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Lo chiamavano Jeeg Robot (Italia – 2016) di Gabriele Mainetti

Interpreti: Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli, Stefano Ambrogi

jeeg robot

A parte poche eccezioni (penso ad Edoardo De Angeilis, che ha diretto qualche anno fa quel piccolo gioiellino di Mozzarella Stories, o a Gabriele Salvatores, forse l’unico regista italiano che ha sempre cercato di sperimentare, anche nel campo del cinema di genere, qualcosa di nuovo), negli ultimi vent’anni il cinema italiano  non ha mai cercato di spingersi oltre, non ha mai veramente trovato il coraggio di rischiare. Oggi possiamo vantarci di avere dei grandissimi cineasti, riconosciuti anche a livello internazionale (Garrone, Sorrentino, per citare solo i due più importanti), ma per il resto la settima arte nel Belpaese si riduce a una serie di commediole innocue e il più delle volte noiose. In sintesi quindi, manca oggi in Italia un vero e proprio cinema di genere, di puro intrattenimento (come quello che caratterizzava le produzioni nostrane dei decenni ’70 ed ’80 e, in parte, ’90) che si collochi a metà strada tra il cinema d’autore e quello per mentecatti.

Negli ultimi 2-3 anni sembra però esserci stata una svolta, con l’uscita prima di tutta una serie di film collocalbili all’interno del genere noir (l’ottimo Fedez, ancora di De Angelis, Anime Nere di Francesco Munzi, e in parte anche Suburra) e successivamente dell’ultima opera di Salvatores, Il ragazzo invisibile, che ha sdoganato il cinema di supereroi in Italia: per quanto si tratti di un film abbastanza innocuo (una pellicola certamente ben girata, ma pur sempre un film per ragazzi, con poco sangue e poca violenza), esso ha avuto il merito di fare da apriprista, forse involontariamente, all’opera prima di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot.

Ambientando un film di supereroi nel contesto degradato di Tor Bella Monaca, alla perfiera di Roma, Mainetti ha avuto un’intuizione geniale: non ci sono superuomini che sfrecciano tra i grattacieli, o intrepidi vigilantes che difendono i più deboli: il mondo in cui si muovono i personaggi di  Lo chiamavano Jeeg Robot è popolato da criminali di bassa lega e da poveri derelitti. Mainetti mostra di saperci fare, girando delle ottime scene d’azione (la messa in scena della violenza, a tratti anche abbastanza splatter, ricorda vagamente quella dei film di gangster di Scorsese), e dando vita a personaggi forse un pò sopra le righe, ma assolutamente veri nei loro drammi e nei loro dubbi: il protagonista, Enzo, che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad avere relazioni con gli altri esseri umani, accecato da un cinismo che lo porta a disinteressarsi del prossimo nella maniera più assoluta; Alessia, che cerca di sfuggire allo squallore della sua esistenza rifugiandosi in un mondo di finzione fatto di personaggi che provengono dagli anime giapponesi; o Lo Zingaro (interpretato da uno splendido Luca Marinelli: suoi i momenti più entusiasmanti del film, a riprova del fatto che un film di supereroi è riuscito solo se è riuscito il villain) i cui sogni di grandezza sono solo volti a fuggire dalla orribile realtà in cui vive ed in cui è cresciuto.

Incredibilmente per un film italiano, anche la computergrafica utilizzata è convincente, con tanto di duello finale tra il supereoe e il super cattivo, durante il derby Roma-Lazio.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film consolatorio o buonista: non c’è happy ending, e il protagonista non è certo un personaggio positivo (“a me della gente non me ne frega niente” dice più volte durante il film il personaggio interpretato da Claudio Santamaria); eppure questa pellicola riesce a entusiasmare e divertire, come i grandi film ispirati ai comics americani, e forse anche di più. Speriamo sia davvero l’inizio di una nuova ondata di cinema di genere italiano, ne abbiamo davvero bisogno.