Il cinema di Walter Hill

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the-warriorsI guerrieri della notte (1979) è stato il primo, grande successo di Hill, e resta ad oggi il suo incontrastato capolavoro. E’ un film che, come molte altre opere del regista americano, sembra essere ambientato al di fuori del tempo e dello spazio, in una dimensione onirica in cui i protagonisti sono dei cavalieri erranti (non è un caso che il film sia una rielaborazione in chiave moderna della Anabasi di Senofonte) e i nemici più che delle gang di teppisti sembrano degli zombie o dei banditi di un western. Perché I guerrieri della notte è un film che trascende i generi, un western metropolitano travestito da horror, un’opera capace di alternare la violenza pura alla poesia (la scena nella galleria della metro, con un treno che sfreccia alle spalle della puttana e del delinquente che si baciano, resta uno dei momenti più sporchi e romantici della storia del cinema), e in cui l’impatto visivo è devastante; la fotografia notturna di una metropoli spettrale, le ambientazioni desolate in cui si svolgono i momenti chiave del film (il luna park abbandonato, la spiaggia del duello decisivo): il tutto concorre a rendere questo un film davvero splendido.

L’altro grande capolavoro di Hill è I guerrieri della palude silenziosa (1981) è invece la storia di una squadra di marines che, durante un addestramento, si scontrano con un gruppo di bracconieri cajun che cominciano ad ucciderli uno dopo l’altro. Si tratta di un film senza speranza, un vero e proprio incubo ambientato nella giungla, in cui un gruppo di uomini si scontra con un nemico invisibile e terrificante. Ancora una volta Hill usa uno stile “sporco”, e la violenza sembra sempre pronta ad esplodere quando lo spettatore meno se lo aspetta (la scena della morte del personaggio di Peter Coyote è emblematica in questo senso). Nel finale di questo film bellissimo e claustrofobico (nonostante sia tutto ambientato all’aperto, lo spettatore ha di continuo la sensazione di essere accerchiato, confinato in uno spazio angusto ed opprimente), Hill dimostra anche di saper usare alla grande la tecnica della suspence, senza peraltro lasciare allo spettatore nemmeno l’illusione di un finale consolatorio.

Perché il cinema di Hill è senza speranza: come lo sono i suoi personaggi, destinati a perdere sin dal principio, incapaci di cambiare ciò che sono. Che è poi quello che dice lo splendido poliziotto interpretato da Morgan Freeman in Johnny Il Bello (1989) storia di un gangster sfigurato (Mickey Rourke, grandissimo) che prova a cambiare vita (e faccia), ma che non riuscirà a resistere al richiamo della vendetta, finendo, ovviamente, male. Arricchito da interpreti azzeccatissimi e da un finale quasi irreale (la sparatoria finale è ambientata in un cimitero di pietra abbandonato), in Johnny il bello si nota anche un’evoluzione, un cambio nello stile di ripresa delle scene d’azione: le sequenze delle due rapine sono girate con un montaggio serrato, quasi da videoclip, e con zoom improvvisi che fanno sentire lo spettatore tremendamente dentro all’azione, quasi come se fosse insieme a Mickey Rourke o a Lance Henriksenn a derubare banche.

Nonostante questa evoluzione, nel tempo, dello stile di Hill, è chiara l’influenza che su di lui ha avuto Sam Peckinpah, per il quale Hill lavorò come sceneggiatore all’inizio della carriera: il senso dell’azione e del montaggio, la padronanza del mezzo tecnico, l’ uso del rallenti per donare lirismo e poesia anche alla scena più violenta. E non lo si può non notare in Ricercati: ufficialmente morti (1987), in cui Nick Nolte interpreta un duro ed incorruttibile sceriffo, vecchio amico di un narcotrafficante che si ritrova ad avere a che fare con un manipolo di ex-militari in missione segreta . Il film, sempre fortemente pessimista, è puro Peckinpah: nella costruzione delle scene d’azione, nell’elaborazione del massacro finale, che si rifà chiaramente a Il Mucchio Selvaggio, sia per la messa in scena che per l’ambientazione . Un film forse i cui personaggi sono costruiti in maniera un po’ prevedibile: ma è questo il cinema di Hill, un cinema in cui si muovono uomini e donne dal ferreo codice morale, cui non sono concessi dubbi e/o paure (e Nick Nolte è in questo senso assolutamente splendido). Il vero omaggio che però Hill dedica al suo maestro Sam Peckinpah è I cavalieri dalle lunghe ombre (1980). Questo western, di stampo “classico”, narra la storia della banda di Jesse James (il film è stato girato utilizzando come interpreti delle vere “famiglie” di attori: i Keach, i Carradine, i Quaid e i Guest), in quella che è una appassionata dichiarazione d’amore verso un cinema che non c’è più.

