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Il sudafricano Neill Blomkamp è oggi uno dei pochi, veri registi di genere nel campo della fantascienza (forse l’unico, insieme all’ottimo Duncan Jones, cui ho dedicato un post qualche tempo fa). Il suo primo lungometraggio è datato 2009: si tratta di District 9, un action fantascientifico prodotto da Peter Jackson e strutturato come un documentario sulla figura di Wikis Van De Merwe, funzionario statale addetto allo sgombero di una baraccopoli  aliena sorta nel bel mezzo di Johannesburg dopo che un’astronave extraterrestre è rimasta bloccata sulla Terra a causa di un’avaria. La vicenda di Van De Merweche è il pretesto per Blomkamp per descrivere una delle piaghe della nostra società: la paura del diverso, la non accettazione di chi non è come noi. Guardando District 9, sembra di assistere ad un servizio giornalistico dei giorni nostri: storie di profughi cacciati dalle proprie case, di criminali che sfruttano in ogni modo l’immigrazione clandestina, di politici che sembrano non interessarsi dei diritti umani (o extraterresti, se preferite). Ecco quindi che la progressiva trasformazione di Wikis Van De Merwe in alieno è il contrappasso ideale per un’umanità xenofoba e razzista. Oltre all’ottima messa in scena (lo stile semi-documentarista con cui è strutturata la sceneggiatura si rivela vincente) Blomkamp mette subito in chiaro anche la sua idea di cinema: tanti riferimenti alla politica e ai temi sociali, certo, ma anche tanta azione, e un alto tasso di spettacolarità e splatter.

Un’idea di cinema che si conferma nella sua opera successiva, Elysium (2013), film che descrive un futuro in cui i ricchi e i membri delle classi più agiate vivono in una stazione orbitante nello spazio, nel benessere e nell’opulenza, lontano dalla povertà e dalla miseria di una Terra sovrappopolata, su cui sono relegati i più deboli. Per quanto il tema di Elysium sia sviscerato bene e la messa in scena dimostri ancora una volta che Blomkamp è un regista con gli attributi (le scene d’azione sono strutturate in maniera perfetta, con un frequente uso del rallenti che a tratti ricorda i “balletti di morte” tipici del cinema di Honk Kong), il film ha un ritmo eccessivamente forsennato, e il risultato dinale è che lo spettatore non riesce nè a seguire la vicenda in maniedra coerente nè a legarsi empaticamente ai personaggi e alle situazioni in cui sono coinvolti (anche perchè nessuna delle interpretazioni, neanche quelle di Jodie Foster e Matt Damon, strappano appluasi).

Il mix perfetto tra tematiche “impegnate”, spettacolarità della messa in scena e approfondimento dei personaggi, Blomkamp lo trova con il suo terzo lungometraggio, Humandroid: storia di un robot senziente di nome Chappie che si ritrova ad essere sfruttato da umani senza scrupoli (criminali che lo usano per compiere una rapina, membri dell’esercito che lo vogliono per motivi militari, e così via). La pellicola alterna sapientemente momenti action ad altri più intimi, in cui il regista riesce nell’impresa, non da poco, di  rendere “umano”, e soprattutto simpatico allo spettatore, un personaggio fatto di metallo e bulloni. Il tutto, come al solito, arricchito da forti critiche sociali, in particolare alla militarizzazione e, più in generale, a una società in cui gli esseri umani riescono solo ad infliggere violenza e morte. Come in District 9 ed Elysium, anche in Humandroid non vi sono personaggi del tutto “buoni” (a parte l’androide, che però umano non è) o del tutto “cattivi”: anzi questa pellicola sembra volerci dire che la bontà la si può ritrovare ovunque (anche nei membri di una gang di criminali) così come l’ambizione e la voglia di successo possono tradire anche le anime più pure (lo scienziato che dà la vita a Chappie). Tutti aspetti che fanno di Humandroid uno dei film migliori del 2015, e di Neill Blomkamp uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni.