The hateful eight

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The Hateful Eight (USA – 2015) di Quentin Tarantino                                               Interpreti: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern

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The Hateful Eight non è forse il migliore dei film di Quentin Tarantino, ma è sicuramente uno dei suoi più inaspettati e sorprendenti. E credo che lo sia per due validi motivi.

Il primo è che mai prima d’oggi il regista nato a Knoxville aveva realizzato una pellicola “da camera”, tutta girata in interni (i primi due capitoli nella diligenza, il resto nell’emporio di Minnie), e d’impostazione quasi teatrale: la telecamera si muove sapientemente all’interno di spazi ristretti, sia nelle scene ricche di dialoghi (i primi 4 capitoli), che in quelle in cui esplode l’azione (gli utlimi 2). Molti hanno criticato il film perchè troppo verboso nelle prima parte: è vero, ma i lunghissimi dialoghi, vero e proprio elemento portante della pellicola (come è sempre stato nella cinematografia Tarantiniana) hanno lo scopo di alzare la tensione sulla scena (ognuno degli otto personaggi ha qualcosa da nascondere: lo sa lo spettatore e lo sanno i personaggi sulla scena, e il modo in cui è gestita la suspence, che cresce man mano che il film va avanti, è da applausi) oltre che di preparare alla terribile carneficina della seconda parte. Utilizzando alcuni dei suoi marchi di fabbrica (la de-strutturazione della sceneggiatura tramite l’uso di flashback e balzi temporali) Tarantino mette in scena un bagno di sangue come non se ne erano mai visti prima nella sua filmografia: qui infatti la violenza è efferrata, pura, non spaccona e barocca come in Kill Bill, Bastardi senza gloria o Django. Ed è questa l’altra grande novità della sua ultima opera: The Hateful Eight è un film intriso di un nichilismo e di un pessimismo nuovi; non vi sono personaggi positivi, ma solo criminali, banditi, guerrafondai razzisiti e carichi d’odio; e la morte, il sangue, la violenza bruta (la scena dell’impiccagione finale è assolutamente agghiacciante), regnano sovrani in un mondo senza speranza di redenzione.

La fotografia, così come la resa dei colori e dei dettagli sono esaltati dall’uso del formato panoramico 70 mm; immensa la performance di tutto il cast (ma, visti i nomi in ballo, c’era da aspettarselo), e non sto a parlare della maestria tecnica che traspare da ogni singola inquadratura. Si prenda solo la primissima sequenza, una carrellata che si allontana lentamente da un cristo di legno e scopre il panorama immenso e gelido del Wyoming, con una diligenza solitaria che si avvicina alla camera, il tutto accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone: cinema allo stato puro, con buona pace dei critici e di chi considera sopravvalutato quel fottutissimo genio di Quentin Tarantino.

The Revenant

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The Revenant (USA – 2015) di Alejandro Gonzales Inarritu

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson

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A un anno di distanza dal grande successo di Birdman (culminato con la conquista, tra gli altri, dell’oscar come miglior film), il regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu riprende molti dei motivi stilistici che avevano caratterizzato la sua opera precedente, per riproporli in un contesto completamente differente.

The Revenant è infatti costruito facendo largo uso di piani sequenza, avvolgenti movimenti di macchina, lunghe carrellate: riuscire ad amalgamare in questo modo riprese dal vivo ed effetti digitali (la scena dell’attacco dell’orso, ad esempio, è un piccolo capolavoro, un vero e proprio film nel film), il tutto con decine di personaggi sulla scena, poteva essere una impresa impossibile; Inarritu ci è riuscito, dimostrando ancora una volta una capacità tecnica fuori dal comune.

Ma il film non è solo una dimostrazione auto-compiaciuta di abilità tecnica: certo, Inarritu gode nel far vedere quanto è bravo; ma la bellezza e la poesia che traspaiono dal modo in cui egli rappresenta i paesaggi gelidi e selvaggi della Louisiana, o il modo in cui riesce a rappresentare la bestialità e la “fisicità” dell’essere umano (The Revenant è un film fatto della carne dilaniata dello scalpo di Fitzgerald, delle cicatrici inflitte a Glass dall’orso, del sangue versato da coloni ed indiani, della saliva schiumata da Glass mentre assiste impotente all’omicidio del figlio); tutto questo, è semplicemente grande cinema.

