Piccoli recenti gioielli del cinema australiano.

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Il cinema australiano ha saputo regalarci negli ultimi anni delle pellicole molto interessanti, in particolare nel campo dei generi dell’horror e del post-apocalittico. Del resto, il tipico orizzone australiano (fatto di deserti, di natura desolata e selvaggia) sembra fatto apposta per mostrare le devastanti conseguenze di una guerra atomica (non è un caso che uno dei capostipiti del genere, Mad Max, sia opera di un regista autraliano) o per far sparire nel nulla le malcapitate vittime di un serial killer.

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Quest’ultimo è il caso di Wolf Creek (2005), piccolo cult horror ispirato alle reali gesta di Ivan Milat, serial killer che negli anni’90 seminava il terrore in Australia assassinando i turisti che visitavano, zaino in spalla, la terra dei canguri. Il primo merito dell’ottimo film di Greg McLean è sicuramente quello di aver creato una vera e propria icona dell’horror moderno (il folle fascista Mick Taylor, splendidamente incarnato da John Jarrat, è divenuto ormai una figura imprescindibile per gli amanti del genere,  quasi ai livelli di Michael Myers o di Freddy Krueger), ma non è certamente l’unico: Wolf Creek si fa apprezzare soprattutto perchè sovverte completamente le regole del genere (la “protagonista” del film viene ammazzata a metá film, e il classico epilogo da slasher non solo è assente, ma viene completamente ribaltato) e perchè McLean usa splendidamente gli spazi sconfinati delle lande australiane per rappresentare l’impossibilità di fuggire delle vittime di Taylor. Ottimo, anzi forse addirittura migliore, il sequel del 2013: Wolf Creek 2 è ancora più violento e splatter del precedente episodio, ed è ricco di momenti sconvolgenti e spiazzanti (su tutti l’incipit pazzesco in cui Taylor fa fuori due poliziotti che si sono permessi di fargli una multa), alcuni addirittura surreali (l’attacco di Taylor alla casa dei due vecchi che hanno soccorso la vittima di turno). Insostenibile (nel senso “buono” del termine) la mezz’ora finale, in cui Taylor sottopone la sua vittima ad una serie di quiz sulla storia dell’Australia e e in cui, ad ogni risposta sbagliata, gli trancia un dito. Tutto questo fa di Wolf Creek 2 un piccolo gioiello del genere, ovviamente passato inosservato nelle nostre sale.

Ma veniamo ora al post-apocalittico. Sono due le pellicole che voglio citare in questa mia personale classifica dei migliori film australiani che ho visto negli ultimi tempi. La prima è The Rover, film del 2013 diretto da David Michod. Michod era già salito agli onori delle cronache grazie al suo lavoro precedente, Animal Kingdom, una crime story a metà strada tra i gangster-movie di Scorsese e i noir di Johnnie To: un film freddo, duro, essenziale nel mostrare la violenza (la morte molto spesso viene ridotta ad un semplice colpo di pistola, anticipato e seguito quasi sempre da interminabili silenzi) e, più in generale, in tutta la messa in scena.

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In The Rover, 10 anni dopo una non meglio precisata apocalissi nucleare, il personaggio senza nome interpretato da Guy Pearce si vede rubare davanti agli occhi la sua auto da un gruppo di criminali: con l’aiuto di un loro ex-complice creduto morto, comincerà un viaggio attraverso i deserti australiani, in mezzo a morte, sofferenza, dolore, per recuperare il suo mezzo. In The Rover tornano i temi già presenti in Animal Kingdom: l’importanza dei legami di sangue, l’assenza totale di qualsiasi riferimento morale in un mondo alla deriva (metaforicamente rappresentato da un’Australia distrutta dall’apocalissi nucleare), in cui a sopravvivere solo i legami di sangue (la famiglia era un tema centrale anche in Animal Kingdom) o quelli che non possono nascondere meschinitá (come il rapporto di un uomo con il proprio cane, fedele fino alla fine al proprio padrone). The Rover è un film che conferma l’abilità di un regista, Michod, di cui sentiremo parlare in futuro: un cineasta che ha una visione personale del mondo e dei rapporti umani, che riesce a trasmetterla tramite una messa in scena che può sembrare fredda e distaccata, ma che dá vita a pellicole intense ed emozionanti.

