Soldi Sporchi

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Soldi Sporchi (USA , Regno Unito, Germania, Francia, Giappone – 1998) di Sam Raimi                                                                                               Interpreti: Bill Paxton, Billy Bob Thornton, Bridget Fonda, Brent Briscoe, Jack Walsh

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Nonostante la filmografia di Sam Raimi sia sempre stata contraddistinta da incursioni nel fantastico e nell’horror, il suo capolavoro assoluto resta un film drammatico e profondamente “terreno”.

Il modo migliore per definire Soldi sporchi è glaciale. Non tanto per il contesto in cui si svolge la vicenda (il film è ambienatato in pieno inverno, in una cittadina del Nord America perennemente coperta da uno spesso strato di neve), ma per una messa in scena fredda, lineare, e per una sceneggiatura che, al contrario di altri film di Raimi, non lascia spazio nà all’ironia né alla fantasia.

Soldi Sporchi è un film sugli uomini, e sul potere che il denaro esercita su di essi: quella del protagonista  Hank è, tutto sommato, una vita felice (un lavoro fisso, una moglie innamorata e in attesa di un bebè, una bella casa), almeno fin quando egli scopre, insieme al fratello mezzo ritardato e ad un amico ubriacone, un tesoro di diversi milioni di dollari. A questo punto la prosopettiva di una vita “nomale” comincia a stare stretta sia ad Hank, che da padre di famiglia amorevole e rispettoso della legge e delle regole si trasforma in un ladro e un assassino, sia a sua moglie, vera “mente criminale” della vicenda. Il film mette in mostra il lato peggiore dell’essere umano: e lo fa mostrando splendidamente la metamorfosi che occorre nei protagonisti (Bill Paxtone Bridget Fonda non sono mai più stati così bravi);  menzione d’onore per Billy Bob Thornton, che dona al suo personaggio una malinconia e una tristezza sinceramente toccanti e quasi “fuori posto” in un film così crudele e così freddo, ma anche così straordinariamente coinvolgente.

Visioni dal 71° Festival del Cinema di Venezia

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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza non è certo un film “facile” (non è un caso che a Venezia, alla fine della proiezione, si siano sentiti tanti applausi ma anche qualche fischio): e questo perché la pellicola svedese che ha trionfato al Lido è caratterizzata da una lentezza davvero notevole. Lentezza che è però voluta, e che ha uno scopo: quello di  disegnare un mondo opprimente ed alienante, “grigio” come il colore della pelle dei personaggi che lo popolano, governato da convenzioni sociali ed omologazione (come dimostra la frase “sono contento che vada tutto bene”, pronunciata dai surreali protagonisti del film di Roy Andersson in qualsiasi tipo di situazione o contesto); un mondo triste, in cui anche l’ironia è intrisa di amarezza e di cinismo (si pensi ai personaggi dei venditori ambulanti, esilaranti nel loro proporre assurdi ed orribili gadget comici, ma che conducono un’esistenza misera e isolata). Il film è visivamente bellissimo (costruito senza alcun movimento di macchina, ma con una serie di immagini statiche in cui ogni dettaglio è perfetto, e in cui i tagli delle inquadrature danno all’opera un tono quasi espressionista), ma  ha la pecca di voler essere forse “troppo” ermetico: in fondo, un regista deve anche dare allo spettatore la “chiave” per capire quello che egli vuole dire, e questo purtroppo Roy Andersson non lo fa.

L’altro film che ho avuto il piacere di vedere a Venezia e’ stato  She’s funny that way, una piacevole commedia diretta da Peter Bogdanovich: il regista di Bersagli e L’ultimo spettacolo rievoca  la commedia sentimentale americana degli anni ’50 e ’60 (i continui riferimenti a Audrey Hepburn non sono un caso), e gira un film dal ritmo e dallo stile teatrali (peculiarità di tutti i film di Bogdanovich, cineasta molto “rigoroso” nella messa in scena delle sue opere). Gli interpreti sono tutti molto bravi; peccato la sceneggiatura sia un po’ confusionaria e, a tratti, abbastanza surreale: ma forse si tratta di una scelta voluta, visto che il film gioca molto sul tema della manipolazione della realtà nel mondo dello spettacolo (tutto il film è narrato in prima persona dalla protagonista, che racconta della sua ben poco credibile ascesa da  prostituta d’alto bordo a star del palcoscenico). Perché la vita reale, sembra volerci dire Bogdanovich, è molto più interessante se arricchita dalla finzione e dalla fantasia del cinema.