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Il serpente e l’arcobaleno

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Il serpente e l’arcobaleno (Usa, 1988) di Wes Craven

Interpreti: Bill Pullman, Cathy Tyson, Zakes Mokae, Paul Winfield, Brent Jennings, Conrad Roberts

SERPENT-AND-THE-RAINBOW-THE-Silver-Ferox-Design-WEB-1024x768Wes Craven è sempre stato interessato a tutto ciò che ruota intorno ai temi del sogno e della finzione; e non è un caso che si sia divertito a destrutturare, in numerosi dei suoi film (Scream su tutti, ma anche Nightmare –  Nuovo Incubo) il mezzo di finzione per eccellenza, e cioè il mezzo cinematografico.  Ma è nel campo della pura rappresentazione visiva del sogno (o meglio, dell’incubo), che secondo me Craven mostra davvero tutto il suo talento. Il serpente e l’arcobaleno è un film bellissimo da questo punto di vista: un horror visionario, delirante, in cui gli incubi vissuti in prima persona dal protagonista prendono vita in maniera talmente realistica da apparire quasi una componente “normale” della storia; e il merito è proprio di Craven, che non esagera mai con effetti roboanti, ma dosa sempre con intelligenza i momenti in cui la realtà e la finzione di mescolano; come avveniva del resto anche nel suo capolavoro, Nightmare.

Arricchito da un bellissimo prologo, ambientato nella giungla africana, e da un caotico e spettacolare finale, che si svolge nelle prigioni sotterranee di Haiti, Il serpente e l’arcobaleno si rivela inoltre essere un esempio “di scuola” di come l’horror sia un genere capace di dire qualcosa anche sulla società e sulla politica: la pellicola è infatti ambientata durante gli ultimi giorni della dittatura di Francois Duvalier (tant’è che l’ottimo “villain” del film, interpretato da Zakes Mokae, è il capo della polizia segreta di Haiti), e gli orrori cinematografici di Craven sono quasi meno orripilanti delle torture e della crudeltà  che contraddistinguono la Storia. Un film delirante, bellissimo, e “politico” nel vero senso del termine, e quindi per questo da vedere assolutamente.

Boomstick Award 2014

boomstickaward2014Qualche folle ha deciso di fregiarmi del premio Boomstick Award 2014 (e ricevere un premio che raffigura Bruce Campbell, bè, è cosa di cui vantarsi per secoli a venire), per cui mi appresto a fare lo stesso.

Ecco le regole (imposte da Hell, che ha dato vita al premio) che chi, come me, è così sfortunato da ricevere il premio, deve rispettare:

1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore

2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione

3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto

4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come io le ho concepite

Ok, passo ai premiati:

Il giorno degli zombi, di Lucia Patrizi

Il motivo è semplice: se c’è un’autorità in fatto di cinema horror nel Bel Paese, questa autorità risponde al nome di Lucia Patrizi. La quantità di film che ho scoperto spulciando il suo blog è davvero impressionante (Triangle, The Children, The girl’s next door, solo per citare quelli che mi hanno più colpito), per cui non potevo non pensare a lei per prima, non me ne vogliano gli altri.

Lo spettatore indisciplinato, di Viga

Perchè Viga non è un blogger, è una leggenda. Certo non è esente da difetti (mangia bambini a colazione, odia Spielberg, adora Von Trier), ma lo lovvo lo stesso.

