Il racconto dei racconti

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Il racconto dei racconti (Italia, Regno Unito, Francia – 2015) di Matteo Garrone                                                                                                     Interrpeti: Salma Hayek, Vincent Cassel, Tobey Jones, Shirely Henderson

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Il genere della fiaba (se poi di vero e proprio genere si può parlare) è stato portato al cinema, per la gran parte, in due maniera: quella disneyana, più favolistica a rassicurante, e quella più puramente hollywoodiana, tendente al fantasy e alla ricerca dell’elemento spettacolare. In pochi casi però i topos e i contenuti tipici delle fiabe sono stati “intercettati” e portati sullo schermo senza tradirne il significato e il senso più puri: uno di questi è l’ultimo bellissimo film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti.

Nell’opera del pluipremiato regista di Gomorra e di Reality vi sono tutti i luoghi e gli elementi tipici delle fiabe: l’amore, l’amicizia, i mostri, la magia, ma anche (e soprattutto) l’orrore e la morte. Ispirandosi liberamente a tre racconti dell’opera di Giambattista Basile Lo cunto de li cunti, Garrone ci trasporta in un mondo magico, in cui l’elemento fantastico si fonde con gli echi di un tempo passato (l’armatura da palombaro, con cui il re si immerge nel fiume per uccidere il drago marino, è tanto anacronistica quanto suggestiva). La scelta di utilizzare ambientazioni e paesaggi reali (principalmente luoghi del patrimonio culturale italiano: Capodimonte, Castel Del Monte, Toscana e Sicilia) per ricreare un mondo di fantasia, limitando la computer grafica solo ad alcune sequente (quelle in cui appaiono le creature) si rivela azzeccata e, insieme a uno stile e ad un ritmo lenti, quasi compassati, contribuiscono a ricreare nello spettatore la sensazione ammaliante, quasi ipnotica, della lettura di una classica fiaba di Andersen o dei fratelli Grimm.

Come detto, non manca anche l’elemento crudo, macabro (la vecchia che si fa scuoiare viva, la principessa che sgozza e poi mozza la testa del suo orco aguzzino): ma la morte e la sofferenza fanno parte della vita e quindi dell’universo fiabesco che ad essa si ispira.  Regine e principesse, orchi e saltimbanchi, streghe e creature fantastiche: sono questi i personaggi che popolano la grande, ultima opera del nostro Matteo Garrone.

Articolo già pubblicato qui: http://discutibili.com/2015/05/27/il-racconto-dei-racconti-le-fiabe-secondo-matteo-garrone/

Mad Max: Fury Road

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Mad Max: Fury Road (Australia, USA – 2015) di George Miller                       Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne

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L’hanno detto già in tanti: a 70 anni, è davvero incredibile che George Miller sia riuscito a girare un film che sprizza energia e modernità da tutti i pori. Se poi ci si aggiunge il fatto che Miller sembra un giovincello anche per la padronanza tecnica del mezzo (e per il modo in cui riesce a “pensare” e girare le sequenze d’azione), non si fatica a capire perché questo quarto capitolo della saga di Mad Max (uscito a più di 30 anni di distanza dall’ultimo episodio) stia riscuotendo un certo successo da parte della critica.

E dire che ero partito molto prevenuto, considerando questo rientro di Miller nel gotha del cinema americano (misteriosi sono i meccanismi che lo hanno isolato dal mondo della celluloide nelgi ultimi anni) più una trovata commerciale volta a riesumare un mito del cinema anni ’80 (Mad Max, appunto) che il ritorno di un vero e proprio autore dietro la macchina da presa. E invece Miller mi ha spiazzato, girando un film costruito su di una trama quasi inesistente, ma che è tutto incentrato sull’azione pura e sulla messa in scena: Fury Road è un film di sola forma, i contenuti contano relativamente. Le splendide sequenze degli inseguimenti in macchina sono pensate e realizzate come dei balletti di morte, come delle coreagrafie spettacolari in cui il sangue e la carne si mescolano al fuoco e alla distruzione totale: l’impatto visivo è devastante, e in questo contribuisce non poco il senso di follia che pervade tutta la pellicola (e gran parte dei personaggi).