Articolo già apparso su I discutibili

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Cannibal Holocaust

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Cannibal Holocaust (Italia – 1980) di Ruggero Deodato                             Interpreti: Robert Kerman, Francesca Ciardi, Perry Pirkanen, Luca Barbareschi, Gabriel Yorke, Salvatore Basile

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Credo che troppo spesso si sia commesso l’errore di considerare Cannibal Holocaust un film epocale “solo” per la sua violenza efferrata, sconvolgente, senza filtri; oppure “solo” perché è stato il primo film ad utilizzare l’espediente del mockumentary, anni prima che questa tecnica divenisse celebre grazie a film come The Blair Which Project.

Tutti motivi più che validi per fare del film di Deodato un vero e proprio cult; cult che però a mio parere si fa apprezzare, oltre che per l’intelligenza di alcune scelte (l’ idea di far credere che i fatti narrati nel film fossero realmente accaduti fu, all’epoca, geniale), sopratuttto per il suo messaggio di denuncia (forse non voluto, almeno a giudicare dalle successive dichiarazoni del regista): i tre protagonisti della pellicola sono dei personaggi chiaramente disgustosi, accecati da una fame di denaro e di successo che li porta ad abbandonarsi alle crudeltà più efferate. Chi lo accusa di sensazionalismo non ha capito che il film è, al contrario, una denuncia di un certo modo di concepire i media e lo spettacolo (denuncia forse fatta da Deodato inconsciamente, visto che egli era per suo stessa ammissione un fan di Jacopetti e dei vari Mondo cane), una critica ad una società, quella occidentale, che considera le culture tribali come inferiori; e che per questo viene punita senza pietà.

Dal punto di vista tecnico, Deodato dimostra di essere un  grande regista, riuscendo a girare con maestria in condizioni disagiatissimne; e l’idea di dividere la pellicola in due parti (la seconda, quella della videocassetta ritrovata, girata in 18 mm e con la pellicola sporcata a mano da Deodato per aumentarne il realismo) assolutamente riuscita. La crudeltà è pura (e, a tratti, reale: diversi animali furono realmente uccisi durante le riprese, e per un periodo si pensò che anche gli attori fossero stati realmente assassinati), e la musica splendida di Riz Ortolani la rende ancora più efferrata. Tutti elementi che fanno di Cannibal Holocaust uno splendido cult senza tempo.

L’horror francese d’inizio millennio: Alta tensione, Frontiers, A l’interieur e Martyrs

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Che i francesi ci sapessero fare con l’horror, e che c’andassero giù anche abbastanza pesante in quanto a sangue, sgozzamenti e frattaglie varie, era prevedibile: del resto, il grand guignol l’avevano inventato loro, quasi un secolo fa. Eppure chi l’avrebbe detto che a partire dal 2003 il cinema d’oltralpe avrebbe sfornato nel giro di pochi anni una serie di prodotti horror così d’alto livello, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei contenuti?

Tutto comincia con un film a basso budget che omaggia il cinema di genere americano, in particolare lo slasher:  Alta Tensione, opera prima di Alexander Ajia, forse non è nulla più che un claissco film di genere (la trama è a dir poco inflazionata: due ragazze si rtirovano sperdute in campagna in balia di un pazzo assassino che ha già sterminato la famiglia di una di loro), ma la messa in scena eccelsa nonostante i pochi mezzi a disposizione, la violenza efferata, e un bel finale a sorpresa, ne fanno un prodotto nettamente sopra alla media degli horror di genere europei. Stesso discorso per Frontiers – Ai confini dell’inferno, del 2007, diretto da Xavier Gens: anche qui la trama è scontata (un gruppo di ventenni in fuga da una rapina si rfiugia in uno sperduto casale di campagna abitato una famiglia di pazzi assassini), ma anche qui il film si distingue: per la violenza esasperata certo (il film è sconsigliato ai deboli di stomaco), ma in particolare per la volontà di affrontare temi forti, come il dramma degli immigrati che vivono relegati nelle perfierie parigine, isolati e ghettizzati dalla borghese società francese, e che nel film per una sorta di contrappasso vengono torturati e trattati come bestie da una famiglia di folli nazisti.

