Strade Violente

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Strade Violente (USA – 1981) di Michael Mann                                     Interpreti: James Caan, Jim Belushi, Tuesday Weld, Willie Nelson, Robert Prosky

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Io nel 1981 non c’ero, ma che Michel Mann sarebbe diventato un grandissimo regista, secondo me lo pensarono in tanti dopo aver visto Strade Violente, suo esordio dietro la macchina da presa.

La storia è quella di Frank (uno splendido James Caan), ladro di gioielli intenzionato a mettere a segno l’ultimo grande colpo prima di ritrarsi: ma la decisione di lavorare con uno dei gangster più pericolosi della città lo metterà nei guai, e lo costringerà a doversi trasformare da ladro in assassino.

Opera che richiama molto sia le atmosfere del polar francese (e in particolare il cinema di Jean Pierre Melville) che quelle del classico noir americano degli anni ’40 e ’50, Strade Violente è una pellicola che ha in sé tutte le caratteristiche tipiche di quello che sarà il cinema di Mann negli anni a venire: l’ambientazione metropolitana, notturna e straniante (spettacolare il lavoro del direttore della fotografia David Thorin), personaggi che si muovono in un mondo ostile e senza speranza, di cui la violenza è un elemento portante.

Il film alterna momenti molto lenti fatti principalmente di dialoghi, in cui il tempo si dilata in maniera tangibile, ad improvvise e inaspettate esplosioni di violenza: specialmente nel finale, Mann dimostra di sapere rappresentare al meglio l’azione sul grande schermo, sfruttando un uso del montaggio e la tencica del rallenti in una maniera che appare modernissima ancora oggi, a distanza di più di vent’anni.

Strade Violente è un film non per tutti i gusti, così come non è per tutti i gusti la filmografia di Michael Mann: ma se ci si fa trasportare dal suo cinema notturno, metropolitano, dai suoi personaggi maledetti e dal senso di morte che li circonda, non si può non rimanerne rapiti ed ammaliati, ed amarlo all’inverosimile.

Babadook

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Babadook (Australia/Canada – 2014) di Jennifer Kent                         Interpeti: Essie Davis, Noah Wiseman

The Babadook

Una casa infestata, una famiglia che prova a difendersi da un nemico invisbile, un trauma del passato che fa da sfondo alle azioni dei protagonisti: ad una prima occhiata,Babadook non sembra introdurre alcun elemento di novità rispetto al genere dell’horror “tra quattro mura”, così tanto in voga negli ultimi anni. Eppure il lavoro dell’esordiente regista australiana Jennifer Kent si distingue dalla massa sia dal punto di vista stilistico (i toni del grigio e del bianco sono predominanti, e contribuiscono a ricreare un’atmosfera asfissiante, opprimente) che da quello dei contenuti. Il film infatti non racconta di una semplice lotta tra il bene (la famiglia assediata) e il male (“l’uomo nero” del titolo, che prende vita dalle pagine di un misterioso quanto inquietante libro), bensì descrive il percorso umano di Amelia, una donna che non ha ancora superato, dopo 7 anni, il trauma della morte del marito; morte di cui, inconsciamente, incolpa il figlioletto Samuel. Il demone che possiede Amelia altro non è che la manifestazione di questo risentimento, la metafora di un lutto mai completamente elaborato, di un ricordo che continua a perseguitare la donna: non è un caso che proprio nella cantina di casa, dove Amelia ha accatastato tutti gli oggetti e i ricordi del marito morto, il babadook si manifesti sotto le sembianze del defunto coniuge, chiedendo ad Amelia di sacrificare la vita di suo figlio.

Il film lascia allo spettatore la possibilità di decifrare se il demone sia reale o se sia frutto della mente della donna, annebbiata dall’uso di farmaci. Ciò che è senza dubbio è che l’unica chiave per sconfiggere questo “male” è l’amore: bellissima e dolcissima la scena della carezza con cui, di fatto, il piccolo Samuel riesce a scacciare il demone che possiede Amelia.

Ma attenzione: l’amore non permette di scacciare il male in maniera definitiva (“il Babdook non andrà mai via” dice il piccolo Samuel prima dell’epilogo del film); per vincerlo è necessario accettarne l’esistenza, accettare che il male,  esoprattutto il ricordo e la paura, sono parte della vita di tutti i giorni.

Questo è il definitivo, grande merito di Babadook: aver dimostrato, senza dover ricorrere né a un finale troppo scontato è a  uno “con la beffa” (espediente molto in voga negli horror di questo genere, in cui quasi sempre c’è un finale a sorpresa poco conciliatorio), che l’unico modo per vincere davvero le proprie paure è accettarle e convivere con esse. Relegandole in cantina.

Articolo già pubblicato su http://discutibili.com/

Infernal Affairs: la trilogia

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Il cinema di Hong Kong ha vissuto, sostanzialmente, due periodi d’oro: negli anni ’60 e ’70, grazie alle opere di maestri assoluti come Chang Cheh, al successo di generi come il wuxupian e il kungfupian e alla figura di Bruce Lee, e negli anni ’90, in cui si è fatta strada una nuova generazione di grandissimi cineasti (Tsui Hark, Ringo Lam e soprattutto il grandissimo John Woo). E’ però ormai dall’inizio del nuovo millennio che il cinema di Hong Kong vive una crisi, sia commerciale che qualitativa, che ha portato alla realizzazione di ben pochi film di vero valore: fanno eccezione le opere di Jhonnie To, Wong Kar-Wai, o  la saga di Infernal Affairs.

