Intacto

Tag

,

Intacto (Spagna – 2002) di Juan Carlos Fresnadillo                                   Interpreti: Leonardo Sbaraglia, Max von Sydow, Eusebio Poncela, Monica Lopez, Antonia Dechent intacto

Da un pò di anni c’è un cinema underground, poco reclamizzato, fatto di autori e registi di indubbio talento che si muovono al confine tra i “luoghi” tipici delle pellicole di genere. Intacto è uno dei lavori più sorprendenti in questo senso, una pellicola che si fa fatica a collocare in qualsiasi schema narrativo: è un mistery con venature sovrannaturali, una storia di amore e di morte, ma anche un dramma girato con lo stile di un noir. Fulminante opera prima di Juan Carlos Fresnadillo, regista spagnolo dotato di uno stile non indifferente, Intacto è un film ambientato in un tempo e uno spazio imprecisati (un futuro distopico non troppo lontano? o un altro mondo, in cui vigono regole completamente diverse dal nostro?) e che gioca con temi affascinanti e pericolosi come  il caso, la fortuna e la capacità di poterla manipolare. Arricchito dalla presenza, all’interno di un cast di attori poco noti, di un interprete formidabile come Max Von Sydow, il film è forse a tratti un pò lento, ma nonostante ciò riesce a coinvolgere lo spettatore a tal punto da far sembrare naturali le folli leggi che regolano il mondo di Intacto (chi guarda il film accetta senza grandi perplessità il fatto che le persone siano dotate di poteri sovrannaturali, o che giochino tranquillamente con la propria vita solo per sfidare il caso o la fortuna).

Fresnadillo lavorerà in futuro in 28 settimane dopo (sequel di 28 giorni dopo di Danny Boyle), utilizzando uno stile molto più da videoclip rispetto ad Intacto ma realizzando nel complesso un buon horror,  e nella produzione americana Intruders, film di spettri abbastanza convenzionale; ma con Intacto è entrato a far parte di quel “sottosuolo” di giovani autori e registi europei capaci di regalare, a tutti noi appassionati della settima arte, dei piccoli gioielli.

Iron Man 3

Tag

, , , , , , , , , , ,

Iron Man 3 (USA – 2013) di Shane Black                                                       Interpreti: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Don Cheadle, Guy Pearce, Ben Kingsley, Jon Favreau

iron_man_3_poster-wideIron Man 3 segna l’inizio della seconda fase del “Progetto Marvel”, e si può intuire la virata oscura ed adulta che i film ispirati ai supereroi di Stan Lee avranno nei prossimi anni. Le spacconate e le battute di Tony Stark, interpretato dal sempre brillante Robert Downey Jr., sono infatti ai minimi storici (e, per quanto provi una simpatia immensa sia per il personaggio che per l’attore, devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta), e la storia è molto più dark e matura di quanto non fossero i primi due episodi (tant’è che alla regia non c’è più il simpatico sbruffone Jon Favreau, qui presente comunque come interprete nel ruolo della guardia del corpo di Stark, bensì  Shane Black, sceneggiatore di Arma Letale e tra gli interpreti di Predator).

La sceneggiatura di Iron Man 3 non è, ad essere sinceri, niente di che: piena di  spacconate tipicamente americane (su tutte, il supereroe che salva i passeggeri di un aereo che sta precipitando creando una vera e propria catena umana in volo) e di cattivi non all’altezza, non è nemmeno fedele al fumetto cui si ispira (che, tra l’altro, non era nemmeno degno di nota); resta però da apprezzare, come ho detto all’inizio del post, il tono maturo della storia, una violenza non proprio all’acqua di rose, e l’altissimo tasso di spettacolarità  (la sequenza finale ambientata nel porto è un tripudio di azione, effetti speciali e spettacolari esplosioni).

