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piccione

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza non è certo un film “facile” (non è un caso che a Venezia, alla fine della proiezione, si siano sentiti tanti applausi ma anche qualche fischio): e questo perché la pellicola svedese che ha trionfato al Lido è caratterizzata da una lentezza davvero notevole. Lentezza che è però voluta, e che ha uno scopo: quello di  disegnare un mondo opprimente ed alienante, “grigio” come il colore della pelle dei personaggi che lo popolano, governato da convenzioni sociali ed omologazione (come dimostra la frase “sono contento che vada tutto bene”, pronunciata dai surreali protagonisti del film di Roy Andersson in qualsiasi tipo di situazione o contesto); un mondo triste, in cui anche l’ironia è intrisa di amarezza e di cinismo (si pensi ai personaggi dei venditori ambulanti, esilaranti nel loro proporre assurdi ed orribili gadget comici, ma che conducono un’esistenza misera e isolata). Il film è visivamente bellissimo (costruito senza alcun movimento di macchina, ma con una serie di immagini statiche in cui ogni dettaglio è perfetto, e in cui i tagli delle inquadrature danno all’opera un tono quasi espressionista), ma  ha la pecca di voler essere forse “troppo” ermetico: in fondo, un regista deve anche dare allo spettatore la “chiave” per capire quello che egli vuole dire, e questo purtroppo Roy Andersson non lo fa.

L’altro film che ho avuto il piacere di vedere a Venezia e’ stato  She’s funny that way, una piacevole commedia diretta da Peter Bogdanovich: il regista di Bersagli e L’ultimo spettacolo rievoca  la commedia sentimentale americana degli anni ’50 e ’60 (i continui riferimenti a Audrey Hepburn non sono un caso), e gira un film dal ritmo e dallo stile teatrali (peculiarità di tutti i film di Bogdanovich, cineasta molto “rigoroso” nella messa in scena delle sue opere). Gli interpreti sono tutti molto bravi; peccato la sceneggiatura sia un po’ confusionaria e, a tratti, abbastanza surreale: ma forse si tratta di una scelta voluta, visto che il film gioca molto sul tema della manipolazione della realtà nel mondo dello spettacolo (tutto il film è narrato in prima persona dalla protagonista, che racconta della sua ben poco credibile ascesa da  prostituta d’alto bordo a star del palcoscenico). Perché la vita reale, sembra volerci dire Bogdanovich, è molto più interessante se arricchita dalla finzione e dalla fantasia del cinema.

Articolo già apparso su I discutibili

bogdnovich

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