Non condivido molte delle critiche che sono state mosse al film, una su tutte che esso sia “senza cuore”. Sebbene convenga che il plot non meriti di essere ricordato (si tratta di una storia di vendetta abbastanza banale e scontata, di come al cinema se ne sono già viste tante), e che i personaggi principali (tra l’altro interpretati splendidamente da Leonardo Di Caprio e Tom Hardy) siano poco approfonditi, credo che The Revenant resti un grande film: forse non meriterà di vincere l’oscar, e forse è davvero un film “freddo”: ma avercene, di film freddi così.

The green inferno

The Green Inferno (USA – 2013) di Eli Roth

Interpreti: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Daryl Sabara, Kirby Bliss Blanton, Sky Ferrera

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Realizzato nel 2013 ma distribuito in Italia solo pochi mesi fa a causa, ovviamente, di problemi con la censura (il battage pubblicitario che ne ha accompagnato l’uscita lo definiva come uno degli horror più sconvolgenti della storia del cinema: a onor del vero, per quanto il film sia abbastanza duro, devo dire di aver visto molto di peggio), The Green Inferno è una dichiarazione d’amore a quella stagione d’oro del cinema di genere italiano rappresentata dai cosiddetti film “cannibali”, argomento su cui ho pubblicato un post pochi giorni fa.

Il film di Roth riprende il titolo del mockumentary girato dai protagonisti di Cannibal Holocaust (massima espressione del genere), ma, più che con il film di Deodato, esso ha delle forti analogie con Cannibal Ferox di Lenzi: anche qui ci sono infatti un gruppo di occidentali “civilizzati” che si recano nella giungla apparentemente armati di buone intenzioni (sono degli attivisti che protestano contro il disboscamento della foresta amazzonica) e che, loro malgrado, finiscono tra le grinfie di una tribù di indigeni con una predilezione per la carne umana.

Anche se non ho apprezzato appieno la scelta di girare il film utilizzando il digitale (capace, è vero, di esaltare i colori dominanti della pellicola, come il verde della vegetazione o il rosso della pelle degli indigeni, ma che allo stesso tempo dona alle sequenze diurne un’aria rarefatta che è poco “cinematografica”), la pellicola è girata molto bene, con un buon senso del ritmo, ed è ricca di scene splatter degne di essere ricordate: su tutte quella in cui all’attivista obeso vengono prima cavati gli occhi (uno per uno), poi mozzata la lingua, quindi asportati gli arti e, infine, tagliata la testa (tutto questo mentre il malcapitato è, ovviamente, ancora vivo). Alcune sequenze sono poi davvero difficili da sostenere (e di questo va dato merito a Roth):  confesso di aver chiuso gli occhi un paio di volte mentre guardavo la scena in cui la protagonista sta per essere sottoposta ad infibulazione.

Ciò che invece non ho apprezzato è stato un sottile sottotesto razzista (probabilmente non voluto, ma che ho comunque percepito nettamente), che è poi la grossa differenza tra The Green Inferno ed i film dell’epoca d’oro del genere: i cannibali di Deodato e di Lenzi erano delle vittime dell’uomo bianco, che sfogavano la loro rabbia e la loro natura dopo aver subito orrori indicibili; gli indigeni di Roth invece non ispirano simpatia, sono piuttosto dei brutali assassini incapaci di provare emozioni; e non basta certo la trovata (scontatissima) del bambino che fa amicizia con la protagonista a convincermi del contrario. Ecco, questo credo sia il grosso punto debole di un film comunque ben fatto, e di cui mi riservo di dare un’opinione definitva quando finalmente se ne potrà vedere la versione senza tagli (alcuni dei quali operati dalla produzione davvero in maniera grossolana).

Breve cronistoria del cinema “cannibale”

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Uno dei filoni di maggiore successo del cinema di genere italiano è stato indubbiamente quello dei film “cannibali”, che spopolarono tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80. Sfruttando il successo e il morboso interesse verso i “mondo movie”, i produttori nostrani intuirono che mostrare gli orrori (reali) degli scioccanti documentari di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, collocandoli però in un contesto di finzione, avrebbe potuto incontrare i favori del pubblico. E così fu, sia in Italia che all’estero.

Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi, del 1977, è considerato il film che ha dato il via alla stagione del cinema “cannibale”. In realtà nella vicenda dell’integrazione di un fotografo americano all’interno di una tribù di indigeni (in quella che è una sorta di rivisitazione italica di Un uomo chiamato cavallo) di “cannibale” c’è ben poco, se si esclude una brevissima sequenza verso la fine del film: Lenzi si fa apprezzare per il taglio quasi documentaristico che riesce a dare ai paesaggi e alle bellezze della Thailandia, ma per il resto Il paese del sesso selvaggio è un film abbastanza innocuo, da ricordare solo per il suo valore “storico” di apripista, o meglio ancora di precursore, di un genere.

Visto il notevole successo della pellicola (soprattutto in Germania, dove venne distribuita con il titolo Mondo cannibale) a Lenzi fu commissionato un nuovo film ambientato nella giungla, ma più concentrato sulle pratiche “sanguinarie” degli indigeni: regia e produzione non si accordarono però sui compensi, per cui a dirigere Ultimo mondo cannibale (1977) fu chiamato Ruggero Deodato. Ultimo mondo cannibale va considerato, a mio parere, il primo, vero film “cannibale”: qui si assiste al banchetto che un gruppo di indigeni organizzano con il cadavere di una selvaggia (la scena dello svuotamento delle interiora della carcassa di Me Me Lay è ottimamente realizzato) e lo stesso protagonista (interpretato da Ivan Rassimov) divora un cuore umano per sfuggire alla furia dei suoi nemici. Il film possiede molti dei difetti tipici delle pellicole italiane di genere (protagonisti che compiono azioni incomprensibili, interpretazioni di scarso livello) e non vale, a mio parere, la fama di cult che ha acquisito negli anni: resta un film minore che si fa ricordare per la sua efferatezza (le scene che mostrano la prigionia e poi la fuga di Rassinov sono davvero disturbanti) e per il fatto di aver avvicinato Deodato al genere “cannibale”; il regista romano girerà infatti, tre anni dopo, il suo capolavoro Cannibal Holocaust. Di questo film grandissimo e tremendamente innovativo ho già parlato ampiamente: aggiungo solo che esso segnò un punto di non ritorno nel cinema cannibale (e non solo), letteralmente “alzando l’asticella” degli orrori che potevano essere mostrati su pellicola; e Umberto Lenzi, che con i cannibali era stato il primo ad avere a che fare al cinema, si adeguò senza problemi.

Lenzi torna infatti al genere nel 1980 e nel 1981, girando Mangiati vivi e Cannibal Ferox. Entrambi i film sono caratterizzati da un messaggio anti-colonialista e fortemente critico verso la società moderna e “civilizzata”: i veri selvaggi sono gli uomini bianchi, capaci di perpetrare orrori disumani, sia ai danni dei loro simili (Mangiati vivi) che di innocenti tribù indigene (Cannibal Ferox).

Mangiati vivi, la cui sceneggiatura è incentrata sul culto di una religione new-age che predica un ritorno alla vita selvaggia e al contatto con la Terra, e che è guidata da un santone sadico e manipolatore di nome Jonas, è un film ricco di sequenze molto forti: la deflorazione della protagonista con un fallo di legno, il banchetto di un gruppo di selvaggi il cui pasto principale è Paola Senatore, divorata viva come recita il titolo. Peccato che Lenzi ricicli altre scene molto efferate dai suoi film precedenti (e non solo), il che lascia allo spettatore la sensazione che il regista non credesse molto in quello che stava facendo.

Cannibal Ferox é invece la storia di una studiosa che si addentra nella giungla in compagnia di due amici per dimostrare che il cannibalismo è solo una leggenda; qui scoprirà a sue spese di avere torto, ma anche che la furia dei selvaggi è scatenata dagli orrori e dalle torture perpetrate ai loro danni dall’uomo bianco. In termini di orrori ed efferatezze, la pellicola raggiunge e forse supera i livelli di Cannibal Holocaust di Deodato (di cui, in parte, riprende il tema del gioco con la realtà e la finzione: si veda tutto il racconto di Mike Logan, intorno a cui ruota gran parte del film, che si rivela essere completamente falso), ed è ricca di momenti splatter realizzati magnificamente da un punto di vista tecnico: l’evirazione lo scoperchiamento della calotta cranica di Giovanni Lombardo Radice, e Zora Kerowa appesa per le mammelle con degli uncini, valgono da sole tutto il film. Unica pecca della pellicola l’interpretazione della protagonista Lorraine De Selle, che recita per un’ora e mezza sempre con la stessa espressione.