Il Bollalmanacco del cinema, di Erica Bolla

Perchè è una blogger della prima ora, perchè ti fa divertire quando scrive di cinema ma anche quando scrive amenità varie sul suo profilo fb.

Araknex Movies, di Chiara Pani

Altra autorità in fatto di horror e thriller, ma non solo. Negli ultimi tempi scrive molto di meno, perchè lavora anche su Fasciantion Cinema, rivista on-line davvero illuminante su novità e curiosità da mondo del cinema di genere.

Cinema e missili, di Missile

Perchè se le vostre conoscenze sul cinema asiatico sono disseminate di ombre inquietanti, esiste solo una persona che potrà illuminarvi: Missile

Backpacker, di Stefano

Perchè personalmente adoro viaggiare, e il sito/blog di Stefano è non solo un modo per poterlo fare restando comodamente seduti davanti al pc, ma anche uno spunto interessante per pianificare un giro in qualche zona sperduta del mondo.

La finestra sul cortile, di RearWindow

Perchè è un blog dove si parla senza eccessi e populismi di politica, attualità, e qualche volta anche di cinema e musica, con uno stile sempre garbato ed equibilibrato.

Ok, è andata. I sette premiati, se vorranno, potranno  assegnare a loro volta il Boomstick ad altri blog. Però, come ricorda Lucia Patrizi sul suo blog, state attenti: se non seguite le regole di cui sopra, vi vedrete recapitare tramite corriere la seguente immagine. Non un bel vedere, e dicono porti pure sfiga.

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La casa dalle finestre che ridono

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La casa dalle finestre che ridono (Italia, 1976) di Pupi Avati         Interpreti: Lino Capolicchio, Francesca Marciano, Gianni Cavina, Vanna Busoni, Andrea Matteuzzi, Bob Tonelli

casa21Ciò che rende straordinaria, e a suo modo unica, la prima (e migliore) digressione di Pupi Avati nei generi del thriller e dell’horror, è la dimensione onirica e delirante che il regista bolognese ha saputo donare al suo film (ed a oggi suo indiscusso capolavoro).

La casa dalle finestre che ridono ha infatti una trama abbastanza classica (un esperto d’arte viene mandato in un paesino della pianura padana per  restaurare un misterioso quadro, al quale sembrano legate sparizioni, riti demoniaci, sacrifici umani e orribili omicidi), ma è la messa in sena a renderlo un film magnifico: Avati ricrea un’atmosfera tipica dei film di fantasmi (si pensi all’incipit, o a scene come l’apparizione dalla nebbia della figura di Flavia Giorgi), che dona al film una dimensione disturbante e allucinata, e allo spettatore la sensazione di stare vivendo un incubo, piuttosto che vedendo un film. Lo dimostrano le due scene finali, in cui il protagonista svela il mistero che si cela dietro la storia del “pittore di agonie” e delle sue due misteriose sorelle, in cui Avati sceglie di mostrare il tutto in soggettiva, attraverso gli occhi del protagonista, accentuando quindi il coinvolgimento emotivo dello spettatore.

Tecnicamente ineccepibile, con un cast fatto di comprimari eccezionali (Gianni Cavina, che interpreta il tassista ubriaco, o Bob Tonelli, che ha invece il ruolo del sindaco nano),  La casa dalle finestre che ridono ha il merito di essere un film che mette davvero paura ogni volta che lo si rivede: alzi la mano chi non ha quasi urlato di terrore mentre guardava il finale del film,  o chi non si è sorpreso a saltare sulla sedia in una delle tante scene ambientate nella casa abbandonata. Interessante anche la scelta di ambientare il tutto in un contesto atipico per l’horror, la pianura padana (una cosa simile l’aveva fatta Fulci con il suo Non si sevizia un paperino, ambientato in un paesino del sud italia) che però ben si presta all’atmosfera morbosa e terrificante che pervade tutto il bellissimo La casa dalle finestre che ridono.