Concludo il post citando un altro magnifico esempio di cinema post-apocalittico made in Australia: These Final Hours (2013) di Zak Hilditch, è un’opera intensa, straziante e commovente come se ne sono viste poche; un film che riflette sulla morte e sulla vita, viaggio iniziatico di un giovane e di una bambina attraverso un mondo ormai rassegnatosi ad essere distrutto da un meteorite in arrivo sulla Terra e che si è per questo abbandonato al degrado e alla follia. These Final Hours è un film girato splendidamente, interpretato con grande pathos da tutto il cast, una pellicola capace di far piangere e di regalare momenti di incredibile intensitá (l’addio del protagonista alla bambina, la delirante festa in piscina, il poetico finale), un piccolo capolavoro che ci ricorda che, anche nei momenti più bui della nostra esistenza, è all’amore che bisogna guardare per trovare la forza di andare avanti.

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Suicide Squad

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Suicide Squad (USA – 2016) di David Ayer

Interpreti: Will Smith, Jared Leto, MArgot Robbie, Joel Kinnaman, Viola Davis, Jai Courtney

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Lo dico francamente, a me i primi minuti di Suicide Squad non sono dispiaciuti affatto: la scelta di presentare i vari personaggi del film in maniera così irriverente e scorretta, con tanto di colonna sonora composta da brani cult della musica pop (il tutto condito con le comparsate di Batman e Joker) mi aveva fatto ben sperare. Del resto l’idea alla base del film mi stuzzicava non poco: forse avremmo davvero potuto, per una volta, fare il tifo per un gruppo di bastardi cattivoni, invece che per i soliti, noti, supereroi in calzamaglia. E invece Suicide Squad  getta al vento tutte queste buone premesse (un pò come aveva fatto Batman VS Superman), rivelandosi un film mediocre, che neanche un buon regista come David Ayer riesce a risollevare.

La sceneggiatura è a tratti davvero incomprensibile (io stesso confesso ancora di non aver capito cosa è che muove le azioni e le decisioni di gran parte dei personaggi), piena di sotto-trame che non portano da nessuna parte (come tutta la vicenda relativa al personaggio dell’Incantatrice, e alla sua storia d’amore con il militare cattivo); meglio non esprimersi poi sul livello dei dialoghi e sulla caratterizzazione dei personaggi. I cattivi sono francamente ridicoli (una strega vecchia di milioni di secoli, il suo fratello mezzo Dio e mezzo macchina, e un esercito di zombi senza faccia!) e il film va avanti ad un ritmo talmente forsennato da diventare irritante.

C’è qualcosa che si salva quindi di  questo film? Poco, molto poco: oltre ai primi 10 minuti di pellicola, di cui scrivevo prima, sono interessanti sia il Joker punk di Jared Leto, bravo a “svincolare” il personaggio sia dalle interpretazioni che ne avevano dato Nicholson (un clown impazzito) che Ledger (un anarchico assassino), che l’Harley Quinn di Margot Robbie, anche se il regista poteva evitarsi di inquadrarne il (bellissimo) sedere ogni 5 minuti.

Per il resto, Suicide Squad è davvero, davvero poca roba.

 

Jurassic World e Indipendence Day-Rigenerazione: il (brutto) revival del cinema fantastico.

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A causa di un’evidente mancanza di idee e di spunti narrativi, pare che le major abbiano deciso di sfruttare il successo e l’impatto che ebbero sull’immaginario collettivo i caposaldi del cinema fantastico degli anni ’80 e dei primi anni ’90 (qui la mia dichiarazione d’amore nei confronti di quelle pellicole) “aggiornandoli” e contestualizzandoli rispetto al mondo in cui viviamo oggi, più interconnesso ma meno “innocente” di allora. Il risultato è stato, nella maggior parte dei casi, imbarazzante: ne sono una prova due film usciti quest’anno, Jurassic World e Indipendence Day – Regeneration.

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Il primo è una sorta di sequel/reboot/rivisitazione del capolavoro di Steven Spielberg, un film che ebbe, a suo tempo, un impatto devastante sull’immaginario collettivo (oltre che mio personale: se non avessi visto Jurassic Park al cinema, nel ’93, a soli 8 anni, non credo mi sarei mai innamorato della settima arte) e, più in generale, sull’evoluzione del mezzo cinematografico, in particolare in relazione all’uso del digitale e degli effetti speciali. Jurassic World è invece un caotico pastiche, in cui le vicende vanno avanti ad un ritmo talmente forsennato da rendere incomprensibili alcuni snodi narrativi (il super dinosauro geneticamente modificato che scappa dopo pochi minuti di film, in barba a tutti i super-sistemi di sicurezza messi in piedi), e in cui tutto è un pretesto per mostrare effetti speciali più grandi, più spettacolari, più rumorosi. La storia è una fotocopia di quella del film del ’93, e a parte il duello finale fra il super dinosauro geneticamente modificato e il T-Rex del primo Jurassic Park (ovviamente è quest’ultimo a vincere, palesando l’irraggiungibilità del mitico film di Spielberg) di questa pellicola rimane davvero poca cosa.

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Molto di quanto detto per Jurassic World vale anche per Indipendence Day-Rergeneration, che racconta il ritorno degli alieni sulla Terra esattamente 20 anni dopo i fatti narrati nel primo film di Emmerich (uscito, per l’ appunto, 20 anni fa). Non che il primo Indipendence Day fosse stato un capolavoro, ma aveva avuto comunque il merito di aver segnato un nuovo punto di non ritorno nella storia dell’evoluzione degli effetti speciali al cinema: e anche la storia, per quanto fosse infarcita di luoghi comuni sulla grandezza del popolo americano, era strutturata in maniera intelligente, poichè alternava azione e divertimento in giuste dosi; non era insomma una inutile sequenza di esplosioni, effetti speciali, clichè senza senso, cosa che è invece questo Regeneration. Questo secondo Indipendence Day è infatti un film di cui non si capisce quasi nulla, caotico come non mai, in cui anche gli attori della precedente pellicola (Pullman e Goldblum su tutti) fanno la parodia di se stessi. Ecco, forse scrivendo questo post ho trovato come definire al meglio Jurassic World e Indipendence Day-Rigenerazione: non dei sequel, non dei reboot dei film originali, e nemmeno delle brutte copie: ma solo delle loro parodie.

Perez e Suburra: un nuovo corso per il cinema “nero” italiano

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Pare che ngli ultimi anni il Belpaese sia attraversato da un ritrovato interesse per tutto ciò che ruota intorno ai generi del noir, dell’hard boiled. Questa propensione, evidente nel campo letterario (si pensi ai tanti autori di genere venuti fuori negli ultimi anni, da Giorgio Faletti a Sandrone Dazieri e Giancarlo De Cataldo, solo per citare i più noti) ha dato vita non solo ad alcuni interessanti prodotti televisivi (Romanzo Criminale e Gomorra su tutti) ma anche a delle ottime pellicole “nere”.

Uno dei primi esempi (e forse il migliore) di questo nuovo “corso” è stato Perez, film del 2014 di Edoardo De Angelis (che ci aveva già deliziato con la sua geniale opera prima Mozzarella Stories).Vicenda di camorra ambientata nel contesto surreale, quai onirico, del centro direzionale di Napoli (isola di cemento e grattacieli nel bel mezzo del centro storico del capoluogo campano), Perez è una pellicola che vede come protagonista un gigantesco Luca Zingaretti nel ruolo di un avvocato padre di una ragazza che ha una relazione con un boss della camorra. Storia violenta, cruda, che disegna, in pieno stile noir,  un mondo senza speranza, nonostante poi il film non si concluda in maniera così pessimistica. De Angelis è abilissimo a girare di notte, a dirigere gli attori: si tratta di un regista che farà strada, questo è poco ma sicuro.

Il contesto napoletano viene sostituito da quello del litorale laziale in Suburra, film del 2016 diretto da Sergio Sollima, regista proprio delle due serie tv di cui sopra,Romanzo Criminale e Gomorra. Suburra è un film forte, violento (a volte in maniera un pò eccessiva e gratuita), una storia di gangster in cui temi tipici del noir (trama ricca di colpi di scena, di cambi di rotta e ribaltamenti di fronte dei personaggi) si mescolano a quelli del thriller politico, con il film ambientato durante la crisi di governo che portò alle dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi. Suburra si presenta quindi anche come uno spaccato della società del nostro Paese e della nostra classe politica: splendido lo scambio di battute tra il personaggio interpretato da Pierfancesco Favino e il deputato di Montecitorio, con i due che contrattano un voto in commissione parlamentare come fossero al mercato. Ottima la caratterizzazione di alcuni personaggi, come quello del Samurai di Amendola, vecchio gangster che prova a stare al passo coi tempi ma destinato a rimanere inevitabilmente sconfitto. Come tutti i personaggi di un noir che si rispetti. 

X-Men: Apocalisse

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X-Men: Apocalisse (USA – 2016) di Bryan Singer

Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Nicholaus Hoult, Sophie Turner

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Credo che il modo più efficace di parlare di X-Men: Apocalisse sia confrontandolo con un altro cinecomic uscito da poco nelle sale, e cioè Captain America: Civil War. Dico questo perchè ho trovato diverse similitudini tra i due film dal punto di vista narrativo, e altrettante differenze  nella gestione dei personaggi e della sceneggiatura.

Provo a spiegarmi meglio: sia in Apocalisse che in Civil War c’è un numero incredibile (come mai si era visto prima) di personaggi con superpoteri che bazzicano per lo schermo; in entrambi i film ci sono gruppi di supereroi che si scontrano tra loro (in Apocalisse “cattivi” contro “buoni”, in Civil War “buoni” contro “buoni”, ma la sostanza non cambia); infine, entrambe le pellicole sono contraddistine dalla presenza di diverse sottotrame che si intrecciano tra loro (in X-Men vi sono i piani diabolici di Apocalisse, il dramma di Magneto, le paure di Jean Grey; in Civil War le storie del Barone Zemo, del soldato d’inverno, della registrazione dei superumani).

Ecco, credo che il punto debole di X-Men:Apocalisse sia stato quello di non riuscire ad amalgamare al meglio tutto questo: cosa che invece Civil War faceva alla grande. Il problema infatti dell’ultimo film di Singer, che pure dirige la pellicola con quella che è la sua tipica abilità, è che i personaggi vengono poco approfonditi, e la trama  risulta contorta e confusionaria. Lasciando perdere le contraddizioni nella continuity con i precedenti film degli X-Men, che mi interessano il giusto, mi sento di poter dire che Apocalisse gode di alcuni bei momenti (su tutti il salvataggio di QuickSilver all’interno dello Xavier institute, assolutamente da applausi) collocati però all’interno di una struttura poco convincente: persino il momento culminante e topico della pellicola, quello in cui Jean Grey sconfigge Apocalisse, viene un tantino arronzato (chi non conosce la storia degli X-Men e della Fenice ci capirà ben poco, infatti).

