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bresson Bresson è stato definito in molti modi: re del minimalismo, teorico dell’essenzialità, o semplicemente il più pessimista dei cineasti francesi. In ogni caso, di sicura c’è una cosa: e cioè l’influenza che ha avuto su tutta una generazione di cineasti che, se anche non hanno rispettato le regole del loro maestro, sono stati comunque costretti a confrontarsi con esse. Un esempio ne è Francois Truffaut: certo più vicino a Renoir che a Bresson, il regista de I 400 colpi ha però più volte ammesso che, senza Bresson (e, in particolare, senza Un condannato a morte è fuggito) il suo cinema, e quello di tanti registi suoi contemporanei, non sarebbe stato lo stesso.

Quello di Bresson è un cinema che descrive l’inadeguatezza dell’individuo in un mondo che non lo comprende, in cui ogni essere umano è inevitabilmente “fuori posto”: il protagonista di Diario di un curato di campagna che cerca di mandare avanti la sua missione pastorale, ma è contrastato in questo sia dal “male del mondo” che lo circonda, che da quello fisico che lo attanaglia (e che finirà con l’ucciderlo); il Lancillotto di Lancillotto e Ginevra, splendida versione del mito arturiano ma spogliato dell’elemento magico e sovrannaturale (scompaiono personaggi come Merlino e Morgana, e le azioni dei protagonisti sono dettate solo da sentimenti umani e “terreni” come l’odio, l’amore, l’invidia) che è legato a codici d’onore che lo rendono “obsoleto” in un mondo che sta cambiando (di cui Mordred, il traditore di Artù,è la personificazione) ;  e la pulzella d’Orleans del Processo a Giovanna D’arco, minuziosa ricostruzione degli interrogatori cui l’eroina francese fu sottoposta prima di essere mandata al rogo, che viene condannata non in quanto eretica, ma perché “diversa”, o, appunto, “fuori posto” .

Personaggi incompresi che lottano col mondo che li circonda, all’interno del quale non possono sentirsi liberi (e non è un caso che molti dei film di Bresson siano ambientati in carcere).  E del resto anche dal punto di vista tecnico il cinema di Bresson è legato a regole ferree, quasi monacali: l’assoluto rigore scenico, le interpretazioni minimaliste (il regista francese spesso reclutava per i suoi film attori non professionisti, chiedendogli espressamente di “non recitare” per evitare che le loro espressioni influenzassero il pubblico), l’uso insistente di inquadrature di particolari (i piedi in Processo a Giovanna D’arco, gli oggetti che permetteranno la fuga del protagonista in Un condannato a morte è fuggito), e di voci e rumori fuori campo (il clangore delle armi che copre persino i dialoghi di Lancillotto e Ginevra).

Un cinema quindi rigoroso nella sua forma e pessimista nei contenuti, capace però di regalarci anche una ventata di speranza, in quella che forse è ad oggi l’opera più amata di Bresson, Un condannato a morte è fuggito, in cui il protagonista riesce a salvarsi solo fidandosi del suo prossimo: una ventata di ottimismo inaspettata che dimostra ancora una volta la grandezza di Robert Bresson.

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