 

Bob il giocatore, Lo Spione e Notte sulla città: il noir secondo Jean Pierre Melville

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1099213_spione_20130125_thumb_bigCome scrissi qualche post fa, Melville è un regista che ha vissuto di vita propria all’interno del cinema francese, in quanto poco ascrivibile a qualsivoglia “corrente” o scuola di pensiero (celebri gli attriti che ebbe con quasi tutti gli esponenti della Nouvelle Vague). Questo anche perché Melville ha, a suo modo, creato un universo a sé stante: un universo fatto di contesti e ambientazioni reali, ma messi in scena con uno stile onirico e con una fotografia asettica, come se fossero “luoghi” di un altro mondo (si pensi ai night club, tutti sotto il livello della strada, metafora di una dimensione “infernale” e sotterranea; o gli uffici di polizia, arredati come se fossero musei di antiquariato); un universo in cui si muovono gangster e poliziotti tratteggiati in maniera così marcata da sembrare quasi personaggi dei fumetti; un universo che affonda le sue radici nel noir americano, e che Melville ha creato film dopo film.

Già in Bob il giocatore (1955), suo primo successo, un noir violento ma girato con una certa leggerezza e quasi con ironia, si intravedono lo stile di Melville e, soprattutto, i suoi personaggi duri, integerrimi, integri fino al midollo (e quindi facenti parte di una “mitologia”, di un mondo lontano da quello reale). Bob, protagonista del film, è un giocatore d’azzardo che non bara, che difende e prova ad “educare”  i suoi protetti; insomma, un “cattivo” che ha però un codice morale, un’etica da seguire. L’inevitabilmente tragico  finale (anche se Bob chiuderà il film con una battuta) è un’altra delle caratteristiche tipiche dei film di Melville, e che è presente anche ne Lo Spione (1963) forse in assoluto il suo capolavoro assoluto insieme a Nick Costello faccia d’angelo. Film tecnicamente inarrivabile (il piano sequenza d’apertura, i movimenti di macchina nelle scene d’azione, la fotografia immensa), imperniato su di una sceneggiatura costruita con un meccanismo a scatole cinesi (dove nulla è quello che sembra, e in cui i flashback si susseguono l’uno dietro l’altro) è un’opera in cui tutto ruota intorno allo splendido Jan Paul Belmondo, che interpreta un gangster integro, una sorta di samurai moderno che pur di non tradire un amico arriverà a sacrificare la propria vita.

Per il suo ultimo film Notte sulla città (1972), Melville sceglierà come protagonista un poliziotto, non un gangster, raggiungendo con quest’opera la sublimazione del suo stile: il suo ultimo lavoro è infatti quasi del tutto privo di dialoghi, con ambienti e colori di una freddezza difficilmente descrivibile a parole, che contribuiscono ad allontanare sempre più il mondo di Melville da quello reale; un mondo in cui uno Alain Delon, commissario alla ricerca di tre ladri che stanno seminando il terrore per Parigi, si muove spaesato, senza alcun riferimento.

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The Society: la condanna dell’America reaganiana di Brian Yuzna

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society6The Society è un film che vive di attesa. Un film in cui ogni elemento della prima ora di pellicola (gli incubi del giovane protagonista, le misteriose morti dei ragazzi che lo circondano, gli atteggiamenti sospetti dei familiari e del vicinato) è preparazione a un finale catartico, indimenticabile.

Non si può infatti non partire dalla fine con The Society: un film che è una critica spietata all’ America Reaganiana (l’horror, non bisogna mai dimenticarlo, è il genere più “politico” che esista) e ai valori su cui un certo tipo di borghesia americana si  è da sempre fondata: tutti i ricchi, i capitalisti, tutti coloro che sono interessati solo al denaro, alle apparenze, si trasformano al termine del film in mostri che “succhiano” e divorano i più deboli (e quindi che “sfruttano” le classi minori, il proletariato) in un’orgia di mutazioni che ha pochi eguali nella storia del cinema, sia per come è girata, sia per il livello di esasperazione che fa raggiungere allo spettatore, costretto all’assistere agli orrori messi in pratica dai mostri del film. E si faccia attenzione: si tratta di mostri, non di alieni: perché queste sono creature partorite dal nostro mondo, dalla nostra “società”, appunto:  sono come noi. O, forse, siamo proprio noi.