Ottime le interpretazioni sia di Fassbender che di James McAvoy  (nei ruoli rispettivamente di Magneto e Xavier); altri attori invece non mi hanno convinto appieno, a cominciare da Sophie Turner, troppo legata ancora al ruolo di Sansa Stark della serie Game of Thrones. Che dire: un film riuscito a metà, che mi ha divertito ma che non mi ha colpito del tutto. Si poteva fare molto, ma molto meglio.

Captain America: Civil War

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Captain America: Civil War (USA – 2016) di Anthony Russo e Joe Russo

Interpreti: Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian San, Anthony Mackie, Don Cheadle, Jeremy Renner, Paul Bettany, William Hurt, Daniel Bruhl

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Uno dei grossi rischi che correva Captain America: Civil War era quello di perdersi nei meandri di una storia con troppi elementi, troppi personaggi: insomma, con troppa carne al fuoco. Temevo davvero ne venisse fuori un pastiche insulso (considerato anche che non avevo amato particolarmente i due precedenti film su Capitan America diretti dai fratelli Russo), e invece mi sono dovuto ricredere: al punto che reputo Civil War la migliore pellicola sull’universo Marvel realizzata fin’ora insieme al mio prediletto I Guardiani della Galassia.

Civil War è infatti un film che riesce a combinare alla perfezione la spettacolarità, lo humour e il dramma, senza mai far pendere la bilancia in maniera eccessiva a favore di uno di questi tre elementi: e che riesce a gestire una quantità impressionante di personaggi e di sottotrame (la ricerca di Bucky, lo scontro tra i due gruppi di vendicatori, la minaccia del Barone Zemo) in maniera molto omogenea. La trama è priva degli scivoloni e dei buchi narrativi di cui invece era zeppo Age of Ultron, e la sceneggiatura è più intricata ed accattivante di quella del primo Avengers (non è un caso che usi come paragone i film sui Vendicatori: checchè ne dica il titolo, questo non è un film su Capitan America).

Nonostante le fondamenta narrative su cui si basi il film non siano convincenti quanto quelle del fumetto a cui esso è (lontanamente) ispirato (in quel caso la “guerra civile” era scatenata dalla proposta di registare e schedare tutti i superumani: aveva quindi implicazioni sociali ben più grandi della versione “all’acqua di rose” del film), il dramma generato della frattura nel gruppo è affrontato molto bene, con pathos e drammaticità: lo scontro finale a tre tra Bucky, Iron Man e Capitan America è tanto spettacolare ed emozionante quanto sofferto.

Niente da dire sulle sequenze d’azione, assolutamente magnifiche e coreografate in maniera perfetta; ma questo è ormai divenuto un must delle pellicole di supereroi, per cui non c’è più tanto da sorprendersi.

Una nota a parte merita poi Spiderman: per quanto sia breve la sua apparizione nel film, non si può negare che questa incarnazione di Peter Parker sia forse la più vicina a quella del fumetto originale e, forse, la più azzeccata che si sia mai vista al cinema. Staremo a vedere.

Youth – La giovinezza

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Youth – La giovinezza (Italia – 2015) di Paolo Sorrentino

Interpreti: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

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Quelli di Paolo Sorrentino non sono dei film “facili”, e per questo in molti non li amano. Come detto più volte, sono invece un grande estimatore dei lavori del regista campano: sia di quelli più riusciti (Le conseguenze dell’amore e Il Divo, due autentici capolavori) sia di quelli più deboli (This Must be the place o L’amico di famiglia).

