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Il cinema di Hong Kong ha vissuto, sostanzialmente, due periodi d’oro: negli anni ’60 e ’70, grazie alle opere di maestri assoluti come Chang Cheh, al successo di generi come il wuxupian e il kungfupian e alla figura di Bruce Lee, e negli anni ’90, in cui si è fatta strada una nuova generazione di grandissimi cineasti (Tsui Hark, Ringo Lam e soprattutto il grandissimo John Woo). E’ però ormai dall’inizio del nuovo millennio che il cinema di Hong Kong vive una crisi, sia commerciale che qualitativa, che ha portato alla realizzazione di ben pochi film di vero valore: fanno eccezione le opere di Jhonnie To, Wong Kar-Wai, o  la saga di Infernal Affairs.

Questo trittico di noir metropolitani, diretti dalla coppia Andrew Lau \ Alan Mak, è incentrato sulla figura di due personaggi: un poliziotto che agisce sotto copertura all’interno della malavita hongkongese (interpretato da una delle grandi star del cinema di Hong Kong, Tony Leung) e un gangster infiltrato nella polizia (Andy Lau). Le vicende di queste due spie su fronti opposti si intrecciano in maniera geniale in Infernal Affairs (2000), un film girato con uno stile glaciale e molto poco “spettacolare” (anzi, quasi minimalista: la pellicola è fatta tutta di dialoghi e di sguardi, cosa atipica nel cinema di genere di Hong Kong), ma costruito su una sceneggiatura priva di tempi morti, e che tiene lo spettatore incollato allo schermo. La violenza è quasi assente, ma è sempre pronta ad esplodere, improvvisa e inaspettata (il volo dell’ispettore dall’ultimo piano del grattacielo, la sparatoria finale nell’ascensore).

Infernal Affairs II, del 2003, è un prequel del primo episodio: si tratta di un noir splendido, ancora più triste e cinico del film precedente, forse proprio perché lo spettatore sa come la vicende dei protagonisti evolveranno in futuro. Il mondo descritto in Infernal Affairs II (e, più in generale, in tutta la trilogia) è infatti senza vincitori: Sam, l’informatore che l’ispettore interpretato da Anthony Wong salverà nel finale di questa pellicola, diverrà uno spietato assassino, e ricambierà il favore uccidendo lo stesso ispettore in Infernal Affairs; gli stessi due protagonisti del film condurranno, in virtù del loro status di “infiltrati”, un’esistenza fatta di oscurità, di menzogne, costretti o ad uccidere coloro che amano o a rinunciare per sempre ad una vita “normale”.

La storia di Infernal Affairs III, sempre del 2003, è invece ambientata dopo gli eventi narrati nel primo film, ma arricchita da una serie di flashback collocati, dal punto di vista temporale, in mezzo alle due pellicole precedenti. In Infernal affairs III niente è quello che sembra (poliziotti infiltrati nelle triadi e gangster che si fingono poliziotti saltano fuori quasi ad ogni minuto del film), e alla bellezza di una trama complessa e architettata come un puzzle diabolico si mescolano i temi tanto cari al cinema orientale e già presenti nelle due pellicole precedenti: l’amicizia, il rispetto, l’onore, valori fondamentali tanto nel mondo della legge quanto in quello della criminalità. In questo terzo capitolo si approfondisce inoltre  il tema della relazione tra i due protagonisti: attraverso una serie di sequenze oniriche, che fanno di Infernal Affairs III il più psicologico e profondo dei film della trilogia, l’ambivalenza tra i due personaggi si fa sempre più marcata, fino a concludersi con un metaforico incontro che richiama direttamente l’incipit del primo film, in una chiusura del cerchio assolutamente perfetta: il bene e il male, proprio come i due protagonisti del film, non possono esistere come entità separate, ma ognuna vive grazie all’esistenza dell’altra.