Bello anche il finale, abbastanza definitivo, che lascia intendere allo spettatore che non ci sarà nessun Iron Man 4 e che, per rivedere di nuovo Tony Stark in azione, probabilmente dovremo aspettare The Avengers 2.

The Children

Tag

, , ,

The Children (England – 2008) di Tom Shankland                                         Interpreti: Eva Birthistle, Hannah Tointon, Stephen Campbell Moore, Eva Sayer

 THE_DAY_poster_vis_12.indd

Quando, come nel mio caso, sei un vero e proprio divoratore di film, diventi talmente assuefatto alle “emozioni da pellicola” che è davvero difficile che una visione riesca sinceramente ad emozionarti, spaventarti o disturbarti.

Ecco, The Children è uno di quei film che è riuscito a turbarmi come non succedeva da tempo.

E dire che l’idea alla base della sceneggiatura di questa pellicola del 2008 di Tom Shankland (che già qualche anno prima aveva realizzato un ottimo horror come W delta Z) di per sè non è poi tanto geniale: un gruppo di persone isolate in una casa in montagna durante le feste di Natale, che cominciano a morire ammazzate l’uno dopo l’altra. Insomma, tutta roba già vista e rivista, se non fosse per un particolare curioso: il gruppo è quanto mai eterogeneo, visto che è composto da 4 adulti, da un’orda di bambini e da un’adolescente in piena crisi ormonale. E così, dopo un’inizio tutto sommato tranquillo, la vicenda prende quasi subito una piega inquietante, con i bambini che cominciano a comportarsi in maniera strana e con il che sangue che comincia a scorrere in maniera copiosa.

La bellezza e la forza di questo film non sono solo nel tema abbastanza forte (e di per sè disturbante) della cattiveria dei bambini, ma nel fatto che essi siano realmente “diabolici”, e come tali vengano trattati, ossia come dei veri e propri serial killer, tipo Mike Myers di Halloween o Jason di Venerdì 13 (e il modo in cui vengono fatti fuori lo dimostra ampiamente). Intelligente anche la scelta di Shankland tanto di dipingere un quadro di adulti a dir poco insopportabili (quello che ci prova con la quindicenne, i genitori hippy), che danno allo spettatore l’impressione quasi di meritarsi quanto gli accade, quanto di lasciare avvolto nel mistero il motivo scatenante della follia omicida dei bambini (viene solo fatto intuire che possa trattarsi di un qualche misterioso virus).

Un film solido, senza fronzoli, dimostrazione ulteriore che la scuola britannica continua a sfornare registi horror con idee e talento, capaci di lasciare, anche in uno spettatore assuefatto come il sottoscritto, una sottile vena di inquietudine una volta terminata la visione del film. E, vi assicuro, non è poca cosa.

Il terzo uomo

Tag

, , ,

Il terzo uomo (Gran Bretagna, 1949) di Carol Reed                          Interpreti: Joseph Cotten, Orson Welles, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee

the-third-man-poster

E’ paradossale che il personaggio cui si associ maggiormente il volto di Orson Welles faccia parte di un film non diretto dallo stesso Welles. Harry Lime, un cinico trafficante di penicillina che si finge morto per sfuggire alla polizia, è la figura intorno a cui ruota Il terzo uomo, pellicola cult di Carol Reed: un noir di grande atmosfera, ambientato in una Vienna spettrale, affascinante, devastata dalle bombe della seconda guerra mondiale, e popolata di criminali, zingari, militari e doppiogiochisti. Il film, basato su una sceneggiatura di Graham Green (sulla cui base poi lo stesso Green scriverà anche un romanzo), ha la sua forza proprio nell’ambientazione, nell’atmosfera di mistero che avvolge la figura di Lime, sulla cui morte il suo amico di infanzia Holly Martins, (interpretato da Joseph Cotten) prova ad indagare, andando però a sbattere contro un muro di reticenza, misteri e menzogne; e questo senso di “spaesamento” del protagonista (accentuato dal fatto che nella Vienna-post guerra mondiale si parlano almeno quattro lingue) si trasmette direttamente allo spettatore.