Un film a suo modo straordinario, girato benissimo e ricco anche di momenti ironici (il padre del protagonista, durante una delle sue mutazioni, si mette la testa al posto dell’ano, e dice al figlio “avevi ragione, ho davvero una faccia da culo!”), oltre che visivamente intrigante e disturbante.

Yuzna, qui al suo primo lavoro da regista, aveva già prodotto diversi film di Stuart Gordon (tra cui Re-Animator e From Beyond), e dimostrerà col tempo di avere un gran fiuto come produttore (dirigerà la Fantastic Factory, costola “fantastica” della Filmax International, casa di produzione spagnola che ha scoperto, tra gli altri, i vari Paco Plaza e Jaume Balguerò); come regista non tornerà mai ai vertici di The Society, anche se dirigerà comunque negli  anni dei buoni horror, come il disturbante The Dentist, o fumettoni splatter come Faust, a mio parere molto meno riuscito. Come Gordon, cadrà nel dimenticatoio per diversi anni, ma al contrario del suo “collega” non godrà di alcuna riscoperta in tempi recenti, legando per sempre il suo nome al suo primo film (e capolavoro assoluto) The Society.

Stuart Gordon e l’horror fantastico

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Re-animator_quad-1-500x373Ci sono registi che, nonostante abbiano rivestito una certa importanza all’interno della storia di un determinato genere cinematografico, sono stati incomprensibilmente dimenticati. E’ accaduto, nell’ambito del cinema horror, anche a Stuart Gordon, il cineasta che, giovanissimo, realizzò nel 1985 Re-Animator. Sebbene oggi Re-Animator risenta un po’ dei suoi anni (personaggi forse troppo stereotipati, dei “mostri” non propriamente spaventosi) a rendere questo film un piccolo cult sono bastati il modo ingenuo ma sincero di approcciare Lovecraft (Gordon è uno dei pochi registi che è riuscito a portare sullo schermo degnamente le atmosfere e gli incubi dello scrittore statunitense), la contaminazione tra i generi dell’horror e del fantastico, ed una degna messa in scena. La storia, quella di un medico che scopre come riportare in vita i cadaveri, permette a Gordon di riflettere sui limiti tra scienza e fede, sul rapporto dell’uomo con la morte; cosa che farà anche col suo secondo (e, a mio parere, migliore) film, From Beyond-Terrore dall’ignoto, in cui, ancora  ispirandosi a Lovecraft, Gordon narra la storia di uno scienziato che ha inventato uno strumento capace di aprire una breccia nel mondo reale mettendolo in contatto con un’altra dimensione. Se anche qui alcuni elementi possono risultare banali (i pesci fantasma, ad esempio), altri, come il diabolico personaggio di Pretorius (rappresentazione del male puro, oltre che di una società marcia e corrotta: si tratta infatti di un uomo ambizioso, pervertito, incurante dei limiti etici che la sua professione gli impone) o le splendide metamorfosi del “mostro” (che rimandano molto al cinema Cronenberg) fanno di From Beyond  un grande film, girato nettamente meglio rispetto a Re-Animator.

Questi primi film di Gordon avrebbero potuto dare nuova linfa ad un genere, l’horror, che invece stava inesorabilmente morendo: e invece bisognerà aspettare Wes Craven e il suo Scream, nel 1996, per veder rinascere il genere, mentre Gordon e troverà sempre maggiori difficoltà a lavorare. Gordon realizzerà comunque negli anni altri film interessanti, su tutti un’altra pellicola ispirata a un racconto di Lovecraft, Dagon (2001): un film dal gran ritmo, che sin dai primi minuti immerge lo spettatore in un’atmosfera e un mondo inquietanti, ricreati grazie ad un’ottima fotografia e all’azzeccata location in cui la vicenda è ambientata. Lo stile avvolgente di Gordon coinvolge appieno lo spettatore nel delirio mistico che è alla base del racconto originale di Lovecraft;  e anche se i mezzi sono pochi, Dagon si distingue per quello che è: un piccolo gioiellino del genere.