Poi, dopo questi due ottimi film, sono arrivati due piccoli capolavori.

Sempre del 2007 è infatti A l’interieur, un film dolorossissimo diretto a quattro mani da Alezandre Bustillo e Julien Maury, che sfrutta al meglio il classico espediente della donna sola in casa assediata da un temibile assassino, ma che lo arricchisce di elementi nuovi e innovativi: per cominciare, la protagonista che di solito “vince” viene qui sfregiata, crocifissa, mutilata, insomma devastata nel fisico come nella mente (sembra essere radicata nei francesi l’idea che tutti siamo colpevoli di qualcosa, e che quindi un percorso di purificazione fatto di sofferenze fisiche e mentali sia inevitabile, come dimostrerà anche il successivo Martyrs); e poi la riflessione interessante sulla maternità, sul diritto che ogni donna ha di generare la vita (e su quello che è disposta a fare pur di metterlo in pratica). Un film bellissimo, girato tra quattro mmura ma con un grande senso dello spazio, e tremendamente pessimista.

Pessimismo che non manca nemmeno a Martyrs di Pascal Laugier (2008). Si tratta non solo di un film straordinario, ma anche di una delle opere più disturbanti mai realizzate: un film che provoca del dolore fisico allo spettatore, che quasi si sente addosso i tagli e le mutilazioni che si infligge la povera Lucie, devastata da un passato di violenze e torture. Un film che non lascia un attimo di respiro allo spettatore: che mescola l’horror paranormale alla storia di vendetta, il torture al film demoniaco, e che è pieno di colpi di scena: dopo un’ora, dopo una sequenza impressionante di uccisioni e mutilazioni, il film sembra finito; e invece il peggio deve ancora venire, con l’inizio della “vera” martirizzazione ai danni di Anna. Se forse il finale è una scappatoria un po’ troppo comoda per Luagier, il regista francese dimostra comunque grandi doti: gira il suo film benissimo, gestisce al meglio gli spazi, ma soprattutto rende appieno il dolore dei personaggi e l’alone mistico di tutta la vicenda, rappresentato dal personaggio mefistofelico della Mademoiselle. Un’opera bellissima sul dolore, sull’espiazione, e sul potere salvifico di sentimenti come l’amore e l’amicizia: perché solo essi danno ad Anna la forza di non avere paura,e di affrontare il suo ineluttabile destino.

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eXistenZ

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eXistenZ (1999, Canada-Regno Unito) di David Cronenberg

Interpreti: Jennifer Jason Leigh, Jude Law, Ian Holm, Willem Dafoe

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Cosa è reale? Ciò che percepiamo è effettivamente quello che c’è intorno a noi, o c’è una realtà altra, una rappresentazione del reale assimilabile alle “ombre” del mito della caverna di Platone? Sono solo alcune delle domande che film come Inception o Matrix (uscito praticamente in contemporanea con eXistenZ, che forse per questo fu un po’ “snobbato” da critica e pubblico) hanno provato a porre, dando risposte più o meno convincenti.

Diversamente, il gioiello diretto da David Cronenberg non dà risposte, ma anzi lascia lo spettatore con più domande di quante ne avesse. L’ultima battuta della pellicola (“Siamo ancora nel gioco?”) e lo sguardo a metà tra il disorientato e il sorpreso dei due protagonisti, sono esplicativi: eXistenz è un continuo entrare e uscire dalla realtà, un susseguirsi di salti dal mondo reale a quello virtuale; e alla fine nessuno, né i personaggi né gli spettatori, sanno se sono fuori o dentro la caverna, se stanno guardando il mondo reale o solo le sue “ombre”.