La cosa forse meno risucita del film è proprio il personaggio di Mad Max, eroe solitario e combattuto, torturato dal ricordo della famiglia che non è riuscito a salvare (come narrato nel primo dei film di Miller su questo personaggio, Interceptor): Tom Hardy non se la cava certo male, ma il suo personaggio viene posto in secondo piano a causa di una carrellata di personaggi di contorno perfettamente riusciti: su tutti l’Imperatrice Furiosa interpretata da Charlize Teron.

Non ci si lasci fuorviare: non dico che Mad Max:Fury Road sia un capolavoro assoluto o che è un film che resterà nella storia del cinema; ma non ho comunque timore ad ammettere che si tratta di una delle pellicole d’azione migliori che siano state realizzate negli ultimi quindici anni.

Avengers: Age of Ultron

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Avengers: Age of Ultron (USA – 2015) di Joss Whedon                       Interpreti: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Scarlett Johnasson, Jeremy Renner, Don Cheadle, Paul Bettany, Samuel L. Jackson

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E’ ovvio che il realismo è l’ultima cosa che ci si può aspettare da un film come Age Of Ultron (del resto, stiamo pur sempre parlando di Dei nordici scesi in Terra e scienziati capaci di tramutarsi in giganti verdi); eppure anche le storie più fantasiose, comprese quelle ispirate ai fumetti dei supereroi (di cui, va detto, sono un grandissimo fan) non possono prescindere da un minimo di verosmiglianza delle dinamiche muovono i personaggi, o da un certo approfondimento degli stessi; tutte cose che, ahimè, ad Age of Ultron mancano.

Si prenda il villain: “nasce” nel giro di 30 secondi di film e appena entrato in gioco ha già deciso di voler distruggere il mondo e i Vendicatori: non viene dato il tempo allo spettatore di capirne DAVVERO la genesi, o di approfondire il dilemma di Stark (vero “padre” di Ultron, combattuto tra il desiderio di salvare il mondo e la paura di distruggerlo). Altre scene sono sinceramente incomprensibili, o comunque sembrano essere senza capo né coda (su tutte: Thor che, immergendosi in un “lago magico”, sogna le gemme dell’infinito e riesce a vedere il futuro), e lo stesso vale per alcuni scambi di battute, davvero imbarazzanti (ma forse qui il doppiaggio italiano non ha aiutato), in particolare quelli che coinvolgono la coppia Hulk/Vedova Nera e i gemelli Maximoff.

Peccato, perché invece le scene di battaglia sono pensate e realizzate splendidamente,e trasmettono un senso di epicità difficile da trovare in altre pellicole ispirate ai fumetti: ma, come dicevo, purtroppo non basta questo a fare un bel film di supereroi. Anche i momenti di ironia sono ben dosati e riusciti (alcune sequenze sono davvero divertenti, su tutte quella del sollevamento del martello di Thor), e viene introdotto almeno un personaggio nuovo di alto livello, Visione (interpretato da un ottimo Paul Bettany), che speriamo abbia maggior spazio nei prossimi film. Ma purtroppo tutto questo non basta per fare un film sui supereroi.

Age Of Ultron è un film che avrebbe potuto essere un capolavoro, viste anche le tematiche trattate (il rapporto uomo-macchina, i limiti della scienza), ma si rivela solo un insieme di grandi e septtacolari battaglie intervallate da dialoghi senza alcun senso e da una trama davvero esile. Peccato, ve lo dice un grande appassionato di fumetti e di supereroi.

Boyhood

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Boyhood (USA – 2014) di Richard Linklater                                           Interrpeti: Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Ethan Hawke, Lorelei Linklater

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Il cast di Boyhood si è prestato a un esperimento che non era mai stato tentato prima: interpretare i propri personaggi lungo un lasso di tempo di 12 anni. Di questa geniale trovata del regista, Richard Linklater, si è parlato tanto, forse troppo; e si è finito, in questo modo, con lo sminuirla. Perché quello di Linklater non è stato uno stratagemma per attirare pubblico, o una sperimentazione fine a se stessa; ma piuttosto la scelta di raccontare un tema, quello del trascorrere del tempo, utilizzando come mezzo il trascorrere del tempo stesso, filmandolo direttamente.