Il terzo uomo è un film appassionante, dalla trama intrigante, oltre che bellissimo dal punto di vista visivo e con alcune sequenze che sono divenute, col tempo, cult: la prima apparizione di Welles (con quel sorriso sornione illuminato dalla luce di una finestra nella notte di Vienna), la scena sulla ruota panoramica (in cui Lime pronuncia la famosa frase sugli orologi a cucù, inserita all’ultimo momento nella sceneggiatura proprio da Welles), lo splendido finale ambientato nelle fogne, in cui Lime si perde in un labirinto di gallerie senza uscita e (per lui) senza speranza.

Alcuni dicono che Welles abbia diretto, non accreditato, diversi rulli del film: e le riprese sghembe, la profondità di campo sempre molto accentuata, l’attenzione ad ogni minimo particolare dell’inquadratura, potrebbero lasciarlo pensare; io credo piuttosto che Reed si sia semplicemente lasciato influenzare dalla presenza sul set del regista di Quarto Potere (cosa inevitabile del resto, se si considerano il carisma e la personalità “titanica” e accentatrice di Welles) e abbia in qualche modo fatto suo, per l’occasione, lo stile di quest’ultimo.

E il risultato, diciamocelo chiaramente, è stato un autentico capolavoro.

Il prestanome

Tag

, , , ,

Il prestanome (USA – 1976) di Martin Ritt                                          Interpreti: Woody Allen, Zero Mostel, Herschel Bernardi, Michael Murphy, Danny Aiello

thefront

Delle tante pellicole che hanno raccontato la vergognosa piaga del maccartismo, Il prestanome è senza dubbio una delle più lucide e dirette; fosse anche solo per la presenza di tanti personaggi che a loro tempo furono inseriti nelle liste nere del senatore McCarthy: il regista Martin Ritt, lo sceneggiatore Walter Bernstein, l’attore Zero Mostel, qui in una delle sue interpretazioni più toccanti.

 Il prestanome è un film solido e rigoroso sia formalmente che nel suo voler essere una obiettiva ma spietata denuncia della piaga che negli anni ’50 costrinse diversi personaggi del mondo del cinema (Chaplin su tutti) ad abbandonare gli Stati Uniti; e non ci si lasci fuorviare dalla presenza di Woody Allen: per la prima (ed unica) volta nella sua carriera, Allen interpreta un ruolo drammatico, senza abbandonare le nevrosi e l’ironia tipiche dei suoi personaggi certamente, ma in qualche modo “contenendole” in un’interpretazione molto più compassata, l’ideale per tratteggiare un personaggio viscido e ambiguo come Howard Prince. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che alla regia non c’è lo stesso Allen, o comunque un regista comico come poteva essere Herbert Ross (che lo aveva diretto in Provaci ancora, Sam) ma il ben più “quadrato”  e rigoroso Martin Ritt.

Discorso a parte merita il finale, uno dei più belli che il cinema moderno ricordi: durante un interrogatorio in merito alla sua attività da prestanome, Howard, che non si era mai realmente interessato alla causa dei perseguitati dal maccartismo (che aveva aiutato solo per il proprio tornaconto) ha uno scatto d’orgoglio: e in quel guizzo, in quell’unico (ma decisivo) momento di dignità, riscatta i peccati di una stagione da cancellare e forse riconcilia definitivamente il mondo del cinema con uno dei suoi momenti più bui e vergognosi.

Welles e Kafka: Il Processo (ovvero: anche Truffaut qualche volta sbaglia)

Tag

, , , , ,

perkins-the- trial- welles

Francois Truffaut scrisse che Il processo era uno dei film meno riusciti di Orson Welles, perché basato su una contraddizione di fondo: l’incompatibilità tra il carattere egocentrico del regista (Welles amava definirsi come uno di quei teatranti che, sul palcoscenico, possono interpretare solo il ruolo del Re) e quello minimalista, quasi mediocre,di Kafka.

