Interstellar

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Interstellar (USA – Regno Unito, 2014) di Christopher Nolan               Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow, Casey Affleck, Matt Damon, Topher Grace

interstellar_bannerEd è arrivato anche per me il momento di parlare di Interstellar. L’evento cinematografico dell’anno, l’opera ultima di un regista amato da orde di fan e odiato da detrattori invasati come capitato a pochi altri nella storia del cinema, è finita sotto la lente anche di questo blog. Per parlarne però bisogna fare una premessa: la grandezza (o, secondo alcuni, la pochezza) di Christopher Nolan sta nel fatto di essere un regista di blockbuster. Il suo è un cinema  per il grande pubblico (lo si può considerare infatti  il vero erede di Steven Spielberg, per quanto il loro stile registico differisca di molto);  non nel senso di un cinema commerciale, ma di un cinema di qualità (sotto tutti i punti di vista, di contenuti e di forma) e capace di parlare a tutti. Io sono tra quelli che considera tutto ciò un pregio: se si riesce a fare del cinema (del grandissimo cinema nel caso di Nolan), e allo stesso tempo si raggiunge anche un pubblico vasto ed eterogeneo, non può che essere un bene.

Fatta questa premesessa mi sento di dire che Interstellar è un grande film: non un capolavoro, ma un grande, grandissimo film. Girato splendidamente, è una pellicola capace di far fare allo spettatore un vero e proprio “viaggio”: prima tra le lande desolate di una Terra post-apocalittica, devastata da una Natura che si è rivoltata all’uomo, poi nello spazio sconfinato, o sui pianeti su cui i protagonisti si ritrovano a vagare (da brividi la sequenza in cui un terrorizzato Matthew McConaughey assiste, impotente, all’arrivo di un onda di centinaia di metri che investe la sua navicella spaziale). Un film toccante che lancia un messaggio forse un po’ buonista ma che mi sento di condividere: l’amore e i sentimenti sono capaci di trascendere il tempo e lo spazio, e sono l’unico strumento in grado di salvare l’umanità; non è un caso che Cooper, nell’infintià del warmhole, dove appunto spazio e tempo non esistono, riesca ad avere un “contatto” con la Terra attraverso la persona che più ama, sua figlia, in questo mondo evitando a tutto il genere umano una fine prematura.

Un grande film per il grande pubblico, dicevo. Ma se questo è da un lato la forza del film di Nolan, dall’altro ne rappresenta anche il punto debole. Mi spiego meglio. Prendiamo, ad esempio, 2001: Odissea nello spazio, l’immenso capolavoro di Kubrick che molti hanno scomodato per improvvidi paragoni con Interstellar. In quel film Kubrick poneva delle domande, anche criptiche, forse incomprensibili; ma lasciava allo spettattore la ricerca delle risposte. Nolan no: lui vuole spiegare tutto, e per questo aggiunge al film un quarto d’ora finale che stona con tutto il resto. Il salvataggio di Cooper, l’incontro con la figlia ormai anziana, il sogno di una vita che si realizza: si sarebbe potuto concludere tutto con il protagonista alla deriva nello spazio, dopo il contatto avuto con la figlia all’interno del buco nero, lasciando allo spettatore la scelta di immaginare come la vicenda si fosse conclusa. E invece Nolan ha voluto “chiudere il cerchio”: non ha voluto lasciare nessun dubbio insoluto, nessuna domanda senza risposta. La differenza tra un regista d’autore, cui il pubblico interessa poco o relativamente, ma che vuole solo fare arte (Kubrick) e un regista che pensa sempre e comunque allo spettatore (Nolan), è la differenza tra questi due film, 2001 e Interstellar: il primo pone delle domande, il secondo dà delle risposte; il primo lascia il cerchio aperto, il secondo vuole, sempre e comunque, chiuderlo.

Interstellar è, in conclusione, un grande film, che però proprio per questa sua ossessiva voglia di spiegare tutto, di rendere tutto comprensibile, nel finale si perde un pò, e non raggiunge le vette del capolavoro: resta comunque un’opera gigantesca, da vedere e da apprezzare.