Dopo Cannibal Ferox non furono più prodotte pellicole nel genere “cannibale” che meritino di essere ricordate. Personalmente ritengo che, di quella stagione di grande successo per il cinema italiano, la vetta sia stata raggiunta dal capolavoro Cannibal Holocaust di Deodato e dall’ottimo Cannbial Ferox di Lenzi: gli altri film non hanno tolto o aggiunto niente né al genere né al cinema italiano in generale. Due anni fa Eli Roth ha girato la sua personale dichiarazione d’amore al genere: ma di The green inferno parleremo in un altro post.

Il Piccolo Principe

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Il Piccolo Principe (Francia – 2015) di Mark Osborne

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Ho sempre pensato che Il Piccolo Principe, una delle opere letterarie più amate del ‘900, fosse un racconto difficilmente trasportabile su pellicola; vuoi per la sua breve durata, vuoi per la tipologia di eventi narrati. L’intuizione che hanno avuto le case di produzione coinvolte in questo progetto italo-francese (Onyx Films, Orange Studio e On Entertainment) è stata però vincente: trasporre la fiaba di Antoine de Saint-Exupéry ai giorni nostri ha permesso a Irena Brignull (sceneggiatrice) e Mark Osborne (regista) di realizzare un film moderno e molto più “adulto” di quanto si possa pensare, pur mantenendo intatto lo spirito e la dolcezza dell’opera di partenza.

Ciò che infatti differenzia molto Il Piccolo Principe dagli usuali film di animazione (anche da quelli, ottimi, realizzati dalla Pixar, come il più recente Inside Out) sono una messa in scena ed un immaginario assolutamente “adulti”: si prenda tutta la seconda parte della pellicola, in cui la piccola protagonista visita un mondo distopico ed opprimente che richiama palesemente Brazil di Terry Gilliam, in un vero e proprio incubo in cui non c’è spazio per gag o sorrisi; o la descrizione della società degli adulti, dove a contare sono solo il profitto ed il lavoro, dove tutto è controllato e pianificato (come in ogni società distopica che si rispetti: evidenti i richiami a  1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley).

Un film quindi profondamente maturo sia nei contenuti che nella messa in scena (felicissima anche la scelta di utilizzare due tecniche d’animazione differenti, la CGI e la stop-motion, quest’ultima per raccontare alcune delle scene del libro di Antoine de Saint-Exupéry) e che ci ricorda come oggi gli adulti sembrino aver dimenticato che ciò che conta veramente, ciò che è “essenziale”, non è tutto ciò che è utile ad ottenere un profitto, un risultato (“be essential” è il motto della scuola dove la piccola protagonista è destinata ad andare a studiare), ma è l’amore che proviamo per l’altro, chiunque esso sia: una rosa, una volpe, un padre mai conosciuto, o un vecchio aviatore che ci ha insegnato a “guardare col cuore”.

Il Ponte delle Spie

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Il ponte delle spie (USA – 2015) di Steven Spielberg                     Interpreti: Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda, Austin Stowell,

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Ispirandosi alla cosiddetta “crisi degli U-2” (quando, in piena Guerra Fredda, Francis Gary Powers, pilota di un aereo-spia Lockheed U-2 dell’esercito americano fu abbattuto, catturato e condannato dai sovietici, per poi essere “scambiato” con una spia comunista detenuta negli Stati Uniti), Steven Spielberg ha realizzato un film solido, tutto costruito sui personaggi, sui dialoghi; e va detto che, specialmente negli ultimi anni, sono state proprio queste tipologie di pellicole quelle che gli sono riuscite meglio.

Il ponte delle spie é un film privo d’azione e di momenti spettacolari, perchè la spettacolarità è tutta nella messa in scena. Si prenda ad esempio la sequenza finale, quella dello “scambio”: in 10 minuti di pellicola non viene sparata una pallottola, non viene versata una goccia di sangue: eppure la tensione é palpabile, la suspence é gestita da Spielberg in maniera perfetta senza l’utilizzo di musiche eclatanti o di effetti speciali; gli bastano gli sguardi, i gesti, le attese. Una grandissima lezione di cinema, in poche parole.