Personalmente credo che, forse per l’unica volta nella sua vita, Truffaut abbia preso un granchio. E non per l’analisi assolutamente perfetta che fa delle personalità, così diverse tra loro, dello scrittore austriaco  e del regista americano, ma perché Il processo non è affatto uno dei film minori di quest’ultimo, bensì  un assoluto capolavoro.

L’uso costante di grandangoli che esaltano la profondità di campo come non avveniva nemmeno in Quarto Potere (e che si possono apprezzare sin dal primo, splendido piano sequenza nell’appartamento di K) rendono perfettamente l’atmosfera del libro di Kafka, caratterizzato da un costante senso di oppressione e di impotenza dell’individuo di fronte ai meccanismi contorti della società e della burocrazia. I vagabondaggi di K (un Anthony Perkins da molti criticato per la sua interpretazione poco espressiva, ma che anzi proprio per questo è perfetto per il ruolo di uomo comune schiacciato dai sensi di colpa, insomma di alter-ego dell’autore), hanno lo scopo di risolvere una situazione che, già in partenza, è senza via d’uscita: la tentazione è di per sé una colpa, e per questo tutti noi, in quanto esseri umani, siamo colpevoli. E’ lo stesso K ad esprimere questo pensiero all’inizio del film, pensiero confermato poi lungo tutto l’arco della storia: processato per una colpa misteriosa, per colpa sua viene cacciata di casa la donna di cui è innamorato, per colpa sua vengono fatti frustare a sangue i poliziotti che lo avevano arrestato, per colpa sua la sua famiglia si vergogna di lui.

Attorno a K si muovono personaggi tipicamente “kafkiani” (il gigantesco avvocato, interpretato dallo stesso Welles, le donne che ruotano intorno a K tentandolo in continuazione, il pittore che vive in una gabbia di legno, continuamente circondata da bambini urlanti), perfettamente collocati all’interno di una pellicola la cui fotografia, esaltata da un bellissimo bianco e nero, e le cui ambientazioni (claustrofobiche e allucinanti) danno al tutto un’atmosfera folle e surreale. Atmosfera esaltata poi da un finale apocalittico (genialmente ideato da Welles), e da un prologo fiabesco che dà a tutta l’opera la dimensione di un sogno.

O, meglio ancora, di un incubo.

 

Il testamento del mostro

Tag

, ,

 Il testamento del mostro (Francia – 1959) di Jean Renoir            Interpreti: Jean-Louis Barrault, Michel Vitold, Teddy Bilis, Gaston Modot

letestamentdudocteurcordelier

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde era, già all’epoca della sua pubblicazione, tremendamente in anticipo sui tempi: Freud e le sue teorie sul subconscio sarebbero arrivate dopo una quindicina d’anni; stesso dicasi per tutta quella letteratura della psiche e dell’animo (Conrad in testa) che dalle teorie dello psicanalista austriaco  sarà, direttamente o indirettamente, influenzata.  Il testamento del mostro, capolavoro di Jean Renoir, è però forse l’adattamento del romanzo di Stevenson che più di ogni altro punta ad esaltare le implicazioni sociali che la metamorfosi Jekyll/Hyde (in questo caso, Cordelier/Opale) comporta.