Come dicevo, Gordon resterà nel dimenticatoio per diversi anni; verrà in parte riscoperto alla fine degli anni ‘2000: con Edmond (2005) andrà addirittura a Venezia, raccontando la follia di un uomo (uno splendido William H. Macy) che, stanco della sua vita ordinaria e senza sorprese, si dà alla violenza e all’omicidio, trovando la sua dimensione (e forse addirittura l’amore) nel carcere in cui passerà il resto dei suoi giorni; mentre con lo splendido Stuck (2007) forse il suo film migliore, racconterà di un barbone che viene investito da una donna e che viene da lei abbandonato, ancora vivo, incastrato tra i vetri e le lamiere. Due film simili, non degli horror puri quanto piuttosto degli spaccati della società americana: ma mentre Edmond ci mostra come gli istinti e i desideri dell’uomo vengano spesso repressi per rendere la società il più conformista possibile, Stuck evidenzia come quella stessa società tenda ad escludere i più deboli, gli sfortunati,  costringendoli  a sparire, a divenire invisibili. Ma sia l’uomo costretto ad adeguarsi alla massa, sia quello che non viene minimamente considerato dal mondo in cui vive, nei film di Gordon si prendono la loro, sanguinosissima rivincita.

Clouzot, il “diabolico” regista di genere francese

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les diaboliques

Clouzot è stato, all’interno del panorama del cinema francese, un regista che ha sempre fatto storia a sé: difficilmente incasellabile in uno dei “filoni” tipici del cinema d’oltralpe (il “realismo poetico” degli anni ’50, la Nouvelle Vague dei primi anni ’60)  egli è stato, essenzialmente, un regista di genere. I film di Clouzot sono infatti dei thriller solidi, appassionanti (qualcuno lo paragonò ad Hitchcock,anche perché si dice che il maestro inglese si fosse ispirato, per Psycho,  al film di Clouzot I diabolici), pieni zeppi di implicazioni storiche e sociali.

Il suo capolavoro riconosciuto, I diabolici (1954) ne è un esempio: storia di due donne che assassinano il marito di una di loro, ma che poi scoprono, il giorno dopo, che il cadavere è sparito e che il morto sembra essere resuscitato, è un film che si regge tutto sull’atmosfera morbosa e macabra della vicenda (un grosso contributo in questo è dato dal fatto che il film è privo di colonna sonora), sull’ossessione e i sensi di colpa della protagonista (Vera Clouzot, moglie del regista, che morirà pochi anni dopo per un arresto cardiaco, destino molto simile a quello che capita, nel film, al suo personaggio), e su una suspence a tratti quasi insostenibile (si pensi alla protagonista che, nella camera di uno squallido motel, si ritrova di fronte una porta a specchi che si apre lentamente, per dei secondi che sembrano delle ore, senza rivelare, fino al’ultimo, chi o cosa c’è dall’altra parte).

I Diabolici è un film magnifico, così come lo era stato Il corvo (1943), vicenda nera ambientata nella provincia francese occupata dai nazisti: la storia, quella di un misterioso anonimo che scrive lettere minatorie alle personalità più in vista di un piccolo paese, si fa riflessione sul marcio che si cela nella provincia francese (motivo per il quale il film ebbe una vita molto difficile dal punto di vista della distribuzione, venendo boicottato per diversi anni e accusato di essere filonazista); dimostrazione che Clouzot non è stato solo un grande regista di genere, ma anche un attento pittore della realtà francese.

Uno dei pochi momenti della sua carriera in cui Clouzot si allontanerà dal thriller sarà con Il mistero Picasso (1956), un film-documentario quasi sperimentale in cui il grande maestro viere ripreso mentre dipinge per un’ora e mezza una serie di tele: un film interessante perché mostra come il processo creativo dell’artista sia un continuo divenire, un mutamento senza sosta: cosa che accomuna Picasso (e qualsiasi pittore) a Clouzot, di cui è risaputo che stravolgesse diverse volte la sceneggiatura dei suoi film prima di metterla in scena.

Agorà

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Agorà (Spagna – 2009) di Alejandro Amenabàr                                       Interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Minchael Lonsdale, Rupert Evans

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Tutto ciò che è sconosciuto, ignoto, ha sempre spaventato l’essere umano. Oggi, nell’ irrefrenabile corsa contro il tempo, nella ricerca costante del “nuovo” tipica della società consumistica in cui viviamo, lascerebbe pensare che non sia così. Eppure chi pensa diversamente, chi prova a cercare “un’altra via”, discostandosi dal pensiero dominante, viene sempre visto con paura.

