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Che i francesi ci sapessero fare con l’horror, e che c’andassero giù anche abbastanza pesante in quanto a sangue, sgozzamenti e frattaglie varie, era prevedibile: del resto, il grand guignol l’avevano inventato loro, quasi un secolo fa. Eppure chi l’avrebbe detto che a partire dal 2003 il cinema d’oltralpe avrebbe sfornato nel giro di pochi anni una serie di prodotti horror così d’alto livello, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei contenuti?

Tutto comincia con un film a basso budget che omaggia il cinema di genere americano, in particolare lo slasher:  Alta Tensione, opera prima di Alexander Ajia, forse non è nulla più che un claissco film di genere (la trama è a dir poco inflazionata: due ragazze si rtirovano sperdute in campagna in balia di un pazzo assassino che ha già sterminato la famiglia di una di loro), ma la messa in scena eccelsa nonostante i pochi mezzi a disposizione, la violenza efferata, e un bel finale a sorpresa, ne fanno un prodotto nettamente sopra alla media degli horror di genere europei. Stesso discorso per Frontiers – Ai confini dell’inferno, del 2007, diretto da Xavier Gens: anche qui la trama è scontata (un gruppo di ventenni in fuga da una rapina si rfiugia in uno sperduto casale di campagna abitato una famiglia di pazzi assassini), ma anche qui il film si distingue: per la violenza esasperata certo (il film è sconsigliato ai deboli di stomaco), ma in particolare per la volontà di affrontare temi forti, come il dramma degli immigrati che vivono relegati nelle perfierie parigine, isolati e ghettizzati dalla borghese società francese, e che nel film per una sorta di contrappasso vengono torturati e trattati come bestie da una famiglia di folli nazisti.

Poi, dopo questi due ottimi film, sono arrivati due piccoli capolavori.

Sempre del 2007 è infatti A l’interieur, un film dolorossissimo diretto a quattro mani da Alezandre Bustillo e Julien Maury, che sfrutta al meglio il classico espediente della donna sola in casa assediata da un temibile assassino, ma che lo arricchisce di elementi nuovi e innovativi: per cominciare, la protagonista che di solito “vince” viene qui sfregiata, crocifissa, mutilata, insomma devastata nel fisico come nella mente (sembra essere radicata nei francesi l’idea che tutti siamo colpevoli di qualcosa, e che quindi un percorso di purificazione fatto di sofferenze fisiche e mentali sia inevitabile, come dimostrerà anche il successivo Martyrs); e poi la riflessione interessante sulla maternità, sul diritto che ogni donna ha di generare la vita (e su quello che è disposta a fare pur di metterlo in pratica). Un film bellissimo, girato tra quattro mmura ma con un grande senso dello spazio, e tremendamente pessimista.

Pessimismo che non manca nemmeno a Martyrs di Pascal Laugier (2008). Si tratta non solo di un film straordinario, ma anche di una delle opere più disturbanti mai realizzate: un film che provoca del dolore fisico allo spettatore, che quasi si sente addosso i tagli e le mutilazioni che si infligge la povera Lucie, devastata da un passato di violenze e torture. Un film che non lascia un attimo di respiro allo spettatore: che mescola l’horror paranormale alla storia di vendetta, il torture al film demoniaco, e che è pieno di colpi di scena: dopo un’ora, dopo una sequenza impressionante di uccisioni e mutilazioni, il film sembra finito; e invece il peggio deve ancora venire, con l’inizio della “vera” martirizzazione ai danni di Anna. Se forse il finale è una scappatoria un po’ troppo comoda per Luagier, il regista francese dimostra comunque grandi doti: gira il suo film benissimo, gestisce al meglio gli spazi, ma soprattutto rende appieno il dolore dei personaggi e l’alone mistico di tutta la vicenda, rappresentato dal personaggio mefistofelico della Mademoiselle. Un’opera bellissima sul dolore, sull’espiazione, e sul potere salvifico di sentimenti come l’amore e l’amicizia: perché solo essi danno ad Anna la forza di non avere paura,e di affrontare il suo ineluttabile destino.

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