Sbaglia poi chi considera il film eccessivamente patriottico: è vero che forse la rappresentazione dei sovietici è un pò macchiettistica, ma sono proprio gli Americani ad uscire peggio da Il ponte delle spie: quegli americani che prima vogliono mostrare al mondo l’equità del proprio sistema giudiziario, ma che poi si rivelano pronti a condannare (e, addirittura, minacciare) chi difende gli ideali della propria costituzione, se ciò comporta aiutare un “rosso”, un nemico. In questo senso il film di Sbielberg è lucido, freddo, e anche fortemente critico verso la troppe volte bigotta società americana.

Finalmente anche Tom Hanks torna ai fasti di un tempo, regalandoci un’interpretazione magnifica; ma non dimentichiamoci di Mark Rylance, che con la sua recitazione pacata, quasi minimalista, riesce a strappare ben più di un applauso.

Unica pecca di questo ottimo film sono i minuti finali, con annesso ritorno a casa del protagonista dalla famiglia felice (un marchio di fabbrica del cinema di Spielberg che, ahimè, troppe volte non ha saputo rinunciare alla soluzione dalla lacrimuccia facile): peccato, se la pellicola fosse finita con Tom Hanks da solo sul ponte, a guardare l’auto con la spia russa che sparisce nella notte, ignaro del destino dell’amico e col dubbio di averne sancito la condanna a morte, forse si sarebbe potuto gridare al capolavoro.

Star Wars: Il Risveglio della Forza

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Star Wars: Il Risveglio della Forza (USA – 2015) di J.J.Abrams         Interpreti: Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill

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J.J. Abrams, regista de Il Risveglio della Forza, deve essere da sempre un fan sfegatato dell’universo di Star Wars: la caratteristica maggiore di questo primo film della cosiddetta “trilogia sequel” è infatti il suo tono nostalgico e un po’ retrò, ricco di richiami ed ammiccamenti ai primi film di George Lucas, apprezzabilissimi sia dai fan di vecchia data che da nuovi adepti della Forza. Questo “effetto nostalgia” che pervade tutta la pellicola non mi è affatto dispiaciuto: perché la passione e l’amore per l’universo di Star Wars sono lampanti e sinceri, come si evince dal modo con cui Abrams tratta le storie e i personaggi creati da George Lucas quasi quarant’anni fa.

In questo senso, ho trovato azzeccata e vincente anche la scelta di far tornare i personaggi della trilogia classica (Carrie Fisher, ma soprattutto Harrison Ford, appaiono un po’ imbolsiti, mentre Mark Hamill sembra essere invecchiato meglio), con il chiaro ruolo di fare da trade union tra la generazione che vide il primo Guerre Stellari al cinema nel’77 e quella che solo oggi sente per la prima volta risuonare nelle sale il mitico tema musicale di John Williams.

Ma quella che è la Forza di questo Episodio VII è anche, purtroppo, la sua debolezza. Il film infatti sembra ripercorrere eccessivamente la trama del primissimo Star Wars (Episodio IV – Una nuova speranza): e così i punti cruciali della sceneggiatura, scritta dallo stesso Abrams e da Lawrence Kasdan (la ricerca di un droide che contiene i piani per distruggere la nuova Morte Nera, il personaggio principale che viene da un pianeta desertico e che è destinato a salvare la Galassia, e così via) sanno di già visto. Il film soffre anche l’assenza di un villain di valore: non me ne si voglia, ma Adam Driver non mi ha convinto affatto nel ruolo di Kylo Ren, per quanto il suo dissidio interiore (“al contrario” rispetto a quanto visto nei film precedenti: egli non è un jedi tentato dall’oscurità, ma un malvagio combattuto ed attratto dal potere della luce) sia trattato in maniera intelligente e non retorica.

Per il resto, al di là dei punti deboli appena elencati, dal punto di vista tecnico il film è puro godimento, sia in termini di effetti speciali (mai troppo “invasivi”, come invece era capitato con alcuni dei film della “trilogia prequel”) che di scene d’azione: Abrams è un regista con gli attributi, e riesce ad imprimere alla pellicola un ritmo forsennato e pressoché perfetto.

In conclusione, mi sento di dire che Il Risveglio della Forza è un buon film, una appassionata dichiarazione d’amore al cinema fantascientifico rivoluzionato da Lucas alla fine degli anni ’70: la speranza è che, con questo primo episodio, ci si sia scrollati di dosso il “peso” della trilogia classica, e che quindi a partire dal prossimo film gli sceneggiatori ed i registi che verranno coinvolti nel progetto possano davvero ripartire da zero, donando nuova linfa e nuova vita alla più grande saga della storia del cinema. Io, quindi, attendo fiducioso l’episodio VIII: nel frattempo, che la Forza sia con voi.