Il bellissimo film di Alejandro Amenabàr (regista di un’abilità e poliedricità unici, come dimostrarsi abilmente fra i generi del thriller, della fantascienza e del dramma) racconta da un lato le vicende storiche che portarono alla distruzione della biblioteca di Alessandria (con gli scontri tra cristiani e pagani prima, e tra ebrei e cristiani dopo), dall’altro la vicenda umana di una donna al di fuori dagli schemi, che consacrò la sua vita alla scienza, mettendo in secondo piano sia l’amore che la fede religiosa.

Agorà narra infatti la storia di Ipazia, matematica e filosofa di Alessandria d’Egitto che, secoli prima di Copernico e Galileo, aveva fatto proprie le teorie tolemaiche che rifiutavano l’idea geocentrica dell’universo: e se da un lato il film farà storcere il naso agli storici per come romanza un po’ troppo la vita della protagonista, dall’altro si fa comunque apprezzare per il lirismo delle sequenze, per l’interpretazione magnifica della Weisz, e per come descrive Ipazia e la sua ricerca spasmodica di una luce, in fondo a un tunnel fatto di ignoranza e preconcetti, che potesse illuminare il futuro dell’umanità. Una ricerca fatta in nome di un bene più grande, quello della conoscenza, che Ipazia pagò a caro prezzo, per il semplice motivo di non avere mai accettato nessun tipo di convenzione (sociale, religiosa), cosa che, oggi come allora (ahimè), genera paura e sospetto.

Articolo pubblicato anche su http://discutibili.com/

I Tenenbaum

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I Tenenbaum (USA – 2001) di Wes Anderson                                        Interpreti: Gene Hackman, Anjelica Huston, Ben Stiller, Gwineth Paltrow, Luke Wilson, Owen Wilson, Bill Murray, Danny Glover

royal-tenenbaums I Tenenbaum è un film dal duplice volto; che rispecchia quello, duplice allo stesso modo, del suo autore Wes Anderson.

Anderson è infatti un cineasta attento ai dettagli e alla messa in scena, e il suo stile di regia spesso sfiora, proprio per questo, il manierismo e l’autocompiacimento; a volte, addirittura la freddezza tipica del “tecnico”.  Eppure nei suoi film (penso, oltre a I Tenenbaum, anche al successivo Le avventure acquatiche di Steve Zissou) si respira un’atmosfera malinconica, amara, che fa a pugni con lo stereotipo del regista senza cuore, attento più alla forma che alla sostanza, di cui parlavo prima. Perché Anderson è si un regista cinico e freddo nel descrivere i suoi personaggi e il mondo che li circonda; ma è anche capace di amarli profondamente.  Si prenda il personaggio di Royal (uno splendido Gene Hackman): Anderson non prova alcuna simpatia per lui, non ha pietà per i suoi difetti e le sue colpe: eppure nel dolcissimo finale del film gli regala una sorta di redenzione ultima, che quasi lo riabilita agli occhi dello spettatore. E lo stesso vale per gli altri personaggi principali del film: tre fratelli, ex bambini prodigio, trasformatisi in adulti insicuri e pieni di debolezze (Margot si droga e tradisce il marito, Chas ossessiona i figli con le sue manie e le sue nevrosi, Richie rifiuta qualsiasi contatto umano) ma, nonostante questo, tutti dotati di un’umanità toccante e malinconica.

Accanto a temi che ricorrono spesso nella sua filmografia (il rapporto con i propri padri, la relazione con la morte, il perdono e il tradimento), Anderson compone, con scelte stilistiche ai limiti del surrealismo (si pensi anche solo all’uso dei colori) l’affresco toccante di una famiglia piena di pregi e di difetti, talmente assurda ed impossibile da sembrare reale: I Tenenbaum è un film girato in maniera splendida, allo stesso tempo malinconico, toccante e tagliente, ma soprattutto “sincero”.

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