Il film, che si muove ai confini tra la fantascienza, l’horror e il cyberpunk, è girato in maniera splendida, con attori nella parte, ed è sorretto da una sceneggiatura avvincente (una cosa simile era stata fatta su scala minore da Salvatores con Nirvana) e sugli elementi classici del cinema di Cronenberg: mutazioni della carne, fusione di oggetti con il corpo umano (il legame con Videodrome è evidente). eXistenz è un film che non strizza l’occhio allo spettatore (se a Cronenberg avessero proposto un escamotage come quello della trottola del finale di Inception probabilmente sarebbe inorridito), ma che invita comunque a riflettere: è giusto cullarsi in un mondo fittizio, quale può essere quello offerto dai media, dalla rete o dalle realtà virtuali, mentre un altro mondo, quello vero, va alla sfacelo? Domande che nel 1999 forse erano premature (questo potrebbe essere stato un altro dei motivi dell’insuccesso di eXistenZ) ma che oggi sono tremendamente attuali. E che dimostrano come Cronenberg sia sempre stato avanti di decenni rispetto ai suoi colleghi.

The wolf of Wall Street

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The Wolf of Wall Street (USA – 2014) di Martin Scorsese

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Jean Dujardin, Matthew McCounaghey

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Partiamo con il presupposto che l’accoppiata Di Caprio-Scorsese è una garanzia: dal sin troppo sottovalutato Gangs of New York, passando per gli splendidi The Departed e Shutter Island, questi due grandi artisti hanno dato vita, nell’ultimo decennio, a momenti di grande cinema. L’unica pecca sul cammino artistico dell’ ninsolita coppia è stato il deludente The Aviator: troppo lungo, ripetitivo, e con tutti i difetti di sceneggiatura che un biopic si porta dietro. The wolf of Wall Street è un film che a mio parere si colloca a metà strada tra i grandi lavori della coppia, già citati prima, e i limiti di The Aviator:  con quest’ultimo condivide le problematiche legate ad una lunghezza eccessiva, e ad una ripetitività di alcuni temi/sequenze (i discorsi del protagonista alla platea di dipendenti che lo ascoltano in estatsi, le orgie, i litigi con la moglie) che, in generale, appesantiscono abbastanza la pellicola. Di contro, il film gode di una prima parte brillantissima (in cui viene descritta l’ascesa di Jordan Belfort, uno dei broker di maggiore successo della storia Wall Street, alla cui auto-biografia il film è ispirato), e di una regia perfetta (ma potrebbe essere altrimeni?) oltre che di un Di Caprio bravissimo ad andare sempre e volutamente sopra le righe.  The wolf of Wall Street è un film che denuncia i deliri di un mondo fondato su di un’illusione, quella dei mercati azionari, e di una società fondata sull’idea che che chi ha di più, chi possiede di più, è il più forte; una società in cui non c’è spazio per l’etica, e in cui tutti sono (siamo?)potenziali polli da spennare. In questo senso l’opera di Scorsese è durissima, un vero e proprio pugno allo stomaco: e il turpiloquio costante, il maschilismo esasperato, e le continue sequenze di sesso e di droga che contraddistinguono il film hanno proprio lo scopo di generare nello spettatore il disgusto (fisico) per un mondo in cui al centro non vi è la persona, ma il dio danaro. Concetto esemplificato splendidamente dal personaggio di Mathhew McCounaghey nei primi 10 minuti di film, in un bellissimo monologo che è anche il manifesto di The wolf of Wall Steet. 

