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Come scrissi qualche post fa, Melville è un regista che ha vissuto di vita propria all’interno del cinema francese, in quanto poco ascrivibile a qualsiasi“corrente” o scuola di pensiero (celebri gli attriti che ebbe con quasi tutti gli esponenti della Nouvelle Vague, di cui pure era stato in qualche modo un padre spirituale). Questo anche perché Melville ha dato vita, nelle sue pellicole, ad universo a sé stante: un universo fatto di contesti e ambientazioni reali, ma messi in scena con uno stile onirico, irreale, come se fossero “luoghi” di un altro mondo; un universo in cui si muovono gangster e poliziotti tratteggiati in maniera così marcata da sembrare personaggi dei fumetti; un universo che Melville ha creato film dopo film, e che affonda le sue radici nel noir americano.

Già in Bob il giocatore (1955), suo primo successo, un noir violento ma girato con una certa leggerezza e quasi con ironia, si intravedevano lo stile di Melville e, soprattutto, i suoi personaggi duri, integri fino al midollo (e quindi facenti parte di una “mitologia”, di un mondo lontano da quello reale). Bob, protagonista del film, è un giocatore d’azzardo che non bara, che difende e prova ad “educare”  i suoi protetti; insomma, un “cattivo” che ha però un codice morale, un’etica da seguire. L’inevitabile, tragico finale (anche se Bob chiuderà il film con una battuta) è un’altra delle caratteristiche tipiche dei film di del regista francese, presente anche ne Lo Spione (1963) forse in assoluto il suo capolavoro insieme a Frank Costello faccia d’angelo. Film tecnicamente inarrivabile (il piano sequenza d’apertura, i movimenti di macchina nelle scene d’azione, la fotografia immensa), sorretto da una sceneggiatura costruita con un diabolico meccanismo di scatole cinesi (dove nulla è quello che sembra, e in cui i flashback si susseguono uno dietro l’altro destabilizzando di continuo lo spettatore) è un’opera in cui tutto ruota intorno allo splendido protagonista, interpretato da Jan Paul Belmondo, una sorta di samurai moderno che, pur di non tradire un amico, arriverà a sacrificare la propria vita.

Per il suo ultimo film Notte sulla città (1972), Melville sceglierà, al contrario di molte delle sue opere precedenti, un poliziotto e non un gangster come protagonista. Con quest’opera il cineasta francese raggiunge la sublimazione del suo stile: la pellicola è infatti quasi del tutto privo di dialoghi, con ambienti e colori di una freddezza difficilmente descrivibile a parole, e che contribuiscono ad allontanare sempre più il mondo di Melville da quello reale; un mondo in cui uno spaesato Alain Delon, poliziotto alla ricerca di tre rapinatori di banca, si muove senza alcun riferimento; un mondo in cui sia i buoni che i cattivi sono destinati, inevitabilmente, ad uscire sconfitti: i primi perchè, nonostante i loro sforzi, non riescono a migliorare il mondo in cui vivono (il protagonista del film si vedrà costretto ad uccidere un suo amico e a perdere la propria donna, dopo aver scoperto che entrambi erano tra i membri della banda su cui stava indagando), i secondi invece perchè sono destinati inevitabilmente a vedere svanire i propri sogni di gloria e di ricchezza.

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