale di Come inguaiammo il cinema italiano, documentario su Franco e Ciccio che finisce tristemente con l’emozionante scena del funerale di Ciccio Ingrassia. Quasi come se Ciprì e Maresco volessero ricordarci come il mondo resti un luogo freddo, triste, e che anche quando si sorride, lo si fa per mascherarne le sfortune e le brutture.