Sam Peckinpah e Walter Hill: una visione del mondo e della violenza

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Su Sam Peckinpah e Walter Hill ho già detto molto in alcuni precedenti post.  Si tratta degli autori che, più di tutti nel cinema americano, hanno portato avanti un’idea di cinema (e quindi una loro visione del mondo) basata sulla violenza e sui rapporti di forza tra gli individui, in cui non esistono “buoni” , e i cui il più forte ha sempre la meglio sul debole. Non sono certo “buoni” (anche se non privi di una loro forma personale di “onore”, che li porta nel finale a uno dei sacrifici più spettacolari e violenti nella storia del cinema) i protagonisti del capolavoro assoluto di Peckinpah,  Il Mucchio selvaggio,  pellicola caratterizzata da sequenze d’azione girate con un montaggio “spezzettato” che sembra allungare tremendamente il tempo dell’azione; il film, storia di un gruppo di ladri che si fa assoldare per rubare un carico di armi per un gruppo di rivoluzionari messicani, ha anche un’importante valore storico, in quanto sancì di fatto la fine del western “classico” e la nascita di un genere più violento e barocco. E non è certo un “buono”, il protagonista de Voglio la testa di Garcia, un cantante di pianobar messicano che, per intascare una grossa taglia, deve recuperare la testa di un uomo morto. Il paradossale viaggio del protagonista in compagnia della testa mozzata diventa il dramma di un uomo che, spinto dal desiderio del denaro, perde tutto, compresa la donna che amava. Perché il mondo, per Peckinpah, non lascia speranze a nessuno.

Walter Hill sembra aver ereditato da Peckinpah non solo la disillusione tipica di un mondo privo di eroi e senza speranze, ma anche il ruolo centrale che la violenza ha nel cinema, seppure con qualche differenza nello stile e nella messa in scena (Hill è più essenziale e meno barocco di Peckinpah). L’incontro tra i due autori avviene nel film Getaway, sceneggiato da un giovane Hill e diretto da Peckinpah: storia d’amore mascherata da film d’azione, non credo sia un film eccezionale, ma è comunque un esempio perfetto di come si possa fare grande cinema d’azione anche sfruttando pause lunghissime, preludio a esplosioni di violenza improvvise e devastanti. Hill renderà omaggio al suo maestro in pellicole di cui ho già parlato (I cavalieri dalle lunghe ombre e Ricercati ufficialmente morti) ma anche in due western “atipici” negli anni ’90: Ancora Vivo e Geronimo. Il primo è un noir, rivisitazione gangster di Per un pugno di dollari di Leone, un film intriso di un pessimismo e di una malinconia perfettamente rappresentata dal protagonista (Bruce Willis) e da un’atmosfera crepuscolare e senza speranza: al solito, splendide le sequenze d’azione (che rimandano anche in parte al cinema d’azione di Honk Kong) e la messa in scena. Geronimo invece è un affresco storico, un punto di vista diverso su un pezzo di storia dell’America (la lotta dell’esercito contro l’ultimo grande guerriero Apachi). Un cast eccezionale (Gene Hackamn, Robert Duvall, Wes Studi, un giovanissimo Matt Damon) mette in scena non solo il dramma dei pellerossa scacciati dalle proprie terre, ma anche quello dei militari americani che, rendendosi conto del sopruso che stavano mettendo in atto, cercarono in tutti i modi di salvaguardare il proprio onore e quello del proprio Paese. Geronimo è sostanzialmente un film che non sta  né da una parte nè dell’altra, ma guarda oggettivamente alla Storia e agli uomini, ai  lati positivi e negativi della vicenda che riporta: perché non esiste giusto o sbagliato nel cinema di Sam Peckinpah e Walter Hill.

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La mafia uccide solo d’estate

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La mafia uccide solo d’estate (Italia – 2013) di Pierfrancesco Diliberto   Interpreti: Pierfrancesco Diliberto, Cristiana Capotondi, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta, Alex Bisconti

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Il rischio che si corre quando si fa un certo cinema d’inchiesta è di riuscire a raggiungere, col messaggio che si vuol lanciare, solo chi sull’argomento ha già una sua idea, chi è già “di parte”; e la differenza tra il cinema “didattico” e quello “di genere” sta proprio nel fatto che quest’ultimo, essendo fruibile da un pubblico più vasto, può dire qualcosa a tutti.

Ho fatto questa piccola premessa non perché La mafia uccide solo d’estate sia un film di genere, ma perché resta sostanzialmente una commedia: e la commedia può essere un mezzo potentissimo per narrare storie o raccontare fatti con scopi “didattici”, pur mantenendo toni leggeri e adatti a un pubblico più vasto.

