Tag

, , , , , , , , ,

bogdanovich-doc_optQuello di Peter Bogdanovich è un cinema che ha sempre fatto del formalismo e del rigore la sua pietra angolare; e la sua opera prima, Bersagli (1968), già mostrava questa caratteristica.

Il film racconta due vicende apparentemente slegate (l’addio al grande schermo di una star del cinema dell’orrore e la follia omicida di un ragazzo che comincia a sparare da un tetto su ignari passanti): girato in maniera rigorosissima, con un senso dello spazio quasi geometrico (Bogdanovich sa sempre dove mettere la macchina da presa, e dal punto di vista formale la messa in scena è impeccabile) e con una commistione tra realtà e finzione cinematografica che dona al film un’atmosfera quasi surreale (bellissimi sia l’incipit, in pratica un cortometraggio horror in stile Hammer, che finale, in cui le scene del film proiettato sul grande schermo si alternano a quelle del massacro che intanto sta avvenendo nel drive-in), Bersagli è un film durissimo. Cosa spinge il giovane protagonista a diventare un serial killer spietato? La risposta è abbastanza semplice: la normalità, la vita piatta che ogni giorno si ripete secondo regole precostituite, ma dietro la quale si nasconde un mondo crudele (non è un caso che il giovane protagonista sia un reduce della guerra del Vietnam). Bersagli è però anche il testamento spirituale di Boris Karloff (che qui, di fatto, interpreta sé stesso): lui che aveva sempre spaventato il pubblico con i suoi mostri ed i suoi personaggi inquietanti, nel finale si scontra con il giovane assassino (il “mostro” di oggi) e, dopo averlo sconfitto, pone (al mondo e allo spettatore) la seguente domanda: “Era questo che vi faceva così tanta paura?” . Perché la “paura” generata dal grande schermo non è niente rispetto a quella di un mondo che non propone vie d’uscita. Sembrano senza troppe vie d’uscita anche i due giovani protagonisti de L’ultimo spettacolo (1971), considerato il capolavoro di Bogdanovich (ma che a mio parere non raggiunge le vette di Bersagli). Girato in un bianco e nero pulitissimo e con uno stile ed un’atmosfera retrò che rimandano a un’idea di cinema che non c’è più (quella della nostalgia dell’epoca d’oro del cinema americano è una costante dei film di Bogdanovich), L’ultimo spettacolo è una delle pellicole che meglio descrivono la perdita dell’innocenza di una generazione, quella dei ventenni americani degli anni ’50, che di lì a poco si contrerà col dramma della guerra di Corea.

Anche ne L’ultimo spettacolo il rigore formale di Bogdanovich è evidente: la sua regia è quasi teatrale, e non è un caso che un altro dei suoi film, Rumori fuori scena (1992), sia la storia di una compagnia e dei loro disastrosi tentativi di mettere in scena una commedia degli equivoci. Un film forse con qualche debolezza e ingenuità nella sceneggiatura, ma dal grande ritmo, che mostra proprio come il regista sia abile a muovere la cinepresa negli spazi “geometrici” e in qualche modo limitati del palcoscenico.

Bogdanovich mostra poi il suo lato più dolce nel toccante Dietro la maschera (1985), storia di un ragazzino dal volto devastato da una rarissima malattia, la leontiasi: grazie alla sua intelligenza, alla sua simpatia, e ad una madre coraggiosa quanto anticonformista (una splendida Cher, mentre il bambino è interpretato da un giovanissimo Eric Stolz) riuscirà persino a trovare l’amore; ma il mondo resta un posto crudele, dove i sogni vengono irrimediabilmente spezzati: ed è bellissima la scena in cui Rocky “svuota” la mappa dell’Europa che tanto aveva desiderato visitare, prima di addormentarsi per l’ultima volta.