The Green Inferno (USA – 2013) di Eli Roth

Interpreti: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Daryl Sabara, Kirby Bliss Blanton, Sky Ferrera

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Realizzato nel 2013 ma distribuito in Italia solo pochi mesi fa a causa, ovviamente, di problemi con la censura (il battage pubblicitario che ne ha accompagnato l’uscita lo definiva come uno degli horror più sconvolgenti della storia del cinema: a onor del vero, per quanto il film sia abbastanza duro, devo dire di aver visto molto di peggio), The Green Inferno è una dichiarazione d’amore a quella stagione d’oro del cinema di genere italiano rappresentata dai cosiddetti film “cannibali”, argomento su cui ho pubblicato un post pochi giorni fa.

Il film di Roth riprende il titolo del mockumentary girato dai protagonisti di Cannibal Holocaust (massima espressione del genere), ma, più che con il film di Deodato, esso ha delle forti analogie con Cannibal Ferox di Lenzi: anche qui ci sono infatti un gruppo di occidentali “civilizzati” che si recano nella giungla apparentemente armati di buone intenzioni (sono degli attivisti che protestano contro il disboscamento della foresta amazzonica) e che, loro malgrado, finiscono tra le grinfie di una tribù di indigeni con una predilezione per la carne umana.

Anche se non ho apprezzato appieno la scelta di girare il film utilizzando il digitale (capace, è vero, di esaltare i colori dominanti della pellicola, come il verde della vegetazione o il rosso della pelle degli indigeni, ma che allo stesso tempo dona alle sequenze diurne un’aria rarefatta che è poco “cinematografica”), la pellicola è girata molto bene, con un buon senso del ritmo, ed è ricca di scene splatter degne di essere ricordate: su tutte quella in cui all’attivista obeso vengono prima cavati gli occhi (uno per uno), poi mozzata la lingua, quindi asportati gli arti e, infine, tagliata la testa (tutto questo mentre il malcapitato è, ovviamente, ancora vivo). Alcune sequenze sono poi davvero difficili da sostenere (e di questo va dato merito a Roth):  confesso di aver chiuso gli occhi un paio di volte mentre guardavo la scena in cui la protagonista sta per essere sottoposta ad infibulazione.

Ciò che invece non ho apprezzato è stato un sottile sottotesto razzista (probabilmente non voluto, ma che ho comunque percepito nettamente), che è poi la grossa differenza tra The Green Inferno ed i film dell’epoca d’oro del genere: i cannibali di Deodato e di Lenzi erano delle vittime dell’uomo bianco, che sfogavano la loro rabbia e la loro natura dopo aver subito orrori indicibili; gli indigeni di Roth invece non ispirano simpatia, sono piuttosto dei brutali assassini incapaci di provare emozioni; e non basta certo la trovata (scontatissima) del bambino che fa amicizia con la protagonista a convincermi del contrario. Ecco, questo credo sia il grosso punto debole di un film comunque ben fatto, e di cui mi riservo di dare un’opinione definitva quando finalmente se ne potrà vedere la versione senza tagli (alcuni dei quali operati dalla produzione davvero in maniera grossolana).