Il racconto della vicenda sentimentale di Arturo (Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, qui al suo esordio sia come regista che come interprete) e Flora si intreccia con gli avvenimenti che insanguinarono Palermo tra la fine degli anni’70 e i primi anni’90 (gli anni degli omicidi dei giudici che lottarono contro Cosa Nostra, del maxi-processo, della seconda guerra di mafia). Arturo entra in contatto con diversi protagonisti di quella stagione drammatica (il generale Dalla Chiesa, che il piccolo protagonista intervista pochi giorni prima della sua morte; Rocco Chinnici, che abita nello stesso palazzo di Flora; Boris Giuliano, che gli insegna ad apprezzare i dolci palermitani) e attraverso i suoi occhi innocenti lo spettatore assiste al dramma di una popolazione dilaniata dall’omertà e dalla convivenza con un “sistema” che solo il coraggio (e il sacrificio) di uomini straordinari sono riusciti, in parte, a scardinare.

Attraverso una regia volutamente surreale e ironica, Pif realizza un film che inizialmente potrebbe non sembrare “voler fare la morale”; ma che nel finale, toccante quanto sincero, si rivela per quello che è: un monito ed un insegnamento per le nuove generazioni (e per quelle che verranno). Cosa che rende questo piccolo film, nonostante le sue imperfezioni (su tutte l’interpretazione di Pif, troppo macchiettistica e legata al suo personaggio televisivo) assolutamente da vedere.

I mostri e i fumetti secondo Guillermo Del Toro

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Hellboy_Guillermo_del_ToroChe Guillermo Del Toro, da sempre appassionato di mostri e creature fantastiche, si sarebbe ritrovato prima o poi ad adattare un fumetto per il cinema, era una cosa quasi naturale. L’occasione gli capita nel 2002 quando, nonostante il flop della megaproduzione Mimic (che gli studios americani gli avevano affidato impressionati dalla sua opera prima, Cronos), a Del Toro viene affidata la direzione di Blade II. Il regista messicano non gira certo un capolavoro, ma il secondo capitolo della saga cinematografica sul vampiro interpretato da Wesley Snipes è nettamente migliore del precedente: le scene d’azione sono ottimamente girate, e Del Toro non si risparmia certo in quanto a violenza e momenti splatter. Alcune sequenze sono visivamente molto belle (come quella nei sotterranei) e compensano una sceneggiatura non proprio eccezionale, oltre che degli effetti speciali un po’ mediocri. La parte migliore del film è però sicuramente il finale, privo dell’happy-end classico del comic-movie americano, ma al contrario pessimista e per nulla consolatorio.

Blade II ottiene un buon successo,e così al regista messicano viene affidata, due anni dopo, la trasposizione cinematografica di un altro fumetto, Hellboy: Del Toro ha l’intuizione di snaturare il comic originale, sostituendone i toni noir e malinconici con lo stile barocco che gli appartiene. Forse Hellboy soffre la poca libertà data dalla produzione al regista (il film è pieno zeppo di luoghi comuni e di spacconate americane), ma la scelta coraggiosa di un antidivo come protagonista (il grandissimo Ron Perlman) e i toni un po’ retrò di personaggi e ambientazioni, rendono comunque il film molto interessante.

Molto meglio comunque il secondo capitolo: Hellboy – The golden army (2008) è un film in cui Del Toro gode di una libertà quasi totale, e può così dare sfogo a tutta la sua fantasia. Visivamente parlando, l’opera è bellissima, una delizia per gli occhi; e anche le creature fantastiche che la popolano sono pensate e realizzate in maniera eccezionale, davvero “belle da vedere”, per quanto mostruose esse siano. C’è poi anche qui, come in Blade II, un’atmosfera per nulla consolatoria: la scena in cui la Morte predice che sarà proprio Hellboy a portare la distruzione sulla Terra, e tutte le possibili implicazioni dovute ai “figli del demonio” che Liz porta in grembo, dimostrano come questo non sia il “solito” film sui fumetti. La stessa storia d’amore tra l’uomo-pesce e la principessa, o la morte dei due fratelli nel finale (il cattivo è ancora Luke Goss, lo stesso di Blade II, che anche qui fa una discreta figura, dando vita a un principe decaduto di grande spessore) dimostrano ancora una volta come Del Toro sia un regista che, nonostante racconti sempre di mostri e universi fantastici, non lo faccia mai in maniera convenzionale o scontata.

