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Gli ultimi due registi “di genere” in Italia sono stati Michele Soavi e Lamberto Bava. A parte alcune eccezioni in tempi più recenti (penso ad esempio ai Manetti Bros), è con Soavi e Bava Jr., negli anni’90, che l’horror italiano ha vissuto il suo “canto del cigno”.

Lamberto Bava è riuscito nell’impresa non da poco di raggiungere (e, specialmente all’estero, superare) la fama del padre Mario, grazie in particolare ad un film del 1985: Demoni. Completamente ambientato in una sala cinematografica (il cinema nel cinema è un tema che ricorrerà spesso nelle pellicole di Bava Jr.), trattasi di un film modernissimo, sia per la messa in scena “rock” (notevole la colonna sonora dei Goblin) che per alcuni elementi innovativi nel genere “zombesco” (morti viventi velocissimi e non “ambulanti” come quelli Romeriani, la possessione demoniaca vista come “virus” o malattia). Il finale pessimista ed apocalittico contribuì ad accrescere la fama di un film che tanti registi ancora oggi hanno come riferimento (si pensi anche solo alla straordinaria somiglianza tra gli zombie di Demoni ed i posseduti di Rec). Bava aveva cominciato aiutando il padre a girare il suo ultimo film, Shock, e aveva poi esordito dietro la macchina da presa con due thriller “alla Dario Argento”: Macabro (1980) e La casa con la scala nel buio (1983). Macabro è un film coraggioso nei temi e nella messa in scena (storia di necrofilia abbastanza spinta di una donna che ha una storia di sesso con la testa dell’amante defunto!), ed è arricchito da un bel finale; peccato sia caratterizzato da qualche calo di tensione, cosa che comunque può starci in un’opera prima. La casa con la scala nel buio è invece nettamente più riuscito: la trama è semplice (un musicista abita in una villa in cui avvengono efferrati delitti, e la soluzione del mistero sembra trovarsi proprio nel film di cui sta scrivendo la colonna sonora), ma il film è a tratti davvero inquietante (alzi la mano chi non è balzato sulla sedia quando si scopre l’identità dell’assassino, o quando la pallina da tennis rimbalza insanguinata all’inizio del film), ed è ottimamente girato, come del resto tutti i lavori di Lamberto.

La caratteristica del cinema di Michele Soavi invece (nel cast tra l’altro sia di Demoni che de La casa con la scala nel buio) è sempre stata la visionarietà della sua regia: lo dimostrano sia i suoi film meno riusciti (La chiesa, sconclusionata storia di un’invasione di demoni all’interno di una cattedrale americana) sia quel Dellamorte Dellamore (1994) che ha di fatto sancito la fine del genere in Italia: un film forse non capito appieno, basato su una sceneggiatura abbastanza debole (e con interpreti poco nella parte), ma ricco di spunti interessanti (il tema del sogno, della realtà mescolata alla finzione) e soprattutto di sequenze dal grande impatto visivo (le scene nel cimitero, gli incubi del protagonista). Ad oggi per Soavi resta a mio parere la sua opera prima, Deliria (1987). Thriller tutto girato all’interno di un teatro di posa, in cui elementi classici del genere (il serial killer immortale, il doppio finale, lo slasher) vengono reinventati con grande senso dello spazio e del ritmo: la cinepresa di Soavi si muove splendidamente tra palcoscenici e camerini, il tutto a un ritmo che non lascia allo spettatore un attimo di respiro.

Resta un mistero perché a due registi così dotati sia praticamente impedito di lavorare (se non, su commissione, per film mediocri, vedi Il sangue dei vinti per Soavi): in Italia si preferisce dare grossi budget a Checco Zalone o Vincenzo Salemme, quando (ne sono convinto) se si mettesse a disposizione di un Soavi, un Bava o un Deodato un budget di tutto rispetto ed una totale libertà, non si potrebbe che ottenere del grandissimo cinema.