Il giovane favoloso

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Il giovane favoloso (Italia, 2014) di Mario Martone                                 Interpreti: Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglais, Valerio Binasco

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Uno dei modi più facili e scontati per descrivere la figura di Giacomo Leopardi poteva essere quello di puntare sul pessimismo cosmico del poeta di Recanati, sul suo desiderio di fuga da un mondo e da una’esistenza privi di felicità. Il merito de Il giovane favoloso, ultimo film di Mario Martone, è invece quello di aver raccontato il Leopardi in maniera diversa, quasi originale: dai dialoghi (opera della sceneggiatura del regista e di Ippolita Di Majo), ma anche e soprattutto dagli sguardi e dai gesti di uno splendido Elio Germano, si intuisce come per Martone il poeta di Recanati fosse in realtà un uomo profondamente attaccato alla vita. L’amore incondizionato per il padre, nonostante si fosse sempre comportato con lui come un tiranno ossessivo, e quello per un’umanità crudele (significativo, anche se forse un po’ banale, il momento in cui Leopardi viene deriso per la sua gobba nel covo delle prostitute) dimostrano come in realtà Leopardi non odiasse la vita a causa delle sue sfortune e della sua condizione fisica, ma anzi  l’amasse oltre ogni limite, assaporandone ogni istante, anche solo gustando un gelato, dolce di cui andava ghiotto.

Per il resto il film è puro Mario Martone: regia teatrale, costumi e fotografia perfette; anche la scelta di dividere nettamente in due parti la pellicola (la prima che descrive la gioventù di Leopardi a Recanati, l’incontro con Silvia e il rapporto conflittuale con i genitori;  la seconda che ne racconta i soggiorni fiorentino e napoletano), che poteva rischiare di spezzare in due il ritmo della storia e del film, si rivela vincente, perché permette di “studiare” il personaggio da punti di vista diversi  (la dimensione “familiare” prima e quella “mondana” poi). Unica nota stonata il ricorso, in alcune sequenze, alla computer-grafica; ma per il resto si tratta di un grande film, e di un mirabile esempio di come il cinema italiano sia ancora vivo.

I guardiani della galassia

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I guardiani della galassia (USA – 2014) di James Gunn                                    Interpreti: Chris Pratt, Zoe Saldana, David Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Benicio Del Toro, Josh Brolin

i-guardiani-della-galassia_088381 Il problema di tanto, troppo cinema supereroistico (genere a dir poco in voga nell’ultimo decennio) è sempre stato quello di prendersi troppo sul serio. Certo, ci sono stati alcuni film (come l’ottimo The Avengers) che pur rimanendo sintonizzati su una impostazione “adulta” possedevano un tono ironico, dato da alcuni personaggi e/o situazioni, che non guastava affatto; mai però nessuno si era spinto a realizzare un film di supereroi che fosse sfacciatamente comico (e, in parte, parodistico). I guardiani della galassia ha avuto questo merito: quello di aver voluto rischiare, utilizzando toni e personaggi più da commedia che da film d’azione per realizzare un cinecomics. E, diciamocelo, il risultato è davvero notevole.

Il film di James Gunn è infatti divertentissimo, ricco di personaggi e gag esilaranti (si pensi anche solo al procione geneticamente modificato e alla gag della gamba meccanica, che vale da sola metà film), ma è soprattutto una pellicola dal ritmo forsennato, che non lascia un attimo di tregua allo spettatore; dal  punto di vista visivo si tratta poi del migliore tra i film Marvel: l’inizio sul pianeta disabitato è da togliere il fiato, così come le location della colonia mineraria, che cita palesemente Blade Runner. La storia di per sé  è abbastanza “classica” e può dare allo spettatore l’idea del “già visto”, ma la forza di questo film scanzonato e divertente è proprio la scelta di non prendersi sul serio e di giocare con i luoghi comuni del genere (omaggiando anche grandi classici del cinema di fantascienza del passato: si pensi solo alla somiglianza tra i personaggi di Star-Lord e Han Solo). Il tono palesemente  vintage della pellicola (la colonna sonora è tutta costituita da hit degli anni ’70 e ’80, che il protagonista ascolta con un vecchio walkman) dà quel tocco in più che ne fa, senza alcuna ombra di dubbio, il migliore film Marvel insieme a The Avengers.

