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The Wolf of Wall Street (USA – 2014) di Martin Scorsese

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Jean Dujardin, Matthew McCounaghey

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Partiamo con il presupposto che l’accoppiata Di Caprio-Scorsese è una garanzia: dal sin troppo sottovalutato Gangs of New York, passando per gli splendidi The Departed e Shutter Island, questi due grandi artisti hanno dato vita, nell’ultimo decennio, a momenti di grande cinema. L’unica pecca sul cammino artistico dell’ ninsolita coppia è stato il deludente The Aviator: troppo lungo, ripetitivo, e con tutti i difetti di sceneggiatura che un biopic si porta dietro. The wolf of Wall Street è un film che a mio parere si colloca a metà strada tra i grandi lavori della coppia, già citati prima, e i limiti di The Aviator:  con quest’ultimo condivide le problematiche legate ad una lunghezza eccessiva, e ad una ripetitività di alcuni temi/sequenze (i discorsi del protagonista alla platea di dipendenti che lo ascoltano in estatsi, le orgie, i litigi con la moglie) che, in generale, appesantiscono abbastanza la pellicola. Di contro, il film gode di una prima parte brillantissima (in cui viene descritta l’ascesa di Jordan Belfort, uno dei broker di maggiore successo della storia Wall Street, alla cui auto-biografia il film è ispirato), e di una regia perfetta (ma potrebbe essere altrimeni?) oltre che di un Di Caprio bravissimo ad andare sempre e volutamente sopra le righe.  The wolf of Wall Street è un film che denuncia i deliri di un mondo fondato su di un’illusione, quella dei mercati azionari, e di una società fondata sull’idea che che chi ha di più, chi possiede di più, è il più forte; una società in cui non c’è spazio per l’etica, e in cui tutti sono (siamo?)potenziali polli da spennare. In questo senso l’opera di Scorsese è durissima, un vero e proprio pugno allo stomaco: e il turpiloquio costante, il maschilismo esasperato, e le continue sequenze di sesso e di droga che contraddistinguono il film hanno proprio lo scopo di generare nello spettatore il disgusto (fisico) per un mondo in cui al centro non vi è la persona, ma il dio danaro. Concetto esemplificato splendidamente dal personaggio di Mathhew McCounaghey nei primi 10 minuti di film, in un bellissimo monologo che è anche il manifesto di The wolf of Wall Steet.