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the-warriorsI guerrieri della notte (1979) è stato il primo, grande successo di Hill, e resta ad oggi il suo incontrastato capolavoro. E’ un film che, come molte altre opere del regista americano, sembra essere ambientato al di fuori del tempo e dello spazio, in una dimensione onirica in cui i protagonisti sono dei cavalieri erranti (non è un caso che il film sia una rielaborazione in chiave moderna della Anabasi di Senofonte) e i nemici più che delle gang di teppisti sembrano degli zombie o dei banditi di un western. Perché I guerrieri della notte è un film che trascende i generi, un western metropolitano travestito da horror, un’opera capace di alternare la violenza pura alla poesia (la scena nella galleria della metro, con un treno che sfreccia alle spalle della puttana e del delinquente che si baciano, resta uno dei momenti più sporchi e romantici della storia del cinema), e in cui l’impatto visivo è devastante; la fotografia notturna di una metropoli spettrale, le ambientazioni desolate in cui si svolgono i momenti chiave del film (il luna park abbandonato, la spiaggia del duello decisivo): il tutto concorre a rendere questo un film davvero splendido.

L’altro grande capolavoro di Hill è I guerrieri della palude silenziosa (1981) è invece la storia di una squadra di marines che, durante un addestramento, si scontrano con un gruppo di bracconieri cajun che cominciano ad ucciderli uno dopo l’altro. Si tratta di un film senza speranza, un vero e proprio incubo ambientato nella giungla, in cui un gruppo di uomini si scontra con un nemico invisibile e terrificante. Ancora una volta Hill usa uno stile “sporco”, e la violenza sembra sempre pronta ad esplodere quando lo spettatore meno se lo aspetta (la scena della morte del personaggio di Peter Coyote è emblematica in questo senso). Nel finale di questo film bellissimo e claustrofobico (nonostante sia tutto ambientato all’aperto, lo spettatore ha di continuo la sensazione di essere accerchiato, confinato in uno spazio angusto ed opprimente), Hill dimostra anche di saper usare alla grande la tecnica della suspence, senza peraltro lasciare allo spettatore nemmeno l’illusione di un finale consolatorio.

Perché il cinema di Hill è senza speranza: come lo sono i suoi personaggi, destinati a perdere sin dal principio, incapaci di cambiare ciò che sono. Che è poi quello che dice lo splendido poliziotto interpretato da Morgan Freeman in Johnny Il Bello (1989) storia di un gangster sfigurato (Mickey Rourke, grandissimo) che prova a cambiare vita (e faccia), ma che non riuscirà a resistere al richiamo della vendetta, finendo, ovviamente, male. Arricchito da interpreti azzeccatissimi e da un finale quasi irreale (la sparatoria finale è ambientata in un cimitero di pietra abbandonato), in Johnny il bello si nota anche un’evoluzione, un cambio nello stile di ripresa delle scene d’azione: le sequenze delle due rapine sono girate con un montaggio serrato, quasi da videoclip, e con zoom improvvisi che fanno sentire lo spettatore tremendamente dentro all’azione, quasi come se fosse insieme a Mickey Rourke o a Lance Henriksenn a derubare banche.

Nonostante questa evoluzione, nel tempo, dello stile di Hill, è chiara l’influenza che su di lui ha avuto Sam Peckinpah, per il quale Hill lavorò come sceneggiatore all’inizio della carriera: il senso dell’azione e del montaggio, la padronanza del mezzo tecnico, l’ uso del rallenti per donare lirismo e poesia anche alla scena più violenta. E non lo si può non notare in Ricercati: ufficialmente morti (1987), in cui Nick Nolte interpreta un duro ed incorruttibile sceriffo, vecchio amico di un narcotrafficante che si ritrova ad avere a che fare con un manipolo di ex-militari in missione segreta . Il film, sempre fortemente pessimista, è puro Peckinpah: nella costruzione delle scene d’azione, nell’elaborazione del massacro finale, che si rifà chiaramente a Il Mucchio Selvaggio, sia per la messa in scena che per l’ambientazione . Un film forse i cui personaggi sono costruiti in maniera un po’ prevedibile: ma è questo il cinema di Hill, un cinema in cui si muovono uomini e donne dal ferreo codice morale, cui non sono concessi dubbi e/o paure (e Nick Nolte è in questo senso assolutamente splendido). Il vero omaggio che però Hill dedica al suo maestro Sam Peckinpah è I cavalieri dalle lunghe ombre (1980). Questo western, di stampo “classico”, narra la storia della banda di Jesse James (il film è stato girato utilizzando come interpreti delle vere “famiglie” di attori: i Keach, i Carradine, i Quaid e i Guest), in quella che è una appassionata dichiarazione d’amore verso un cinema che non c’è più.

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