Lamberto Bava e Michele Soavi: la fine del cinema di genere italiano.

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Gli ultimi due registi “di genere” in Italia sono stati Michele Soavi e Lamberto Bava. A parte alcune eccezioni in tempi più recenti (penso ad esempio ai Manetti Bros), è con Soavi e Bava Jr., negli anni’90, che l’horror italiano ha vissuto il suo “canto del cigno”.

Lamberto Bava è riuscito nell’impresa non da poco di raggiungere (e, specialmente all’estero, superare) la fama del padre Mario, grazie in particolare ad un film del 1985: Demoni. Completamente ambientato in una sala cinematografica (il cinema nel cinema è un tema che ricorrerà spesso nelle pellicole di Bava Jr.), trattasi di un film modernissimo, sia per la messa in scena “rock” (notevole la colonna sonora dei Goblin) che per alcuni elementi innovativi nel genere “zombesco” (morti viventi velocissimi e non “ambulanti” come quelli Romeriani, la possessione demoniaca vista come “virus” o malattia). Il finale pessimista ed apocalittico contribuì ad accrescere la fama di un film che tanti registi ancora oggi hanno come riferimento (si pensi anche solo alla straordinaria somiglianza tra gli zombie di Demoni ed i posseduti di Rec). Bava aveva cominciato aiutando il padre a girare il suo ultimo film, Shock, e aveva poi esordito dietro la macchina da presa con due thriller “alla Dario Argento”: Macabro (1980) e La casa con la scala nel buio (1983). Macabro è un film coraggioso nei temi e nella messa in scena (storia di necrofilia abbastanza spinta di una donna che ha una storia di sesso con la testa dell’amante defunto!), ed è arricchito da un bel finale; peccato sia caratterizzato da qualche calo di tensione, cosa che comunque può starci in un’opera prima. La casa con la scala nel buio è invece nettamente più riuscito: la trama è semplice (un musicista abita in una villa in cui avvengono efferrati delitti, e la soluzione del mistero sembra trovarsi proprio nel film di cui sta scrivendo la colonna sonora), ma il film è a tratti davvero inquietante (alzi la mano chi non è balzato sulla sedia quando si scopre l’identità dell’assassino, o quando la pallina da tennis rimbalza insanguinata all’inizio del film), ed è ottimamente girato, come del resto tutti i lavori di Lamberto.

La caratteristica del cinema di Michele Soavi invece (nel cast tra l’altro sia di Demoni che de La casa con la scala nel buio) è sempre stata la visionarietà della sua regia: lo dimostrano sia i suoi film meno riusciti (La chiesa, sconclusionata storia di un’invasione di demoni all’interno di una cattedrale americana) sia quel Dellamorte Dellamore (1994) che ha di fatto sancito la fine del genere in Italia: un film forse non capito appieno, basato su una sceneggiatura abbastanza debole (e con interpreti poco nella parte), ma ricco di spunti interessanti (il tema del sogno, della realtà mescolata alla finzione) e soprattutto di sequenze dal grande impatto visivo (le scene nel cimitero, gli incubi del protagonista). Ad oggi per Soavi resta a mio parere la sua opera prima, Deliria (1987). Thriller tutto girato all’interno di un teatro di posa, in cui elementi classici del genere (il serial killer immortale, il doppio finale, lo slasher) vengono reinventati con grande senso dello spazio e del ritmo: la cinepresa di Soavi si muove splendidamente tra palcoscenici e camerini, il tutto a un ritmo che non lascia allo spettatore un attimo di respiro.

Resta un mistero perché a due registi così dotati sia praticamente impedito di lavorare (se non, su commissione, per film mediocri, vedi Il sangue dei vinti per Soavi): in Italia si preferisce dare grossi budget a Checco Zalone o Vincenzo Salemme, quando (ne sono convinto) se si mettesse a disposizione di un Soavi, un Bava o un Deodato un budget di tutto rispetto ed una totale libertà, non si potrebbe che ottenere del grandissimo cinema.