Peter Bogdanovich: rigore formale, nostalgia e delicatezza.

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bogdanovich-doc_optQuello di Peter Bogdanovich è un cinema che ha sempre fatto del formalismo e del rigore la sua pietra angolare; e la sua opera prima, Bersagli (1968), già mostrava questa caratteristica.

Il film racconta due vicende apparentemente slegate (l’addio al grande schermo di una star del cinema dell’orrore e la follia omicida di un ragazzo che comincia a sparare da un tetto su ignari passanti): girato in maniera rigorosissima, con un senso dello spazio quasi geometrico (Bogdanovich sa sempre dove mettere la macchina da presa, e dal punto di vista formale la messa in scena è impeccabile) e con una commistione tra realtà e finzione cinematografica che dona al film un’atmosfera quasi surreale (bellissimi sia l’incipit, in pratica un cortometraggio horror in stile Hammer, che finale, in cui le scene del film proiettato sul grande schermo si alternano a quelle del massacro che intanto sta avvenendo nel drive-in), Bersagli è un film durissimo. Cosa spinge il giovane protagonista a diventare un serial killer spietato? La risposta è abbastanza semplice: la normalità, la vita piatta che ogni giorno si ripete secondo regole precostituite, ma dietro la quale si nasconde un mondo crudele (non è un caso che il giovane protagonista sia un reduce della guerra del Vietnam). Bersagli è però anche il testamento spirituale di Boris Karloff (che qui, di fatto, interpreta sé stesso): lui che aveva sempre spaventato il pubblico con i suoi mostri ed i suoi personaggi inquietanti, nel finale si scontra con il giovane assassino (il “mostro” di oggi) e, dopo averlo sconfitto, pone (al mondo e allo spettatore) la seguente domanda: “Era questo che vi faceva così tanta paura?” . Perché la “paura” generata dal grande schermo non è niente rispetto a quella di un mondo che non propone vie d’uscita. Sembrano senza troppe vie d’uscita anche i due giovani protagonisti de L’ultimo spettacolo (1971), considerato il capolavoro di Bogdanovich (ma che a mio parere non raggiunge le vette di Bersagli). Girato in un bianco e nero pulitissimo e con uno stile ed un’atmosfera retrò che rimandano a un’idea di cinema che non c’è più (quella della nostalgia dell’epoca d’oro del cinema americano è una costante dei film di Bogdanovich), L’ultimo spettacolo è una delle pellicole che meglio descrivono la perdita dell’innocenza di una generazione, quella dei ventenni americani degli anni ’50, che di lì a poco si contrerà col dramma della guerra di Corea.

Anche ne L’ultimo spettacolo il rigore formale di Bogdanovich è evidente: la sua regia è quasi teatrale, e non è un caso che un altro dei suoi film, Rumori fuori scena (1992), sia la storia di una compagnia e dei loro disastrosi tentativi di mettere in scena una commedia degli equivoci. Un film forse con qualche debolezza e ingenuità nella sceneggiatura, ma dal grande ritmo, che mostra proprio come il regista sia abile a muovere la cinepresa negli spazi “geometrici” e in qualche modo limitati del palcoscenico.

Bogdanovich mostra poi il suo lato più dolce nel toccante Dietro la maschera (1985), storia di un ragazzino dal volto devastato da una rarissima malattia, la leontiasi: grazie alla sua intelligenza, alla sua simpatia, e ad una madre coraggiosa quanto anticonformista (una splendida Cher, mentre il bambino è interpretato da un giovanissimo Eric Stolz) riuscirà persino a trovare l’amore; ma il mondo resta un posto crudele, dove i sogni vengono irrimediabilmente spezzati: ed è bellissima la scena in cui Rocky “svuota” la mappa dell’Europa che tanto aveva desiderato visitare, prima di addormentarsi per l’ultima volta.

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