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Francois Truffaut una volta disse che Melville era stato il primo, vero regista della Nouvelle Vague, e che lo era stato anni prima che la Nouvelle Vague esistesse. E’ in questa frase del grandissimo cineasta francese che è racchiusa molta dell’importanza che Jean Pierre Melville ha rivestito nell’ambito della cinematografia d’oltralpe, e non solo.

Prima che i vari Godard, Chabrol, Rivette e, appunto, Truffaut, cominciassero a girare film, Melville, con i suoi noir secchi, privi di alcuna spettacolarizzazione, ma tutti basati sull’atmosfera e sui dialoghi (si pensi a Le Jene del quarto potere, storia, ambientata a New York nell’arco di una notte, di due giornalisti alla ricerca di un  politico francese scomparso: un film in cui non accade quasi nulla, che si regge solo sull’ambientazione, sulla fotografia, sulle luci di una Manhattan notturna e caotica) aveva non solo nobilitato un certo cinema di genere spesso poco amato dalla critica, ma aveva anche proposto un cinema proponeva anche un cinema più realistico e minimale, che non doveva rendere conto ai risultati del botteghino e che quindi non necessitava che della presenza di star o divi nel cast: tutte caratteristiche che saranno tipiche, anni dopo, del movimento della Nouvelle Vague.

Paradossalmente, proprio con la nascita della Nouvelle Vague, Melville si distaccherà sempre più da questo particolare modo di fare cinema: il suo fuori dagli schemi, sempre e comunque, provocherà in lui una sorta di rifiuto, portandolo a polemizzare fortemente con quei registi che lo consideravano un loro precursore, se non addirittura un padre spirituale (non è un caso che Godard gli avesse fatto interpretare un piccolo cammeo nel suo capolavoro Fino all’ultimo respiro). Il cambiamento di Melville avverrà su due fronti: da un lato il recupero di una visione del mondo quasi bressoniana, al limite del minimalismo (ne è un esempio Leon Morin, Prete, storia del rapporto, prima mistico poi morboso, tra una partigiana e un giovane prelato nella Francia occupata dai nazisti; film che è una riflessione sia sulla fede che sul suo rapporto con la lotta di classe), dall’altro una progressiva adesione a un cinema maggiormente destinato al grande pubblico (l’utilizzo dei grandi divi, da Alain Delon a Jean Paul Belmondo, ne è un esempio), che culmina con il suo lavoro più importante. Frank Costello faccia d’angelo è un autentico capolavoro: un film freddo sia nella messa in scena (scenografie asettiche, una scelta cromatica che alterna il grigio, il bianco e il blu, regia lucida ed essenziale) che nell’impostazione della sceneggiatura (una storia di morte e di violenza, quasi completamente priva di dialoghi, in cui i personaggi sembrano andare incontro alla morte e al proprio destino senza battere ciglio), sorretto da un Alain Delon gigantesco. Il suo è un Frank Costello che, pur essendo un criminale che uccide su commissione, non può che suscitare la simpatia del pubblico, perchè  legato a un codice di valori che non ci sono più (non è un caso che il titolo originale del film sia Le Samourai), e che è quindi destinato, inevitabilmente, ad essere sconfitto e incompreso. Forse, proprio come il suo regista.