Non solo, quindi, la sete di violenza o il semplice fascino esercitato dal male: Monsieur Opale, l’inquietante ( e a tratti ridicolo) alter ego del noto psichiatra Cordelier, è soprattutto la personificazione dei desideri osceni di quest’ultimo (il segreto inconfessabile di voler abusare delle proprie pazienti, di perpetuare costantemente il peccato, il vizio). Tutti sentimenti, sensazioni ( e qui sta il colpo di genio di Renoir) che sono già parte dell’essere umano, del lato “ buono” (ma lo si può davvero considerare tale?) del dottor Cordelier: in fondo, il medico comincia a soddisfare i suoi desideri più scabrosi già prima della sinterizzazione del siero colpevole della sua trasformazione: Jekyll,in qualche modo, è già Hyde, ancora prima che lo stesso Hyde veda la luce. E In effetti la sensazione trasmessa dal film è che Hyde/Opale avrebbe potuto benissimo avere lo stesso aspetto fisico di Jekyll/Cordelière: diversamente dal altri adattamenti dell’opera di Stevenson (su tutti, il capolavoro di Rouben Mamoulian del  1931), in questo caso Jekyll e Hyde non sono due personalità, due facce della stessa medaglia, ma un’unica, identica figura.

Il resto del film è puro Renoir: il realismo delle scenografie e della messa in scena (non è un caso che proprio Renoir sarà una sorta di figura di riferimento fondamentale per tutti i registi della Nouvelle Vague), lo stile essenziale e compassato, privo di virtuosismi o formalismi di sorta; e un geniale prologo, a metà strada tra il meta-cinema (Renoir che interpreta se stesso e che si fa narratore della vicenda) e la sperimentazione pura.

Fritz Lang e l’immortale Dottor Mabuse

Tag

,

mabuse

Tutti gli artisti finiscono prima o poi col personificarsi  con una delle proprie creature: nel caso di Fritz Lang, la creatura in questione non può che essere il Dottor Mabuse, protagonista di 3 pellicole dirette dal maestro austriaco. Genio del male, spietato assassino, manipolatore della mente, Mabuse “nasce” nel film muto del 1922 che porta il suo nome. Tra le opere più rappresentative dell’espressionismo tedesco, Dr. Mabuse, der Spieler era talmente lungo che, all’epoca, fu distribuito nelle sale diviso in due parti: personalmente considero la seconda, Inferno, più dinamica e coinvolgente della prima, Un quadro dell’epoca, e arricchita da una sequenza, quella dell’assedio finale, tanto bella da essere entrata di diritto nella storia del cinema. Il senso e il significato metaforico dell’opera di Lang ha il sapore del grande affresco storico: con i film sul folle dottore infatti, il regista austriaco ha usato il cinema di genere (il poliziesco, il noir, il mistery) per raccontare i drammi che hanno caratterizzato la Germania del ‘900. La fine della repubblica di Weimar e del mito del capitalismo sono rappresentati dai comportamenti di Mabuse, disposto a perpetrare qualsiasi crimine (omicidi, rapimenti, scandali internazionali) pur di arricchirsi, e simboleggiati dalla bellissima scena di isteria collettiva alla Borsa di Berlino.

Il successivo Il testamento del dottor Mabuse (1933) è un film con la classica struttura del plot poliziesco, in cui Mabuse non agisce mai direttamente ma per interposta persona, anche dopo essere morto: questa volta infatti il dottore si fa metafora del mito del superuomo hitleriano, della cultura della propaganda e del lavaggio mentale tipici del nazismo (non è da escludere che proprio a causa di questa pellicola Lang sia entrato in contrasto col regime, e sia stato costretto a scappare dalla Germania). Di questo film, sorprendono ancora oggi il ritmo, la riuscita caratterizzazione dei personaggi (in particolare Lohmann, il poliziotto che dà la caccia al folle dottore), i bellissimi effetti speciali che permettono di materializzare il fantasma di Mabuse.

Infine, quello che considero il migliore dei tre film, Il diabolico dottor Mabuse (1960): pellicola che descrive  il potere dei media e il loro controllo sulla vita di tutti noi (con mille occhi elettronici, Mabuse è capace di sapere tutto ciò che accade nell’albergo dove organizza i suoi delitti, anche se lo stesso dottore per non insospettire la polizia si finge, significativamente, cieco), e in cui sono accentuate, addirittura maggiormente rispetto ai film precedenti, le caratteristiche da spy-story (a tratti, sembra di guardare un film di James Bond). Una pellicola che è anche il testamento spirituale di Lang (si tratta infatti del suo ultimo film), ma il cui protagonista è destinato a sopravvivere: Mabuse infatti sarà protagonista di una serie di film minori girati negli anni successivi, attestando, di fatto, l’immortalità sua e, quindi, del suo creatore.