Snowpiercer

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Snowpiercer (Corea del Sud, USA – 2013) di Bong Joon-ho                         Interpreti: Chris Evans, Tilda Swinton, Song Jang-ho, Jamie Bell, John Hurt, Ed Harris

hero_Snowpiercer-2014-1Bong Joon-ho è divenuto celebre nel 2006 per aver diretto il film che ha incassato di più nella storia del cinema sudcoreano: The Host, un monster-movie con alcuni elementi originali (un anti-eroe mezzo ritardato come protagonista, un lirismo tipicamente “orientale” anche nelle sequenze più “mostruose” ) ma non privo anche di qualche difetto (il facile escamotage del dottore americano che, nel prologo del film, si rivela essere la causa principale della nascita della cretaura).

Il regista orientale si è così lanciato nella sua prima produzione in lingua inglese, adattando la serie a fumetti Le Transperceneige, e realizzando un autentico capolavoro: Snowpiercer.

Dopo una glaceazione (causata dalla stupidità dell’uomo), il mondo è ridotto a un deserto di ghiaccio privo di vita: gli unici superstiti sono gli ospiti di un treno che continua a percorrere il globo terrestre autoalimentandosi, e all’interno del quale l’umanità si è strutturata secondo il più classico degli “schemi” sociali: i poveri e i più sfortunati sono relegati in terza classe, vessati e sottomessi dalle classi agiate che invece occupano i vagoni  di testa, vivendo nel lusso e nelle comodità. Il messaggio è chiarissimo, quasi lampante:  il treno è una metafora del mondo reale, un mondo basato sulle diseguaglianza sociali, e sul sopruso del più forte ai danni del più debole. Un film quindi profondamente e sfacciatamente socialista: persino l’illusione che i “potenti” danno ai “deboli” di potersi ribellare (in fondo, la rivolta portata avanti dal “proletario” Curtis è favorita dallo stesso Wilford, il capo supremo dell’umanità) è un elemento tipico del sistema capitalista, oltre che essenziale alla permanenza dello status quo.

Quello di Bong Joon-ho è quindi un film dai grandi significati, ma anche una pellicola visivamente bellissima: la fotografia è splendida, così come l’uso delle luci, dei colori e delle scenografie; anche la caratterizzazione assurda e sopra le righe di alcuni personaggi (quello della Swinton ad esempio, o dei due bodyguards crudeli ma innamorati) e di determinate sequenze (quella nel vagone adibito a scuola, cosìn eccessivamente colorato e arredato) non stonano, ma anzi danno alla pellicola un valore aggiunto.  Il regista sudcoreano riesce a muoversi negli spazi angusti del treno girando splendide scene d’azione (in cui è notevole il tasso di violenza) e utilizzando astutamente la tecnica del rallenti: le sequenze del vagone pieno di assassini incappucciati e quella dell’arrivo dei “ribelli” con le torce in mano sono da togliere il fiato.

Il film è tipicamente “orientale” nello stile e nella messa in scena: l’avesse girato un Michael Bay qualsiasi, Snowpiercer si sarebbe trasformato in una spacconata d’azione popolata da personaggi tagliati con l’accetta. E invece, nelle mani di Bong Joon-ho, diventa semplicemente uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi trent’anni.

Soldi Sporchi

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Soldi Sporchi (USA , Regno Unito, Germania, Francia, Giappone – 1998) di Sam Raimi                                                                                                          Interpreti: Bill Paxton, Billy Bob Thornton, Bridget Fonda, Brent Briscoe, Jack Walsh

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Nonostante la filmografia di Sam Raimi sia sempre stata contraddistinta da incursioni nel fantastico e nell’horror, il suo capolavoro assoluto resta un film drammatico e profondamente “terreno”.

Il modo migliore per definire Soldi sporchi è glaciale. Non tanto per il contesto in cui si svolge la vicenda (il film è ambienatato in pieno inverno, in una cittadina del Nord America perennemente coperta da uno spesso strato di neve), ma per una messa in scena fredda, lineare, e per una sceneggiatura che, al contrario di altri film di Raimi, non lascia spazio nà all’ironia né alla fantasia.

