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Su Sam Peckinpah e Walter Hill ho già detto molto in alcuni precedenti post.  Si tratta degli autori che, più di tutti nel cinema americano, hanno portato avanti un’idea di cinema (e quindi una loro visione del mondo) basata sulla violenza e sui rapporti di forza tra gli individui, in cui non esistono “buoni” , e i cui il più forte ha sempre la meglio sul debole. Non sono certo “buoni” (anche se non privi di una loro forma personale di “onore”, che li porta nel finale a uno dei sacrifici più spettacolari e violenti nella storia del cinema) i protagonisti del capolavoro assoluto di Peckinpah,  Il Mucchio selvaggio,  pellicola caratterizzata da sequenze d’azione girate con un montaggio “spezzettato” che sembra allungare tremendamente il tempo dell’azione; il film, storia di un gruppo di ladri che si fa assoldare per rubare un carico di armi per un gruppo di rivoluzionari messicani, ha anche un’importante valore storico, in quanto sancì di fatto la fine del western “classico” e la nascita di un genere più violento e barocco. E non è certo un “buono”, il protagonista de Voglio la testa di Garcia, un cantante di pianobar messicano che, per intascare una grossa taglia, deve recuperare la testa di un uomo morto. Il paradossale viaggio del protagonista in compagnia della testa mozzata diventa il dramma di un uomo che, spinto dal desiderio del denaro, perde tutto, compresa la donna che amava. Perché il mondo, per Peckinpah, non lascia speranze a nessuno.

Walter Hill sembra aver ereditato da Peckinpah non solo la disillusione tipica di un mondo privo di eroi e senza speranze, ma anche il ruolo centrale che la violenza ha nel cinema, seppure con qualche differenza nello stile e nella messa in scena (Hill è più essenziale e meno barocco di Peckinpah). L’incontro tra i due autori avviene nel film Getaway, sceneggiato da un giovane Hill e diretto da Peckinpah: storia d’amore mascherata da film d’azione, non credo sia un film eccezionale, ma è comunque un esempio perfetto di come si possa fare grande cinema d’azione anche sfruttando pause lunghissime, preludio a esplosioni di violenza improvvise e devastanti. Hill renderà omaggio al suo maestro in pellicole di cui ho già parlato (I cavalieri dalle lunghe ombre e Ricercati ufficialmente morti) ma anche in due western “atipici” negli anni ’90: Ancora Vivo e Geronimo. Il primo è un noir, rivisitazione gangster di Per un pugno di dollari di Leone, un film intriso di un pessimismo e di una malinconia perfettamente rappresentata dal protagonista (Bruce Willis) e da un’atmosfera crepuscolare e senza speranza: al solito, splendide le sequenze d’azione (che rimandano anche in parte al cinema d’azione di Honk Kong) e la messa in scena. Geronimo invece è un affresco storico, un punto di vista diverso su un pezzo di storia dell’America (la lotta dell’esercito contro l’ultimo grande guerriero Apachi). Un cast eccezionale (Gene Hackamn, Robert Duvall, Wes Studi, un giovanissimo Matt Damon) mette in scena non solo il dramma dei pellerossa scacciati dalle proprie terre, ma anche quello dei militari americani che, rendendosi conto del sopruso che stavano mettendo in atto, cercarono in tutti i modi di salvaguardare il proprio onore e quello del proprio Paese. Geronimo è sostanzialmente un film che non sta  né da una parte nè dell’altra, ma guarda oggettivamente alla Storia e agli uomini, ai  lati positivi e negativi della vicenda che riporta: perché non esiste giusto o sbagliato nel cinema di Sam Peckinpah e Walter Hill.

geronimo

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