Mad Max: la trilogia “classica”

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Interceptor_-_Il_guerriero_della_strada_Mel_Gibson_foto_dal_film_4 L’uscita nelle sale, qualche mese fa, di Mad Max: Fury Road (di cui ho parlato dettagliatamente qui) mi ha invogliato a rivedere i tre film che compongono la trilogia “classica” ideata da George Miller negli anni ’80.

Interceptor (1979), opera prima di Miller, è la storia di Max, un poliziotto-vigilante che si muove tra le strade di una Australia post-apocalittica, e della sua vendetta ai danni dei criminali che hanno sterminato la sua famiglia. Al di là di una trama abbastanza “innocua” (di fatto, Interceptor è una semplice storia di vendetta, come al cinema se ne sono vedono a centinaia) ciò che rese da subito questo piccolo film australiano un vero e proprio cult furono gli spettacolari inseguimenti automobilistici e le riprese mozzafiato delle sequenze d’azione, realizzate senza effetti speciali e con una messa in scena modernissima ancora oggi. Interceptor, nonostante qualche minimo passo falso (il film ha qualche caduta di ritmo di troppo, specialmente nella prima parte, molto lunga e verbosa) ebbe da subito un impatto notevole sull’immaginario collettivo (si pensi anche solo a Ken il Guerriero, ai suoi scenari postapocalittici e ai suoi motociclisti punk), per cui la realizzazione di un sequel fu un qualcosa di assolutamente naturale.

Personalmente ritengo Interceptor il guerriero della strada (1981) il migliore dei primi tre film su Mad Max: in questo secondo episodio la violenza è estremizzata, Max è ancora più folle che nel capitolo precedente, e l’apocalisse è assoluta: se nel primo episodio si descriveva un mondo sull’orlo del collasso ma in cui restavano ancora dei barlumi di civiltà, qui lo scenario è quello di un pianeta trasformato dalle guerre nucleari in un deserto senza fine, in cui ci si uccide e si fa la guerra per un pò d’acqua o di benzina. Non è però solo l’aspetto narrativo ad essere estremizzato in questo secondo episodio: anche la messa in scena e gli inseguimenti in macchina salgono di livello (Miller aveva a disposizione un budget più elevato rispetto al primo film, e si vede): la corsa finale è assolutamente perfetta per come è stata pensata e poi messa in scena, in un tripudio di arti mozzati, sangue ed esplosioni. Rispetto al primo film, Interceptor il guerriero della strada non soffre assolutamente di cali di ritmo, e anzi introduce dei personaggi di contorno molto ben riusciti (l’aviatore codardo, il giovane bambino/narratore) che sopperiscono all’assenza di un villain di valore (unico neo della pellicola).

Mad Max oltre la sfera del tuono (1985) è una pellicola ricca di azione e di belle trovate, ed ha l’unico difetto di essere un film in puro “stile anni ‘80”, insomma meno cinico e più buonista dei due film precedenti. Dal punto di vista della sceneggiatura il film è costruito “a blocchi” (il duello di Max all’interno della “sfera del tuono”, la fuga nel deserto e l’incontro con i bambini sperduti, il solito, spettacolare inseguimento finale) ma Miller riesce con il suo stile ad amalgamare il tutto e a rendere il racconto fluido ed appassionante. Potrebbe generare un pò di confusione la presenza di un attore (Bruce Spence) già nel cast di Interceptor – il guerriero della strada, che qui interpreta un personaggio diverso: ma attenzione, questi “ritorni” nel mondo di George Miller sono una cosa normale, basti pensare che il villain del primo Interceptor è interpretato da Hugh Keays-Byrne, lo stesso attore che dà il volto a Immortan Joe, cattivo dell’ultimo e bellissimo Mad Max: Fury Road.

Carnival of souls

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Carnival of Souls (USA -1962) di Herk Harvey                                  Interpreti: Candace Hilligoss, Frances Feist, Sidney Berger, Art Ellison, Stan Levitt

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Vi sono dei piccoli film che, nati letteralmente dal nulla, hanno poi vissuto nell’oblio per decenni, salvo poi essere riscoperti col tempo. Divenendo in alcuni casi dei veri e propri cult, come Carnival Of Souls.