Boyhood è un film sul potere che ha il tempo di trasformare gli uomini, i sentimenti, le relazioni tra le persone. Mason, il piccolo protagonista, affronta negli anni tutti i cambiamenti tipici del passaggio dall’infanzia all’età adulta (i traumi dell’adolescenza, i primi amori), alla ricerca di un posto nel mondo. Una ricerca che dura anni (e che avviene nella finzione cinematografica come nella realtà), e che si conclude con una lezione che è anche il senso di tutto il film: e cioè che i grandi cambiamenti nella vita di un essere umano (nel caso di Mason il raggiungimento della maturità) non sono assolutamente controllabili. Lo stesso concetto del “carpe diem viene completamente smitizzato: è piuttosto il tempo, l’attimo a cogliere e sorprendere l’essere umano, non viceversa.

Sullo schermo assisitiamo quindi non solo alla crescita umana di Mason, ma anche a quella fisica: e così come per il giovane protagonista, allo stesso modo il tempo passa per i suoi genitori; in particolare per la madre, una splendida Patricia Arquette (giustamente premiata con l’oscar) che in uno straziante e bellissimo monologo finale, ci ricorda che il tempo scorre via troppo veloce, e che di ciò ce ne si accorge solo quando è ormai troppo tardi. Proprio come scorre veloce il film, che nell’arco di due ore e mezza racconta 12 anni di vita di una famiglia, in un metaforico richiamarsi tra realtà e finzione cinematografica.

Articolo apparso originariamente su http://discutibili.com/2015/03/30/boyhood-il-cinema-e-il-tempo/

Birdman

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Birdman (USA – 2014) di Alejandro Gonzales Inarritu                        Interpreti: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts

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La pellicola trionfatrice agli Oscar 2015 non è per niente un film “facile”. E, come tutti i film non facili, è caratterizzato da una moltitudine di temi che si intrecciano tra loro. Principlamente però, e questo è chiaro sin dall’inizio del film di Inarritu (curiosamente, la statuetta come miglior regista va per il secondo anno di fila ad un messicano: l’anno scorso era toccato ad Alfonso Cuaron per Gravity), Birdman è un film sulla decadenza del mito, un’epopea minimalista sulla fine della celebrità: Riggan Thomson (uno splendido Michel Keaton, in un’interpretazione neanche troppo velatamente autobiografica) è un attore di Hollywood divenuto celebre grazie ad una serie di film su un supereroe di nome Birdman (molto simile a Batman, che Keaton ha interpretato, nella realtà, nelle due pellicole di Tim Burton), che sta cercando di “nobilitare” la sua immagine adattando a Broadway un testo di Raymond Carver.

Dal punto di vista della forma, Inarritu dirige la pellicola con mano sicurissima, utilizzando solo ed esclusivamente lunghissimi (e bellissimi) piani sequenza; da quello dei contenuti invece,  vi aggiunge una serie di elementi  assolutamente originali, a partire dal fatto che il protagonista è davvero dotato di superpoteri. I tentativi di Riggan di “riabilitarsi” a Broadway cercando di cancellare il suo passato di attore “per le masse” sono infatti metaforicamente rappresentati dalla battaglia che egli combatte con il suo alter-ego alato, Birdman, col quale parla, interagisce, si scontra, in un conflitto interiore duro ed estenuante.

Il tema del mito illusorio del successo e della celebrità (rappresentato non solo da Riggan, ma anche dai personaggi interpretati da Naomi Watts ed Edward Norton) si intreccia a quello del contrasto tra Hollywood e Broadway, tra un mondo popolare  (quello del cinema) ed uno elitario (quello del teatro), tra due modi completamente opposti di concepire la vita e l’arte. L’arte, sembra volerci dire Inarritu, non ha niente a che fare col successo e con la celebrità; è piuttosto uno stato dell’anima. E quando finalmente Riggan lo comprende (confondendo finzione e realtà al punto di arrivare a spararsi sul palcoscenico), allora anche la lotta con il suo doppio (e, quindi, con il suo passato) è finalmente vinta.

