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Paura nella città dei morti viventi è il primo horror della cosiddetta “trilogia della morte”, ciclo di tre pellicole realizzate da Fulci tra il 1980 e il 1981. Film tipicamente “lovercraftiano” (morti e fantasmi invadono la città di Denwich dopo che un prete, suicidandosi, ha aperto le porte dell’inferno), si tratta di una pellicola piena zeppe di sconvolgenti trovate splatter (opera dello straordinario Giannetto DeRossi, poi emigrato in Francia, dove è divenuto uno dei creatori di effetti speciali più stimati al mondo); su tutte, la morte di Tom (un giovanissimo Michele Soavi) e Rose (Daniela Doria): al primo, mentre è ancora vivo, viene strappato il cervello direttamente dal cranio, mentre alla seconda vengono fatte vomitare budella e interiora. Sebbene la sceneggiatura zoppichi un pò, in Paura nella città dei morti viventi vi sono momenti di grande cinema, una sorta di preludio ai due capolavori successivi di Fulci: la scena della seduta spiritica (con la telecamera che si muove di continuo, saltando da un volto all’altro dei personaggi), ma anche il finale, volutamente ambiguo, che lascia lo spettatore col dubbio che il male si sia, inesorabilmente, radicato nel nostro mondo.

Quella villa accanto al cimitero è il film, dei tre che compongono la “trilogia della morte”, dalla struttura più convenzionale, ma che forse proprio per questo “vincola” Fulci impedendogli di dare sfogo alla sua vena più anarchica (sia narrativa che visiva) che, se in molti dei suoi film è un valore aggiunto (come ne L’aldilà) in altri diventa può finire col risultare eccessiva e fuori posto. All’interno di una struttura narrativa tipica del cinema horror (una famiglia che va a vivere in una casa infestata), Fulci ricrea un’atmosfera inquietante e allo stesso tempo poetica, lirica e allo stesso tempo splatter (anche qui, le morti in cui incorrono i personaggi sono davvero terrificanti). Il tono quasi fiabesco dato alla vicenda dal personaggio della bambina fantasma (e dallo splendido finale), ricrea per tutto il film un’atmosfera visionaria che rende Quella villa accanto al cimitero  forse, in assoluto, il capolavoro horror/fantastico di Lucio Fulci.

E tu vivrai nel terrore! – L’aldilà è invece un’opera ben diversa, una sorta di unicum nell’ambito del cinema horror e di genere italiano: la trama è ancora quella classica del film con la casa infestata, ma in realtà qui Fulci dà sfogo a tutta la sua fantasia e al suo disprezzo per le regole del cinema di genere: l’atmosfera tipicamente lovercraftiana (i demoni, le porte dell’inferno) si fonde con scelte visive spiazzanti, al limite dell’onirico e del visionario (Emily che appare nel bel mezzo di un’autostrada sul mare, immersa nella nebbia e completamente deserta, o il raduno di morti e fantasmi intorno alla povera ragazza).

Un film magnifico (arricchito da un ottimo incipit, girato con filtri color seppia, e a cui non mancano trovato splatter impressionanti, come i ragni che mangiano la faccia di Mirabella), con un finale spiazzante, film cult di un regista forse eccessivamente idolatrato negli ultimi anni 8anche perché di boiate Fulci ne ha girate, eccome) ma che con opere come quelle della “trilogia della morte” è entrato a far parte della schiera degli immortali del cinema italiano e mondiale.