Youth si colloca a metà strada in questa mia personale classifica delle pellicole di Sorrentino: valgono molti dei ragionamenti che avevo fatto a suo tempo per La grande bellezza, cui è molto affine, sia per la messa in scena che per i contenuti. Si tratta di un film dal ritmo compassato, dallo stile apparentemente lento, quasi “inesorabile”: proprio come il tempo che scorre per i due protagonisti della pellicola, interpretati da Michael Caine ed Harvey Keitel. Come ne La grande bellezza, Sorrentino cerca di descrivere il rapporto dell’uomo con il “suo” (inteso come proprio, personale) tempo, e di come esso possa essere assaporato e vissuto solo non avendo paura di abbandonarsi alle emozioni, ai sentimenti; in caso contrario, alla fine della nostra esistenza non rimarranno che rimpianti ed occasioni perdute. In questo senso può essere salvifica l’arte: in fondo, cos’è che tiene vivi i due protagonisti del film, se non, in un caso, il cinema (da non confondere con la vita: in una delle più belle battute della pellicola la vecchia attrice in declino intepretata da Jane Fonda dice al regista Harvey Keitel, in procinto di girare il suo utlimo film: “e finiscila con questa stronzata del cinema!”) e nell’altro la musica, come ci ricorda il malinconico ma bellissimo e lirico finale?

 E’ vero che forse il film per lunghi tratti cade nell’autocompiacimento; ma é anche vero che per il resto Youth è pura bellezza: Sorrentino é capace di “dipingere” su pellicola dei veri e propri quadri, sfruttando movimenti di macchina avvolgenti e lunghi piani sequenza (la scena dell’ingresso in piscina di Madre Natura è da applausi), e in questo resta uno dei migliori registi al mondo. Con buona pace di critici e (soprattutto) invidiosi.

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Lo chiamavano Jeeg Robot (Italia – 2016) di Gabriele Mainetti

Interpreti: Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli, Stefano Ambrogi

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A parte poche eccezioni (penso ad Edoardo De Angeilis, che ha diretto qualche anno fa quel piccolo gioiellino di Mozzarella Stories, o a Gabriele Salvatores, forse l’unico regista italiano che ha sempre cercato di sperimentare, anche nel campo del cinema di genere, qualcosa di nuovo), negli ultimi vent’anni il cinema italiano  non ha mai cercato di spingersi oltre, non ha mai veramente trovato il coraggio di rischiare. Oggi possiamo vantarci di avere dei grandissimi cineasti, riconosciuti anche a livello internazionale (Garrone, Sorrentino, per citare solo i due più importanti), ma per il resto la settima arte nel Belpaese si riduce a una serie di commediole innocue e il più delle volte noiose. In sintesi quindi, manca oggi in Italia un vero e proprio cinema di genere, di puro intrattenimento (come quello che caratterizzava le produzioni nostrane dei decenni ’70 ed ’80 e, in parte, ’90) che si collochi a metà strada tra il cinema d’autore e quello per mentecatti.

Negli ultimi 2-3 anni sembra però esserci stata una svolta, con l’uscita prima di tutta una serie di film collocalbili all’interno del genere noir (l’ottimo Fedez, ancora di De Angelis, Anime Nere di Francesco Munzi, e in parte anche Suburra) e successivamente dell’ultima opera di Salvatores, Il ragazzo invisibile, che ha sdoganato il cinema di supereroi in Italia: per quanto si tratti di un film abbastanza innocuo (una pellicola certamente ben girata, ma pur sempre un film per ragazzi, con poco sangue e poca violenza), esso ha avuto il merito di fare da apriprista, forse involontariamente, all’opera prima di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot.

Ambientando un film di supereroi nel contesto degradato di Tor Bella Monaca, alla perfiera di Roma, Mainetti ha avuto un’intuizione geniale: non ci sono superuomini che sfrecciano tra i grattacieli, o intrepidi vigilantes che difendono i più deboli: il mondo in cui si muovono i personaggi di  Lo chiamavano Jeeg Robot è popolato da criminali di bassa lega e da poveri derelitti. Mainetti mostra di saperci fare, girando delle ottime scene d’azione (la messa in scena della violenza, a tratti anche abbastanza splatter, ricorda vagamente quella dei film di gangster di Scorsese), e dando vita a personaggi forse un pò sopra le righe, ma assolutamente veri nei loro drammi e nei loro dubbi: il protagonista, Enzo, che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad avere relazioni con gli altri esseri umani, accecato da un cinismo che lo porta a disinteressarsi del prossimo nella maniera più assoluta; Alessia, che cerca di sfuggire allo squallore della sua esistenza rifugiandosi in un mondo di finzione fatto di personaggi che provengono dagli anime giapponesi; o Lo Zingaro (interpretato da uno splendido Luca Marinelli: suoi i momenti più entusiasmanti del film, a riprova del fatto che un film di supereroi è riuscito solo se è riuscito il villain) i cui sogni di grandezza sono solo volti a fuggire dalla orribile realtà in cui vive ed in cui è cresciuto.

