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Gravity (USA, Regno Unito – 2013) di Alfonso Cuaròn                       Interpreti: George Clooney, Sandra Bullock

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Confesso che questo Gravity mi vedeva un po’ prevenuto. Forse perché il cast non mi convinceva; forse perché uno come Cuaron non ce lo vedevo a dirigere un film sci-fi ; o forse perché io, con i film in 3d, non è che abbia mai avuto un bel rapporto.

E invece mi sono dovuto ricredere:  Gravity è un grande film. E lo è, sostanzialmente, per due motivi. Intanto  perché Cuaron è abilissimo a ricreare il senso d’angoscia e di terrore dell’ignoto che attanaglia i suoi personaggi, e a trasmetterlo allo spettatore: alzi la mano chi in sala non è stato in ansia ogni volta che il personaggio della Bullock, dopo essere stato sballottato nello spazio, arrancava cercando di aggrapparsi ad uno degli spuntoni della base spaziale; o non si è sorpreso a pensare: “o no! ancora?” all’ennesimo ritorno dei meteoriti impazziti; o non si è sentito rinascere durante il catartico finale. In questo gli danno una grossa mano le musiche di Steven Price ma soprattutto la fotografia splendida di Emmanuel Lubezki;  i movimenti di macchina e gli avvolgenti piani sequenza (per quanto supportati dall’uso della computer grafica) sono perfetti, e dimostrano che Cuaron ha pensato e studiato questo film nei minimi particolari.

E qui veniamo all’altro grande merito del film: il 3d. Utilizzato davvero per la prima volta con cognizione di causa, in Gravity il 3d è funzionale alla storia, e non scade mai nell’eccesso: certo, alcuni espedienti sono volutamente “ad effetto” (gli oggetti che fluttuano nel vuoto, i meteoriti e le schegge che sembrano colpire lo spettatore), ma in fondo fa parte del gioco, e non si può negare che il senso di profondità dato da questa tecnica alla pellicola si sposi perfettamente con l’ambientazione e il contesto del film (lo spazio profondo e l’assenza di gravità), esaltando ancora di più i movimenti di macchina del regista.

Pazienza se la storia presenta alcuni elementi inverosimili (la Bullock che si sfila la tuta spaziale ed è senza pannolone, il personaggio di Clooney che fa lo spaccone anche nelle situazioni più drammatiche) e alcuni scivoloni melodrammatici (la scena del “sogno”). Non credo si debba incorrere nell’errore di giudicare questa pellicola solo per aspetti negativi, o perché Cuaron è riuscito solo in parte a realizzare un’opera che fosse anche una riflessione sulla solitudine dell’individuo: Gravity resta un film bellissimo, sia dal punto di vista visivo che da quello puramente tecnico,  in cui finalmente il 3d si rivela valore aggiunto, e che riesce a suscitare nello spettatore emozioni e paure profonde. E non è questo forse ciò che deve fare il cinema?

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