Soldi Sporchi è un film sugli uomini, e sul potere che il denaro esercita su di essi: quella del protagonista  Hank è, tutto sommato, una vita felice (un lavoro fisso, una moglie innamorata e in attesa di un bebè, una bella casa), almeno fin quando egli scopre, insieme al fratello mezzo ritardato e ad un amico ubriacone, un tesoro di diversi milioni di dollari. A questo punto la prosopettiva di una vita “nomale” comincia a stare stretta sia ad Hank, che da padre di famiglia amorevole e rispettoso della legge e delle regole si trasforma in un ladro e un assassino, sia a sua moglie, vera “mente criminale” della vicenda. Il film mette in mostra il lato peggiore dell’essere umano: e lo fa mostrando splendidamente la metamorfosi che occorre nei protagonisti (Bill Paxtone Bridget Fonda non sono mai più stati così bravi);  menzione d’onore per Billy Bob Thornton, che dona al suo personaggio una malinconia e una tristezza sinceramente toccanti e quasi “fuori posto” in un film così crudele e così freddo, ma anche così straordinariamente coinvolgente.

Visioni dal 71° Festival del Cinema di Venezia

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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza non è certo un film “facile” (non è un caso che a Venezia, alla fine della proiezione, si siano sentiti tanti applausi ma anche qualche fischio): e questo perché la pellicola svedese che ha trionfato al Lido è caratterizzata da una lentezza davvero notevole. Lentezza che è però voluta, e che ha uno scopo: quello di  disegnare un mondo opprimente ed alienante, “grigio” come il colore della pelle dei personaggi che lo popolano, governato da convenzioni sociali ed omologazione (come dimostra la frase “sono contento che vada tutto bene”, pronunciata dai surreali protagonisti del film di Roy Andersson in qualsiasi tipo di situazione o contesto); un mondo triste, in cui anche l’ironia è intrisa di amarezza e di cinismo (si pensi ai personaggi dei venditori ambulanti, esilaranti nel loro proporre assurdi ed orribili gadget comici, ma che conducono un’esistenza misera e isolata). Il film è visivamente bellissimo (costruito senza alcun movimento di macchina, ma con una serie di immagini statiche in cui ogni dettaglio è perfetto, e in cui i tagli delle inquadrature danno all’opera un tono quasi espressionista), ma  ha la pecca di voler essere forse “troppo” ermetico: in fondo, un regista deve anche dare allo spettatore la “chiave” per capire quello che egli vuole dire, e questo purtroppo Roy Andersson non lo fa.

L’altro film che ho avuto il piacere di vedere a Venezia e’ stato  She’s funny that way, una piacevole commedia diretta da Peter Bogdanovich: il regista di Bersagli e L’ultimo spettacolo rievoca  la commedia sentimentale americana degli anni ’50 e ’60 (i continui riferimenti a Audrey Hepburn non sono un caso), e gira un film dal ritmo e dallo stile teatrali (peculiarità di tutti i film di Bogdanovich, cineasta molto “rigoroso” nella messa in scena delle sue opere). Gli interpreti sono tutti molto bravi; peccato la sceneggiatura sia un po’ confusionaria e, a tratti, abbastanza surreale: ma forse si tratta di una scelta voluta, visto che il film gioca molto sul tema della manipolazione della realtà nel mondo dello spettacolo (tutto il film è narrato in prima persona dalla protagonista, che racconta della sua ben poco credibile ascesa da  prostituta d’alto bordo a star del palcoscenico). Perché la vita reale, sembra volerci dire Bogdanovich, è molto più interessante se arricchita dalla finzione e dalla fantasia del cinema.

Articolo già apparso su I discutibili

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Cannibal Holocaust

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Cannibal Holocaust (Italia – 1980) di Ruggero Deodato                             Interpreti: Robert Kerman, Francesca Ciardi, Perry Pirkanen, Luca Barbareschi, Gabriel Yorke, Salvatore Basile

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Credo che troppo spesso si sia commesso l’errore di considerare Cannibal Holocaust un film epocale “solo” per la sua violenza efferrata, sconvolgente, senza filtri; oppure “solo” perché è stato il primo film ad utilizzare l’espediente del mockumentary, anni prima che questa tecnica divenisse celebre grazie a film come The Blair Which Project.