Incredibilmente per un film italiano, anche la computergrafica utilizzata è convincente, con tanto di duello finale tra il supereoe e il super cattivo, durante il derby Roma-Lazio.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film consolatorio o buonista: non c’è happy ending, e il protagonista non è certo un personaggio positivo (“a me della gente non me ne frega niente” dice più volte durante il film il personaggio interpretato da Claudio Santamaria); eppure questa pellicola riesce a entusiasmare e divertire, come i grandi film ispirati ai comics americani, e forse anche di più. Speriamo sia davvero l’inizio di una nuova ondata di cinema di genere italiano, ne abbiamo davvero bisogno.

L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi: la violenza secondo Wes Craven

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Se si esclude una breve esperienza nel mondo del porno, L’ultima casa a sinistra (1972) può essere considerato l’esordio di Wes Craven dietro la macchina da presa: come tutte le opere prime, si tratta di un lavoro piuttosto grezzo e con qualche difetto, ma anche ricco di diversi spunti interessanti. La pellicola narra la vicenda di due giovani ragazze che vengono adescate, torturate e infine assassinate da una banda di psicopatici appena evasi di prigione; ma racconta anche della successiva, sanguinosa vendetta messa in atto ai loro danni dai genitori di una delle vittime. Per quanto il film risulti forse oggi un pò datato (nel senso che è una pellicola chiaramente figlia della sua epoca: quella del ’68, dell’emancipazione sessuale, del boom delle droghe leggere, e così via) esso rimane assolutamente imprescindibile all’interno della filmografia di Craven. E questo non solo per come Craven mette in scene la violenza (in maniera del tutto esplicita, senza filtri, ma mantenendo a tratti un tocco quasi lirico: la scena dell’esecuzione della diciassettene Mary, finita con due colpi di pistola mentre, in una sorta di poetica purificazione, si immerge in un fiume dopo essere stata stuprata, è grandissimo cinema), ma soprattutto per gli ultimi, eccezionali venti minuti della pellicola, in cui i tranquilli genitori di Mary si trasformano in dei veri e propri animali selvaggi assetati di sangue, e fanno fuori uno la banda di aguzzini (uno di loro viene addirittura evirato dalla madre di Mary, che gli stacca il membro durante un blowjob). L’ultima casa a sinistra è quindi un film cheriflette sulla violenza e sulla natura selvaggia che si cela dietro la rassicurante facciata della borghesia americana (un pò come faceva a suo modo Peckinpah in Cane di paglia), un’opera prima forse un pò grezza, ma a mio parere di grandissimo impatto.