The Imitation Game

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The Imitation Game (USA – Regno Unito – 2014) di Morten Tyldum                Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong

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Quando ho letto la trama di questo film ho subito pensato che quella di Alan Touring, matematico e crittoanalista inglese che riuscì a decifrare i codici di comunicazione nazisti (dando un impulso decisivo alla vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale) fosse la storia ideale per realizzare un biopic cinematografico. In essa infatti vi sono tutti gli elementi tipici del “film biografico” per il grande pubblico: l’emarginazione (il protagonista si trova a scontrarsi con i pregiudizi di una società e di un mondo di cui non si sente parte), l’infanzia difficile (la pellicola è disseminata di flashback in cui Touring rivive gli anni in cui scoprì di essere omosessuale), l’atmosfera generale da spy-story.

Il film di Tyldum non resterà certo negli annali della storia del cinema, ma è una pellicola equilibrata ed elegante nella messa in scena, che si mantiene sempre in perfetto equilibro tra la spy-story bellica e il dramma. Certo non mancano i luoghi comuni (il finale, che cerca palesemente la lacrimuccia dello spettatore) e qualche banalità di troppo (la scena al pub in cui Turing scopre come decifrare il linguaggio nazista, francamente ridicola), ma il film si fa comunque apprezzare, fosse anche solo per  la forte volontà di riabilitare la figura di un personaggio così importante per la nostra storia recente, eppure così emarginato a causa della sua omosessualità.

Ottimi gli  interpreti: su tutti ovviamente  il protagonista Benedict Cumberbatch che dipinge uno splendido e tormentato Alan Touring.

Ripeto, non si tratta di un film che resterà nella storia del cinema: ma di un film da vedere, non solo per capire qualcosa in più di un pezzo della nostra storia recente, ma anche per capire come si possa fare del buon cinema d’intrattenimento che sia anche impegnato. Cosa, quest’ultima, non da poco.

Big Eyes

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Big Eyes (USA – 2014) di Tim Burton                                                      Interpreti:  Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Jon Polito, Krysten Ritter, Terence Stamp

big-eyesPer quanto possa apparire una trama poco nelle corde di Tim Burton (da sempre autore opere in cui è centrale l’elemento fantastico, completamente assente in Big Eyes), la vera storia della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie, contiene molti dei temi cari al regista di Burbank: la provincia americana conformista e attenta alle apparenze e alle convenzioni (Margaret, che non vende i suoi quadri e non può affermarsi come artista in quanto donna, fugge, nell’incipit del film, da una realtà molto simile a quella descritta in Edward Mani di Forbice), il potere salvifico dell’arte (che era alla base del’idea di Ed Wood), la finzione come parte fondamentale del mondo in cui viviamo (in questo senso il personaggio di Walter è molto simile a quello del protagonista di Big Fish).

Eppure, come detto, nonostante Big Eyes rimandi a molti dei migliori lavori di Burton, dà l’impressione di essere un film freddo, privo di “cuore” (cosa che, a onor del vero, è comune a tutte le ultime pellicole di Burton); un film che non sa se vuole essere una commedia pura (la sequenza nell’aula di tribunale, in cui Walter Keane interpreta il ruolo sia dell’avvocato difensore che dell’accusato, sfiora la farsa) o un dramma (e sotto questo aspetto il film regala i momenti migliori). Eccessiva anche a mio parere l’interpretazione di Christoph Waltz, attore che amo molto, ma che per questa pellicola sceglie di mettere in scena un Walter Keane troppo sopra le righe per essere credibile (e il doppiaggio italiano peggiora ulteriormente le cose).

Tecnicamente Burton dirige il film con una padronanza del mezzo straordinaro, e lo stile patinato e colorato della pellicola la rende un piacere per gli occhi: ma nel complesso il film è abbastanza debole, e si rivela come un piccolo falso passo nella carriera di uno dei registi che più amo e a cui sono più legato.

Cosmpolis

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Cosmopolis (Canada, Francia, Italia, Portogallo – 2012) di David Cronenberg                                                                                                    Interpreti: Robert Pattinson, Samantha Morton, Jay Baruchel, Paul Giamatti, Kevin Durand, Juliette Binoche

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Cosmopolis fa parte di quella schiera di film talmente complessi che andrebbero visti diverse volte per potersene fare un’idea precisa, per poterne cogliere appieno tutti i messaggi e le sfumature. Nonostante l’opera di  David Croneneberg ispirata all’omonimo romanzo di Don DeLillo sia assolutamente minimale nella messa in scena, essa è “titanica” dal punto di vista dei temi che tratta, e riveste un’importanza fondamentale non solo all’interno della filmografia del regista, ma anche del cinema degli ultimi anni.