Horror made in Uk: da The Descent (Neil Marshall) a Triangle (Christopher Smith)

Tag

, , ,

descent

Per la rinascita che l’horror europeo ha vissuto negli ultimi tempi (e da cui l’Italia si è ben guardata dal partecipare) il 2005 è stato certamente un anno molto importante. In quell’anno infatti Neil Marshall realizza The Descent – Discesa nella tenebre, storia di un gruppo di speleologhe che restano intrappolate nel labirinto di caverne dei monti Catskill, nello Stato di New York, alle prese con un gruppo di semi-umani cannibali. Il film, forse l’horror migliore realizzato negli ultimi 10 anni, è spiazzante, esplosivo, e non lascia un attimo di tregua allo spettatore, né nella (splendida) prima parte, che ha il suo punto di forza nel senso di claustrofobia trasmesso dalle ambientazioni (caverne con soffitti che costringono le protagoniste a strisciare per terra, passaggi strettissimi ,voragini senza fondo), né nel secondo tempo, molto più cruento e ricco d’azione. The Descent è un film girato benissimo, con un grande senso dello spazio e della suspence, ricco di sequenze non solo dal grande impatto visivo, ma anche non banali dal punto di vista puramente simbolico: su tutte, quella in cui la protagonista emerge da un lago di sangue con le fattezze del volto sempre più simili a quelle dei mostri che le stanno dando la caccia: una trasformazione che in qualche modo rappresenta l’elaborazione di un lutto (la morte della figlia e del marito) ma che si fa occasione per una vera e propria “rinascita” (l’emersione dal lago come dall’utero della madre), anche se al di fuori del mondo e della civiltà.

Come dicevo, con questo film Marshall ha avuto il merito di dare il via ad una “new wave” dell’horror made in Uk, sebbene gli altri suoi lavori siano stati, a mio parere, non dello stesso livello: Dog Soldiers, del 2002, parte da un’idea interessante (un gruppo di soldati che ha a che fare con un branco di lupi mannari), ma si perde quasi subito in una trama abbastanza ridicola, mentre Doomsday (2008) si riduce ad essere una sorta di Fuga da New York in salsa scozzese con abbondanti dosi di inutile splatter.

triangle5

C’è però un altro regista che sta dando grande linfa all’horror inglese, Christopher Smith, che esordisce nel 2004 con Creep-Il chirurgo. Attraverso un uso atipico delle fotografia (con il ricorso a colori saturi come il verde), Smith realizza un film visivamente interessante e pieno di vera suspence, oltre che di una sana dose di effettacci splatter; e sebbene la trama della pellicola non costituisca nulla di nuovo (il classico serial killer che ammazza una serie di belle ragazze finchè non trova la bionda che gli dà del filo da torcere), il film si fa apprezzare molto sia per, appunto, l’impatto visivo (e qui la scelta di ambientarlo tutto nell’inquietante “Tube” della capitale britannica è vincente),  oltre che per una serie di sequenze tremendamente forti e disturbanti: alzi la mano chi non ha rabbrividito guardando il “mostro” che gioca ad operare una delle sue vittime in una immaginaria sala chirurgica.

