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Uno dei filoni di maggiore successo del cinema di genere italiano è stato indubbiamente quello dei film “cannibali”, che spopolarono tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80. Sfruttando il successo e il morboso interesse verso i “mondo movie”, i produttori nostrani intuirono che mostrare gli orrori (reali) degli scioccanti documentari di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, collocandoli però in un contesto di finzione, avrebbe potuto incontrare i favori del pubblico. E così fu, sia in Italia che all’estero.

Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi, del 1977, è considerato il film che ha dato il via alla stagione del cinema “cannibale”. In realtà nella vicenda dell’integrazione di un fotografo americano all’interno di una tribù di indigeni (in quella che è una sorta di rivisitazione italica di Un uomo chiamato cavallo) di “cannibale” c’è ben poco, se si esclude una brevissima sequenza verso la fine del film: Lenzi si fa apprezzare per il taglio quasi documentaristico che riesce a dare ai paesaggi e alle bellezze della Thailandia, ma per il resto Il paese del sesso selvaggio è un film abbastanza innocuo, da ricordare solo per il suo valore “storico” di apripista, o meglio ancora di precursore, di un genere.

Visto il notevole successo della pellicola (soprattutto in Germania, dove venne distribuita con il titolo Mondo cannibale) a Lenzi fu commissionato un nuovo film ambientato nella giungla, ma più concentrato sulle pratiche “sanguinarie” degli indigeni: regia e produzione non si accordarono però sui compensi, per cui a dirigere Ultimo mondo cannibale (1977) fu chiamato Ruggero Deodato. Ultimo mondo cannibale va considerato, a mio parere, il primo, vero film “cannibale”: qui si assiste al banchetto che un gruppo di indigeni organizzano con il cadavere di una selvaggia (la scena dello svuotamento delle interiora della carcassa di Me Me Lay è ottimamente realizzato) e lo stesso protagonista (interpretato da Ivan Rassimov) divora un cuore umano per sfuggire alla furia dei suoi nemici. Il film possiede molti dei difetti tipici delle pellicole italiane di genere (protagonisti che compiono azioni incomprensibili, interpretazioni di scarso livello) e non vale, a mio parere, la fama di cult che ha acquisito negli anni: resta un film minore che si fa ricordare per la sua efferatezza (le scene che mostrano la prigionia e poi la fuga di Rassinov sono davvero disturbanti) e per il fatto di aver avvicinato Deodato al genere “cannibale”; il regista romano girerà infatti, tre anni dopo, il suo capolavoro Cannibal Holocaust. Di questo film grandissimo e tremendamente innovativo ho già parlato ampiamente: aggiungo solo che esso segnò un punto di non ritorno nel cinema cannibale (e non solo), letteralmente “alzando l’asticella” degli orrori che potevano essere mostrati su pellicola; e Umberto Lenzi, che con i cannibali era stato il primo ad avere a che fare al cinema, si adeguò senza problemi.

Lenzi torna infatti al genere nel 1980 e nel 1981, girando Mangiati vivi e Cannibal Ferox. Entrambi i film sono caratterizzati da un messaggio anti-colonialista e fortemente critico verso la società moderna e “civilizzata”: i veri selvaggi sono gli uomini bianchi, capaci di perpetrare orrori disumani, sia ai danni dei loro simili (Mangiati vivi) che di innocenti tribù indigene (Cannibal Ferox).

Mangiati vivi, la cui sceneggiatura è incentrata sul culto di una religione new-age che predica un ritorno alla vita selvaggia e al contatto con la Terra, e che è guidata da un santone sadico e manipolatore di nome Jonas, è un film ricco di sequenze molto forti: la deflorazione della protagonista con un fallo di legno, il banchetto di un gruppo di selvaggi il cui pasto principale è Paola Senatore, divorata viva come recita il titolo. Peccato che Lenzi ricicli altre scene molto efferate dai suoi film precedenti (e non solo), il che lascia allo spettatore la sensazione che il regista non credesse molto in quello che stava facendo.

Cannibal Ferox é invece la storia di una studiosa che si addentra nella giungla in compagnia di due amici per dimostrare che il cannibalismo è solo una leggenda; qui scoprirà a sue spese di avere torto, ma anche che la furia dei selvaggi è scatenata dagli orrori e dalle torture perpetrate ai loro danni dall’uomo bianco. In termini di orrori ed efferatezze, la pellicola raggiunge e forse supera i livelli di Cannibal Holocaust di Deodato (di cui, in parte, riprende il tema del gioco con la realtà e la finzione: si veda tutto il racconto di Mike Logan, intorno a cui ruota gran parte del film, che si rivela essere completamente falso), ed è ricca di momenti splatter realizzati magnificamente da un punto di vista tecnico: l’evirazione lo scoperchiamento della calotta cranica di Giovanni Lombardo Radice, e Zora Kerowa appesa per le mammelle con degli uncini, valgono da sole tutto il film. Unica pecca della pellicola l’interpretazione della protagonista Lorraine De Selle, che recita per un’ora e mezza sempre con la stessa espressione.

Dopo Cannibal Ferox non furono più prodotte pellicole nel genere “cannibale” che meritino di essere ricordate. Personalmente ritengo che, di quella stagione di grande successo per il cinema italiano, la vetta sia stata raggiunta dal capolavoro Cannibal Holocaust di Deodato e dall’ottimo Cannbial Ferox di Lenzi: gli altri film non hanno tolto o aggiunto niente né al genere né al cinema italiano in generale. Due anni fa Eli Roth ha girato la sua personale dichiarazione d’amore al genere: ma di The green inferno parleremo in un altro post.