Cosmopolis è un film figlio del suo tempo, nel senso che la storia è strettamente legata all’attualità: il personaggio di Eric Packer (uno splendido Robert Pattinson, dimostrazione vivente che anche un pessimo attore, nelle mani di un regista eccelso, può diventare un interprete magnifico), giovane e ambizioso miliardario che ha fatto fortuna grazie alla sua intelligenza e alla sua ambizione, si muove all’interno di un mondo sconvolto dalle crisi finzanziarie. Crisi che sono figlie di una società che si basa solo su valori come l’arrivismo e, appunto, l’ambizione; di una società e di un “sistema”  scanditi solo da programmazioni, previsioni, dove nulla è lasciato alla creatività, l’imprevedibilità, l’asimmetria (si vedano i due leitmotiv del film: la prostata del protagonista, che si scopre essere asimmetrica, e il suo taglio di capelli, che viene effettuato solo su un lato della testa).

Quello di Cosmpolis è un mondo in cui tutto avviene in maniera accelerata (i mercati azionari che non dormono mai, il capitalismo inteso come “distruzione del passato per creare il futuro”), e in cui persino l’esigenza di normalità viene vissuta in maniera folle, delirante (vedi i manifestanti che utilizzano il topo come simbolo della loro protesta). Un’ esigenza di normalità che in parte attanaglia anche il protagonista: in fondo, il film narra del viaggio che egli, ostinatamente, intraprende per raggiungere il suo barbiere di fiducia in una vecchia bottega fuori città. Un viaggio durante il quale Eric attraversa un mondo malato e in pezzi, da cui forse sta cercando di fuggire; un viaggio fatto per incontrare un uomo semplice, che da quel mondo sembra essere rimasto fuori; un uomo simbolo di un passato ormai lontanto, che è stato sostituito da un presente dove contano soloi beni materiali, dove regna l’omologazione. E di cui lo splendido monologo finale del personaggio di Paul Giamatti è il manifesto più drammatico e, allo stesso tempo, più vero.

Interstellar

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Interstellar (USA – Regno Unito, 2014) di Christopher Nolan               Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow, Casey Affleck, Matt Damon, Topher Grace

interstellar_bannerEd è arrivato anche per me il momento di parlare di Interstellar. L’evento cinematografico dell’anno, l’opera ultima di un regista amato da orde di fan e odiato da detrattori invasati come capitato a pochi altri nella storia del cinema, è finita sotto la lente anche di questo blog. Per parlarne però bisogna fare una premessa: la grandezza (o, secondo alcuni, la pochezza) di Christopher Nolan sta nel fatto di essere un regista di blockbuster. Il suo è un cinema  per il grande pubblico (lo si può considerare infatti  il vero erede di Steven Spielberg, per quanto il loro stile registico differisca di molto);  non nel senso di un cinema commerciale, ma di un cinema di qualità (sotto tutti i punti di vista, di contenuti e di forma) e capace di parlare a tutti. Io sono tra quelli che considera tutto ciò un pregio: se si riesce a fare del cinema (del grandissimo cinema nel caso di Nolan), e allo stesso tempo si raggiunge anche un pubblico vasto ed eterogeneo, non può che essere un bene.

Fatta questa premesessa mi sento di dire che Interstellar è un grande film: non un capolavoro, ma un grande, grandissimo film. Girato splendidamente, è una pellicola capace di far fare allo spettatore un vero e proprio “viaggio”: prima tra le lande desolate di una Terra post-apocalittica, devastata da una Natura che si è rivoltata all’uomo, poi nello spazio sconfinato, o sui pianeti su cui i protagonisti si ritrovano a vagare (da brividi la sequenza in cui un terrorizzato Matthew McConaughey assiste, impotente, all’arrivo di un onda di centinaia di metri che investe la sua navicella spaziale). Un film toccante che lancia un messaggio forse un po’ buonista ma che mi sento di condividere: l’amore e i sentimenti sono capaci di trascendere il tempo e lo spazio, e sono l’unico strumento in grado di salvare l’umanità; non è un caso che Cooper, nell’infintià del warmhole, dove appunto spazio e tempo non esistono, riesca ad avere un “contatto” con la Terra attraverso la persona che più ama, sua figlia, in questo mondo evitando a tutto il genere umano una fine prematura.