Smith ottiene poi un successo notevole nel 2006, con un film in stile Non aprite quella porta: Severance-Tagli al personale è un riuscito cocktaill di azione, horror e humour; l’inizio è davvero intrigante, e anche lo spettacolare finale ambientato in una sorta di campo di concentramento abbandonato è molto ben riuscito. Ma il capolavoro di questo giovane regista britannico resta Triangle (2009): un film destabilizzante, che mette insieme il thriller di stampo classico, i paradossi temporali e Dieci piccoli indiani , che gioca con lo spettatore senza mai diventare troppo cervellotico, ma anzi sorprendendolo con sequenze forti e dal grande impatto (l’immagine della poppa della nave piena di cadaveri tutti uguali, il finale assolutamente geniale) e che riesce a dire qualcosa di nuovo e profondo anche sulla maternità e sul rapporto genitore-figlio.  Bellissimo, forse solo la punta dell’ iceberg di un fenomeno, quello dell’horror inglese, che in questi anni ci ha regalato piacevolissime sorprese.

Orson Welles, Quarto Potere e la nascita del cinema moderno

Tag

, , , , ,

 

MBDCIKA EC019

Ero seriamente tentato dal non scrivere nulla riguardo a Quarto Potere: del resto, c’è qualcosa che non sia stato ancora detto su questa pietra miliare della settima arte, sulla pellicola che ha sancito, di fatto, la nascita del cinema moderno? Sono giunto allora a un compromesso: non scriverò un post, ma una dichiarazione d’amore. Una dichiarazione d’amore per un film che, lo confesso, mi ha segnato in maniera indelebile; che ha cambiato il mio modo di approcciare, in generale, la settima arte, e che ha fatto nascere in me una venerazione assoluta nei confronti del suo creatore, Orson Welles.

Welles aveva 25 anni quando la RKO gli permise di scrivere, dirigere ed interpretare un film in assoluta libertà: e Welles, che all’epoca (1941) era sì un enfant prodige (aveva appena sconvolto mezza America col suo programma radiofonico La guerra dei mondi), ma che era completamente a digiuno di cinema, approcciò questa sfida con l’inesperienza del principiante ma anche con la visione del Genio.

E’ per questo che amo Quarto potere, perché è un film nato dall’ingenuità, un film realizzato da chi di cinema all’epoca non ne sapeva niente: chi, se non uno che non era mai stato dietro la macchina da presa, sarebbe stato altrimenti capace di scardinare in maniera così prepotente tutte le “regole” non scritte della settima arte? Chi sarebbe stato capace di ideare riprese sino ad allora mai viste, come quelle realizzate piazzando la macchina da presa in un buco fatto nel pavimento, in modo da inquadrare, con grandangoli e prospettive sbilenche, gli attori dal basso, trasformandoli in giganti che sovrastano gli spettatori? Chi si sarebbe potuto concedere così tanti piani-sequenza (inventando tra l’altro la tecnica del “dolly”), rinunciando volutamente ai più standard e inflazionati piani “americani” o primi piani? E chi si sarebbe mai affidato con cieca fiducia a un direttore della fotografia (Gregg Toland), che per la prima volta utilizzava una serie di filtri capaci di alterare ed esaltare a dismisura la profondità di campo? E, passando ai contenuti, chi avrebbe mai potuto pensare di realizzare un film che cominciasse dalla fine, e cioè della morte del protagonista, destrutturando completamente il meccanismo classico della narrazione filmica, attraverso una ricostruzione della vicenda che si basa sui flashback e i ricordi dei personaggi?

La risposa è semplice: un Genio, ma anche un ingenuo e uno sprovveduto.

E non ho (volutamente) detto tante altre cose: che in tutto il film non c’è un’ inquadratura sbagliata, che il finto cinegiornale del prologo è una delle cose più belle che io abbia mai visto, che questo film è una denuncia del potere della stampa e di come essa può manipolare l’opinione pubblica, ma che è anche il racconto della vita di un uomo troppo grande che aveva tutto e che tutto fu capace di perdere, compreso l’amore.

Truffaut disse “appartengo a quella generazione di cineasti che ha cominciato a fare cinema dopo aver visto Quarto Potere”: perché è un film senza tempo, riferimento e stella polare per tutti coloro che fanno, hanno fatto e faranno cinema, e per tutti coloro che il cinema, semplicemente, lo amano.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 36 follower