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Il Piccolo Principe (Francia – 2015) di Mark Osborne

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Ho sempre pensato che Il Piccolo Principe, una delle opere letterarie più amate del ‘900, fosse un racconto difficilmente trasportabile su pellicola; vuoi per la sua breve durata, vuoi per la tipologia di eventi narrati. L’intuizione che hanno avuto le case di produzione coinvolte in questo progetto italo-francese (Onyx Films, Orange Studio e On Entertainment) è stata però vincente: trasporre la fiaba di Antoine de Saint-Exupéry ai giorni nostri ha permesso a Irena Brignull (sceneggiatrice) e Mark Osborne (regista) di realizzare un film moderno e molto più “adulto” di quanto si possa pensare, pur mantenendo intatto lo spirito e la dolcezza dell’opera di partenza.

Ciò che infatti differenzia molto Il Piccolo Principe dagli usuali film di animazione (anche da quelli, ottimi, realizzati dalla Pixar, come il più recente Inside Out) sono una messa in scena ed un immaginario assolutamente “adulti”: si prenda tutta la seconda parte della pellicola, in cui la piccola protagonista visita un mondo distopico ed opprimente che richiama palesemente Brazil di Terry Gilliam, in un vero e proprio incubo in cui non c’è spazio per gag o sorrisi; o la descrizione della società degli adulti, dove a contare sono solo il profitto ed il lavoro, dove tutto è controllato e pianificato (come in ogni società distopica che si rispetti: evidenti i richiami a  1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley).

Un film quindi profondamente maturo sia nei contenuti che nella messa in scena (felicissima anche la scelta di utilizzare due tecniche d’animazione differenti, la CGI e la stop-motion, quest’ultima per raccontare alcune delle scene del libro di Antoine de Saint-Exupéry) e che ci ricorda come oggi gli adulti sembrino aver dimenticato che ciò che conta veramente, ciò che è “essenziale”, non è tutto ciò che è utile ad ottenere un profitto, un risultato (“be essential” è il motto della scuola dove la piccola protagonista è destinata ad andare a studiare), ma è l’amore che proviamo per l’altro, chiunque esso sia: una rosa, una volpe, un padre mai conosciuto, o un vecchio aviatore che ci ha insegnato a “guardare col cuore”.