La storia narrata nel film di Herk Harvey è quella di Mary, unica sopravvissuta ad un drammatico incidente automobilistico, che inizia ad essere perseguitata da inquietanti visioni di figure macabre e deformi, e ad essere morbosamente attratta da un luna-park abbandonato.

Carnival Of Souls è un film realizzato con pochissimi mezzi e con un budget ridottissimo che, come si può evincere dalla trama, punta tutto sulle atmosfere, sul visto/non visto, sul sottile senso di inquietudine che pervade tutta la pellicola e che viene trasmesso allo spettatore con grande efficacia, attraverso le improvvise apparizioni di schiere di non-morti, o suggestive sequenze prive di audio.

Non è un caso che questa pellicola abbia avuto una grandissima influenza su tanto cinema dell’orrore: si pensi alle somiglianza tra gli zombi di Carnival Of Souls e quelli de La notte dei morti viventi di Romero, ma anche alle analogie con un certo tipo di filmografia “paranoica” (penso in particolare a Repulsion di Roman Polanski).

Il film di Harvey (che si ritaglia il ruolo di una delle figure che perseguitano la giovane protagonista), non risente assolutamente del peso degli anni, ma anzi ha conservato, intatto, tutto il suo fascino. E, a distanza di anni dalla sua realizzazione, ha trovato il giusto posto tra i grandi cult della storia dell’horror.

Spectre

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Spectre (USA/Regno Unito – 2015) di Sam Mendes                        Interpreti: Daniel Craig, Christoph Waltz, Lea Seydoux, Ben Whishaw, Monica Bellucci, Ralph Fiennes

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Quando si ha a che fare con un franchise con più di 50 anni di vita, è difficile inventarsi qualcosa di nuovo. Il merito degli ultimi “Bond movie” (in particolare quelli con Daniel Craig nei panni di 007) era stato quello di riaggiornare il personaggio, di modernizzarlo. Spectre rappresenta invece in qualche modo un ritorno alle origini di Bond (cosa che tra l’altro già le immagini conclusive di Skyfall, come avevo fatto notare qui, lasciavano presagire): ed è proprio questo il peccato originale del film di Mendes. Non mi si fraintenda: Spectre è forse, tra i più di 20 film di James Bond realizzati fino ad oggi, quello migliore dal punto di vista puramente tecnico (difficile che non fosse così, visto che alla regia c’è una maestro come Sam Mendes, che aveva già fatto un grandissimo lavoro con Skyfall): il piano sequenza iniziale a Città del Messico è da applausi, così come gli inseguimenti automobilistici a Roma o quelli in elicottero in Austria; insomma, si tratta di una pellicola dal ritmo mozzafiato, sorretta da un montaggio adrenalinico e da una messa in scena pressoché perfetta.

Eppure lo spettatore non può non provare, durante la visione del film, un senso di deja vu: in questo film Daniel Craig assomiglia più a Sean Connery o a Roger Moore che al Bond glaciale che avevamo apprezzato in Casino Royale e Skyfall , e se mentre alcuni topos tipici del cinema bondiano (la scena sul treno, il cattivo che ospita Bond nella sua magione prima torturarlo a morte, la sequenza in montagna) vengono riproposti con gustoso senso citazionista per rendere omaggio a una delle icone più longeve della storia del cinema, altri (donne conquistate con lo sguardo, cadute da decine di metri d’altezza direttamente su un comodo divano, smoking sempre impeccabile nonostante sparatorie ed esplosioni) risultano oggi davvero poco credibili. Personalmente non ho apprezzato neanche alcune scelte narrative (il mistero del legame tra Bond e Blofed si risolve abbastanza miseramente), mentre è assolutamente magistrale l’incarnazione del villain offerta dal sempre grandissimo Christoph Waltz.

In sintesi: Spectre è un film tecnicamente eccelso, che ha tutti i pregi e i difetti di un classico film di James Bond. Resta comunque un film bello e da vedere, e una degna conclusione del “ciclo” di Daniel Craig. Dico “conclusione del ciclo” perché il finale della pellicola sembra suggerire un addio del glaciale attore inglese (in assoluto, tra tutti i Bond che si sono visti al cinema, quello che, insieme a Timothy Dalton, più si è avvicinato allo spirito vero del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming). Ma si sa, Bond è duro a morire; e, anche se con un altro volto, prima o poi si rifarà vivo.

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