Un grande film per il grande pubblico, dicevo. Ma se questo è da un lato la forza del film di Nolan, dall’altro ne rappresenta anche il punto debole. Mi spiego meglio. Prendiamo, ad esempio, 2001: Odissea nello spazio, l’immenso capolavoro di Kubrick che molti hanno scomodato per improvvidi paragoni con Interstellar. In quel film Kubrick poneva delle domande, anche criptiche, forse incomprensibili; ma lasciava allo spettattore la ricerca delle risposte. Nolan no: lui vuole spiegare tutto, e per questo aggiunge al film un quarto d’ora finale che stona con tutto il resto. Il salvataggio di Cooper, l’incontro con la figlia ormai anziana, il sogno di una vita che si realizza: si sarebbe potuto concludere tutto con il protagonista alla deriva nello spazio, dopo il contatto avuto con la figlia all’interno del buco nero, lasciando allo spettatore la scelta di immaginare come la vicenda si fosse conclusa. E invece Nolan ha voluto “chiudere il cerchio”: non ha voluto lasciare nessun dubbio insoluto, nessuna domanda senza risposta. La differenza tra un regista d’autore, cui il pubblico interessa poco o relativamente, ma che vuole solo fare arte (Kubrick) e un regista che pensa sempre e comunque allo spettatore (Nolan), è la differenza tra questi due film, 2001 e Interstellar: il primo pone delle domande, il secondo dà delle risposte; il primo lascia il cerchio aperto, il secondo vuole, sempre e comunque, chiuderlo.

Interstellar è, in conclusione, un grande film, che però proprio per questa sua ossessiva voglia di spiegare tutto, di rendere tutto comprensibile, nel finale si perde un pò, e non raggiunge le vette del capolavoro: resta comunque un’opera gigantesca, da vedere e da apprezzare.

Il giovane favoloso

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Il giovane favoloso (Italia, 2014) di Mario Martone                                 Interpreti: Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglais, Valerio Binasco

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Uno dei modi più facili e scontati per descrivere la figura di Giacomo Leopardi poteva essere quello di puntare sul pessimismo cosmico del poeta di Recanati, sul suo desiderio di fuga da un mondo e da una’esistenza privi di felicità. Il merito de Il giovane favoloso, ultimo film di Mario Martone, è invece quello di aver raccontato il Leopardi in maniera diversa, quasi originale: dai dialoghi (opera della sceneggiatura del regista e di Ippolita Di Majo), ma anche e soprattutto dagli sguardi e dai gesti di uno splendido Elio Germano, si intuisce come per Martone il poeta di Recanati fosse in realtà un uomo profondamente attaccato alla vita. L’amore incondizionato per il padre, nonostante si fosse sempre comportato con lui come un tiranno ossessivo, e quello per un’umanità crudele (significativo, anche se forse un po’ banale, il momento in cui Leopardi viene deriso per la sua gobba nel covo delle prostitute) dimostrano come in realtà Leopardi non odiasse la vita a causa delle sue sfortune e della sua condizione fisica, ma anzi  l’amasse oltre ogni limite, assaporandone ogni istante, anche solo gustando un gelato, dolce di cui andava ghiotto.

Per il resto il film è puro Mario Martone: regia teatrale, costumi e fotografia perfette; anche la scelta di dividere nettamente in due parti la pellicola (la prima che descrive la gioventù di Leopardi a Recanati, l’incontro con Silvia e il rapporto conflittuale con i genitori;  la seconda che ne racconta i soggiorni fiorentino e napoletano), che poteva rischiare di spezzare in due il ritmo della storia e del film, si rivela vincente, perché permette di “studiare” il personaggio da punti di vista diversi  (la dimensione “familiare” prima e quella “mondana” poi). Unica nota stonata il ricorso, in alcune sequenze, alla computer-grafica; ma per il resto si tratta di un grande film, e di un mirabile esempio di come il cinema italiano sia ancora vivo.

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