Tutti motivi più che validi per fare del film di Deodato un vero e proprio cult; cult che però a mio parere si fa apprezzare, oltre che per l’intelligenza di alcune scelte (l’ idea di far credere che i fatti narrati nel film fossero realmente accaduti fu, all’epoca, geniale), sopratuttto per il suo messaggio di denuncia (forse non voluto, almeno a giudicare dalle successive dichiarazoni del regista): i tre protagonisti della pellicola sono dei personaggi chiaramente disgustosi, accecati da una fame di denaro e di successo che li porta ad abbandonarsi alle crudeltà più efferate. Chi lo accusa di sensazionalismo non ha capito che il film è, al contrario, una denuncia di un certo modo di concepire i media e lo spettacolo (denuncia forse fatta da Deodato inconsciamente, visto che egli era per suo stessa ammissione un fan di Jacopetti e dei vari Mondo cane), una critica ad una società, quella occidentale, che considera le culture tribali come inferiori; e che per questo viene punita senza pietà.

Dal punto di vista tecnico, Deodato dimostra di essere un  grande regista, riuscendo a girare con maestria in condizioni disagiatissimne; e l’idea di dividere la pellicola in due parti (la seconda, quella della videocassetta ritrovata, girata in 18 mm e con la pellicola sporcata a mano da Deodato per aumentarne il realismo) assolutamente riuscita. La crudeltà è pura (e, a tratti, reale: diversi animali furono realmente uccisi durante le riprese, e per un periodo si pensò che anche gli attori fossero stati realmente assassinati), e la musica splendida di Riz Ortolani la rende ancora più efferrata. Tutti elementi che fanno di Cannibal Holocaust uno splendido cult senza tempo.

L’horror francese d’inizio millennio: Alta tensione, Frontiers, A l’interieur e Martyrs

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Che i francesi ci sapessero fare con l’horror, e che c’andassero giù anche abbastanza pesante in quanto a sangue, sgozzamenti e frattaglie varie, era prevedibile: del resto, il grand guignol l’avevano inventato loro, quasi un secolo fa. Eppure chi l’avrebbe detto che a partire dal 2003 il cinema d’oltralpe avrebbe sfornato nel giro di pochi anni una serie di prodotti horror così d’alto livello, sia dal punto di vista tecnico che da quello dei contenuti?

Tutto comincia con un film a basso budget che omaggia il cinema di genere americano, in particolare lo slasher:  Alta Tensione, opera prima di Alexander Ajia, forse non è nulla più che un claissco film di genere (la trama è a dir poco inflazionata: due ragazze si rtirovano sperdute in campagna in balia di un pazzo assassino che ha già sterminato la famiglia di una di loro), ma la messa in scena eccelsa nonostante i pochi mezzi a disposizione, la violenza efferata, e un bel finale a sorpresa, ne fanno un prodotto nettamente sopra alla media degli horror di genere europei. Stesso discorso per Frontiers – Ai confini dell’inferno, del 2007, diretto da Xavier Gens: anche qui la trama è scontata (un gruppo di ventenni in fuga da una rapina si rfiugia in uno sperduto casale di campagna abitato una famiglia di pazzi assassini), ma anche qui il film si distingue: per la violenza esasperata certo (il film è sconsigliato ai deboli di stomaco), ma in particolare per la volontà di affrontare temi forti, come il dramma degli immigrati che vivono relegati nelle perfierie parigine, isolati e ghettizzati dalla borghese società francese, e che nel film per una sorta di contrappasso vengono torturati e trattati come bestie da una famiglia di folli nazisti.

Poi, dopo questi due ottimi film, sono arrivati due piccoli capolavori.

Sempre del 2007 è infatti A l’interieur, un film dolorossissimo diretto a quattro mani da Alezandre Bustillo e Julien Maury, che sfrutta al meglio il classico espediente della donna sola in casa assediata da un temibile assassino, ma che lo arricchisce di elementi nuovi e innovativi: per cominciare, la protagonista che di solito “vince” viene qui sfregiata, crocifissa, mutilata, insomma devastata nel fisico come nella mente (sembra essere radicata nei francesi l’idea che tutti siamo colpevoli di qualcosa, e che quindi un percorso di purificazione fatto di sofferenze fisiche e mentali sia inevitabile, come dimostrerà anche il successivo Martyrs); e poi la riflessione interessante sulla maternità, sul diritto che ogni donna ha di generare la vita (e su quello che è disposta a fare pur di metterlo in pratica). Un film bellissimo, girato tra quattro mmura ma con un grande senso dello spazio, e tremendamente pessimista.