5 anni dopo Craven torna nuovamente a rappresentare la violenza bruta e selvaggia ne Le colline hanno gli occhi, film che divenne da subito un piccolo cult. Per quanto la trama sia abbastanza prevedibile (una famiglia che sta facendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti ha un problema al camper ed è costretta a fermarsi nel bel mezzo del deserto: qui incappa in un gruppo di assassini cannibali), anche qui il regista sembra voler, più che mostrare l’orrore fine a sè stesso, riflettere sulla violenza e sulla follia del cosiddetto mondo civilizzato, capace di riportare l’uomo a uno stato primitvo e selvaggio: gli assassini de Le colline hanno gli occhi sono abomini nati dagli esperimenti atomici effettuati dal governo americano, e la stessa famiglia che fa da vittima predestinata ai mostri non è certo composta da personaggi  positivi: il padre è un militare guerrafondaio, i figli maschi sono due idioti; l’unico elemento che può dare speranza all’umanità sembra essere la donna (non è un caso che nel finale sia proprio la ragazza selvaggia a tradire i membri della propria famiglia e a salvare i pochi superstiti dell’altra famiglia, quella “civilizzata”). In generale, sebbene il film sia più organico del precedente in quanto a trama e sviluppo della sceneggiatura, gli preferisco L’ultima casa a sinistra, più “incostante” dal punto di vista narrativo ed estetico, ma con alcuni picchi di grande, grandissimo cinema.

Dopo L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi Cravem non smetterà certo di riflettere sulla violenza, ma lo farà affrontando questi temi da un punto di vista “fantastico”. Ma questa è una storia per un altro post.

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Batman V Superman: Dawn of justice

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Batman V Superman: Dawn of Justice (USA – 2016) di Zack Snyder

Interpreti: Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Laurence Fishburne, Jeremy Irons

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La prima cosa che mi viene in mente da dire dopo la visione di Batman VS Superman è: che peccato.

Che peccato perchè per la prima volta un film di supereroi sembrava voler riflettere davvero in maniera seria sul ruolo dei vigilantes nella nostra società: in una delle poche battute riuscite del film, Bruce Wayne dice ad Alfred “siamo criminali, lo siamo sempre stati”, sottolineando il fatto che Batman, così come tutti i suoi colleghi in calzamaglia, agisce al di fuori della legge e delle regole (in particolare, l’uomo-pipistrello di questo film è un fascistoide violentissimo che uccide senza pietà).

Che peccato perchè la visione “messianica” e salvifica di Superman poteva davvero dare un risvolto interessante alla pellicola, se approfondita e trattata adeguatamente.

Che peccato perchè l’idea di fondo del film, e soprattutto la sua collocazione in un contesto più ampio di pellicole ambientate nell’universo della DC, l’avevo trovata molto accattivante:  la macchinazione di Luthor volta a favorire l’arrivo sulla Terra di un misterioso e onnipotente essere malvagio (Darkseid, verosimilmente), le visioni (o premonizioni?) che lasciano intuire l’esistenza di universi alternativi (vedi il “cammeo” di Flash dopo l’incubo post-apocalittico di Bruce Wayne), sono piccoli segnali che hanno fatto venire l’acquolina in bocca a molti dei nerd appassionati di comics (me compreso) che sono corsi in sala a vedere la pellicola di Snyder.

Un peccato, davvero: perchè tutto questo buon materiale va a farsi benedire, a causa di una sceneggiatura confusionaria (eventi temporalmente separati tra loro, come l’attacco dinamitardo al processo e la rapina della Kryptonite ad opera di Batman, vengono mostrati  senza soluzione di continuità) e a tratti incomprensibile (Luthor che prende il comando dell’astronave di Krypton senza alcun tipo di problema, o la genesi di Doomsday, francamente ridicola). Il film è poi oggettivamente girato male (in particolare, le scene d’azione), e la fotografia è eccessivamente buia (si prenda la scena del dialogo tra Affleck ed Irons nel loft di Wayne: per tutta la sequenza entrambi sono sempre in ombra, al punto che quasi non si vedono le loro facce!). Si salva forse solo la performance di Eisenberg: gigioneggia un pò troppo, è vero, ma il suo Luthor è quello che ne esce meglio, alla fine.

Concludo con un appello: se mai dovesse essere girato un altro film che abbia Batman tra i protagonisti, vi prego, evitate di mostrarci nuovamente la scena dell’uccisione dei genitori di Bruce Wayne: credo sia la sequenza più girata della storia del cinema, non se ne può davvero più.