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Cosmopolis (Canada, Francia, Italia, Portogallo – 2012) di David Cronenberg                                                                                                    Interpreti: Robert Pattinson, Samantha Morton, Jay Baruchel, Paul Giamatti, Kevin Durand, Juliette Binoche

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Cosmopolis fa parte di quella schiera di film talmente complessi che andrebbero visti diverse volte per potersene fare un’idea precisa, per poterne cogliere appieno tutti i messaggi e le sfumature. Nonostante l’opera di  David Croneneberg ispirata all’omonimo romanzo di Don DeLillo sia assolutamente minimale nella messa in scena, essa è “titanica” dal punto di vista dei temi che tratta, e riveste un’importanza fondamentale non solo all’interno della filmografia del regista, ma anche del cinema degli ultimi anni.

Cosmopolis è un film figlio del suo tempo, nel senso che la storia è strettamente legata all’attualità: il personaggio di Eric Packer (uno splendido Robert Pattinson, dimostrazione vivente che anche un pessimo attore, nelle mani di un regista eccelso, può diventare un interprete magnifico), giovane e ambizioso miliardario che ha fatto fortuna grazie alla sua intelligenza e alla sua ambizione, si muove all’interno di un mondo sconvolto dalle crisi finzanziarie. Crisi che sono figlie di una società che si basa solo su valori come l’arrivismo e, appunto, l’ambizione; di una società e di un “sistema”  scanditi solo da programmazioni, previsioni, dove nulla è lasciato alla creatività, l’imprevedibilità, l’asimmetria (si vedano i due leitmotiv del film: la prostata del protagonista, che si scopre essere asimmetrica, e il suo taglio di capelli, che viene effettuato solo su un lato della testa).

Quello di Cosmpolis è un mondo in cui tutto avviene in maniera accelerata (i mercati azionari che non dormono mai, il capitalismo inteso come “distruzione del passato per creare il futuro”), e in cui persino l’esigenza di normalità viene vissuta in maniera folle, delirante (vedi i manifestanti che utilizzano il topo come simbolo della loro protesta). Un’ esigenza di normalità che in parte attanaglia anche il protagonista: in fondo, il film narra del viaggio che egli, ostinatamente, intraprende per raggiungere il suo barbiere di fiducia in una vecchia bottega fuori città. Un viaggio durante il quale Eric attraversa un mondo malato e in pezzi, da cui forse sta cercando di fuggire; un viaggio fatto per incontrare un uomo semplice, che da quel mondo sembra essere rimasto fuori; un uomo simbolo di un passato ormai lontanto, che è stato sostituito da un presente dove contano soloi beni materiali, dove regna l’omologazione. E di cui lo splendido monologo finale del personaggio di Paul Giamatti è il manifesto più drammatico e, allo stesso tempo, più vero.

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