Pessimismo che non manca nemmeno a Martyrs di Pascal Laugier (2008). Si tratta non solo di un film straordinario, ma anche di una delle opere più disturbanti mai realizzate: un film che provoca del dolore fisico allo spettatore, che quasi si sente addosso i tagli e le mutilazioni che si infligge la povera Lucie, devastata da un passato di violenze e torture. Un film che non lascia un attimo di respiro allo spettatore: che mescola l’horror paranormale alla storia di vendetta, il torture al film demoniaco, e che è pieno di colpi di scena: dopo un’ora, dopo una sequenza impressionante di uccisioni e mutilazioni, il film sembra finito; e invece il peggio deve ancora venire, con l’inizio della “vera” martirizzazione ai danni di Anna. Se forse il finale è una scappatoria un po’ troppo comoda per Luagier, il regista francese dimostra comunque grandi doti: gira il suo film benissimo, gestisce al meglio gli spazi, ma soprattutto rende appieno il dolore dei personaggi e l’alone mistico di tutta la vicenda, rappresentato dal personaggio mefistofelico della Mademoiselle. Un’opera bellissima sul dolore, sull’espiazione, e sul potere salvifico di sentimenti come l’amore e l’amicizia: perché solo essi danno ad Anna la forza di non avere paura,e di affrontare il suo ineluttabile destino.

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eXistenZ

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eXistenZ (1999, Canada-Regno Unito) di David Cronenberg

Interpreti: Jennifer Jason Leigh, Jude Law, Ian Holm, Willem Dafoe

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Cosa è reale? Ciò che percepiamo è effettivamente quello che c’è intorno a noi, o c’è una realtà altra, una rappresentazione del reale assimilabile alle “ombre” del mito della caverna di Platone? Sono solo alcune delle domande che film come Inception o Matrix (uscito praticamente in contemporanea con eXistenZ, che forse per questo fu un po’ “snobbato” da critica e pubblico) hanno provato a porre, dando risposte più o meno convincenti.

Diversamente, il gioiello diretto da David Cronenberg non dà risposte, ma anzi lascia lo spettatore con più domande di quante ne avesse. L’ultima battuta della pellicola (“Siamo ancora nel gioco?”) e lo sguardo a metà tra il disorientato e il sorpreso dei due protagonisti, sono esplicativi: eXistenz è un continuo entrare e uscire dalla realtà, un susseguirsi di salti dal mondo reale a quello virtuale; e alla fine nessuno, né i personaggi né gli spettatori, sanno se sono fuori o dentro la caverna, se stanno guardando il mondo reale o solo le sue “ombre”.

Il film, che si muove ai confini tra la fantascienza, l’horror e il cyberpunk, è girato in maniera splendida, con attori nella parte, ed è sorretto da una sceneggiatura avvincente (una cosa simile era stata fatta su scala minore da Salvatores con Nirvana) e sugli elementi classici del cinema di Cronenberg: mutazioni della carne, fusione di oggetti con il corpo umano (il legame con Videodrome è evidente). eXistenz è un film che non strizza l’occhio allo spettatore (se a Cronenberg avessero proposto un escamotage come quello della trottola del finale di Inception probabilmente sarebbe inorridito), ma che invita comunque a riflettere: è giusto cullarsi in un mondo fittizio, quale può essere quello offerto dai media, dalla rete o dalle realtà virtuali, mentre un altro mondo, quello vero, va alla sfacelo? Domande che nel 1999 forse erano premature (questo potrebbe essere stato un altro dei motivi dell’insuccesso di eXistenZ) ma che oggi sono tremendamente attuali. E che dimostrano come Cronenberg sia sempre stato avanti di decenni rispetto ai suoi colleghi.

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