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Birdman (USA – 2014) di Alejandro Gonzales Inarritu                                       Interpreti: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts

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Agli Oscar 2015 ha trionfato un film per nulla “facile”. E, come tutti i film non facili, è caratterizzato da una moltitudine di temi che si intrecciano tra loro. Principlamente però, e questo è chiaro sin dall’inizio del film della pellicola (curiosamente, la statuetta come miglior regista va per il secondo anno di fila ad un messicano: l’anno scorso era toccato ad Alfonso Cuaron per Gravity), Birdman è un film sulla decadenza del mito, un’epopea minimalista sulla fine della celebrità: Riggan Thomson (uno splendido Michel Keaton, in un’interpretazione neanche troppo velatamente autobiografica) è un attore di Hollywood divenuto celebre grazie ad una serie di film su un supereroe di nome Birdman (molto simile a Batman, che Keaton ha interpretato, nella realtà, nelle due pellicole di Tim Burton), che sta cercando di “nobilitare” la sua immagine adattando a Broadway un testo di Raymond Carver.

Dal punto di vista della forma, Inarritu dirige la pellicola con mano sicurissima, utilizzando solo ed esclusivamente lunghissimi (e bellissimi) piani sequenza; da quello dei contenuti invece, vi aggiunge una serie di elementi  assolutamente originali, a partire dal fatto che il protagonista è davvero dotato di superpoteri. I tentativi di Riggan di “riabilitarsi” a Broadway cercando di cancellare il suo passato di attore “per le masse” sono infatti metaforicamente rappresentati dalla battaglia che egli combatte con il suo alter-ego alato, Birdman, col quale parla, interagisce, si scontra, in un conflitto interiore duro ed estenuante.

Il tema del mito illusorio del successo e della celebrità (rappresentato non solo da Riggan, ma anche dai personaggi interpretati da Naomi Watts ed Edward Norton) si intreccia a quello del contrasto tra Hollywood e Broadway, tra un mondo popolare  (quello del cinema) ed uno elitario (quello del teatro), tra due modi completamente opposti di concepire la vita e l’arte. L’arte, sembra volerci dire Inarritu, non ha niente a che fare col successo e con la celebrità; è piuttosto uno stato dell’anima. E quando finalmente Riggan lo comprende (confondendo finzione e realtà al punto di arrivare a spararsi sul palcoscenico), allora anche la lotta con il suo doppio (e, quindi, con il suo passato) è finalmente vinta.

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