Questo trittico di noir metropolitani, diretti dalla coppia Andrew Lau \ Alan Mak, è incentrato sulla figura di due personaggi: un poliziotto che agisce sotto copertura all’interno della malavita hongkongese (interpretato da una delle grandi star del cinema di Hong Kong, Tony Leung) e un gangster infiltrato nella polizia (Andy Lau). Le vicende di queste due spie su fronti opposti si intrecciano in maniera geniale in Infernal Affairs (2000), un film girato con uno stile glaciale e molto poco “spettacolare” (anzi, quasi minimalista: la pellicola è fatta tutta di dialoghi e di sguardi, cosa atipica nel cinema di genere di Hong Kong), ma costruito su una sceneggiatura priva di tempi morti, e che tiene lo spettatore incollato allo schermo. La violenza è quasi assente, ma è sempre pronta ad esplodere, improvvisa e inaspettata (il volo dell’ispettore dall’ultimo piano del grattacielo, la sparatoria finale nell’ascensore).

Infernal Affairs II, del 2003, è un prequel del primo episodio: si tratta di un noir splendido, ancora più triste e cinico del film precedente, forse proprio perché lo spettatore sa come la vicende dei protagonisti evolveranno in futuro. Il mondo descritto in Infernal Affairs II (e, più in generale, in tutta la trilogia) è infatti senza vincitori: Sam, l’informatore che l’ispettore interpretato da Anthony Wong salverà nel finale di questa pellicola, diverrà uno spietato assassino, e ricambierà il favore uccidendo lo stesso ispettore in Infernal Affairs; gli stessi due protagonisti del film condurranno, in virtù del loro status di “infiltrati”, un’esistenza fatta di oscurità, di menzogne, costretti o ad uccidere coloro che amano o a rinunciare per sempre ad una vita “normale”.

La storia di Infernal Affairs III, sempre del 2003, è invece ambientata dopo gli eventi narrati nel primo film, ma arricchita da una serie di flashback collocati, dal punto di vista temporale, in mezzo alle due pellicole precedenti. In Infernal affairs III niente è quello che sembra (poliziotti infiltrati nelle triadi e gangster che si fingono poliziotti saltano fuori quasi ad ogni minuto del film), e alla bellezza di una trama complessa e architettata come un puzzle diabolico si mescolano i temi tanto cari al cinema orientale e già presenti nelle due pellicole precedenti: l’amicizia, il rispetto, l’onore, valori fondamentali tanto nel mondo della legge quanto in quello della criminalità. In questo terzo capitolo si approfondisce inoltre  il tema della relazione tra i due protagonisti: attraverso una serie di sequenze oniriche, che fanno di Infernal Affairs III il più psicologico e profondo dei film della trilogia, l’ambivalenza tra i due personaggi si fa sempre più marcata, fino a concludersi con un metaforico incontro che richiama direttamente l’incipit del primo film, in una chiusura del cerchio assolutamente perfetta: il bene e il male, proprio come i due protagonisti del film, non possono esistere come entità separate, ma ognuna vive grazie all’esistenza dell’altra.

Il racconto dei racconti

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Il racconto dei racconti (Italia, Regno Unito, Francia – 2015) di Matteo Garrone                                                                                                     Interrpeti: Salma Hayek, Vincent Cassel, Tobey Jones, Shirely Henderson

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Il genere della fiaba (se poi di vero e proprio genere si può parlare) è stato portato al cinema, per la gran parte, in due maniera: quella disneyana, più favolistica a rassicurante, e quella più puramente hollywoodiana, tendente al fantasy e alla ricerca dell’elemento spettacolare. In pochi casi però i topos e i contenuti tipici delle fiabe sono stati “intercettati” e portati sullo schermo senza tradirne il significato e il senso più puri: uno di questi è l’ultimo bellissimo film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti.

Nell’opera del pluipremiato regista di Gomorra e di Reality vi sono tutti i luoghi e gli elementi tipici delle fiabe: l’amore, l’amicizia, i mostri, la magia, ma anche (e soprattutto) l’orrore e la morte. Ispirandosi liberamente a tre racconti dell’opera di Giambattista Basile Lo cunto de li cunti, Garrone ci trasporta in un mondo magico, in cui l’elemento fantastico si fonde con gli echi di un tempo passato (l’armatura da palombaro, con cui il re si immerge nel fiume per uccidere il drago marino, è tanto anacronistica quanto suggestiva). La scelta di utilizzare ambientazioni e paesaggi reali (principalmente luoghi del patrimonio culturale italiano: Capodimonte, Castel Del Monte, Toscana e Sicilia) per ricreare un mondo di fantasia, limitando la computer grafica solo ad alcune sequente (quelle in cui appaiono le creature) si rivela azzeccata e, insieme a uno stile e ad un ritmo lenti, quasi compassati, contribuiscono a ricreare nello spettatore la sensazione ammaliante, quasi ipnotica, della lettura di una classica fiaba di Andersen o dei fratelli Grimm.

Come detto, non manca anche l’elemento crudo, macabro (la vecchia che si fa scuoiare viva, la principessa che sgozza e poi mozza la testa del suo orco aguzzino): ma la morte e la sofferenza fanno parte della vita e quindi dell’universo fiabesco che ad essa si ispira.  Regine e principesse, orchi e saltimbanchi, streghe e creature fantastiche: sono questi i personaggi che popolano la grande, ultima opera del nostro Matteo Garrone.

Articolo già pubblicato qui: http://discutibili.com/2015/05/27/il-racconto-dei-racconti-le-fiabe-secondo-matteo-garrone/

Mad Max: Fury Road

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Mad Max: Fury Road (Australia, USA – 2015) di George Miller                       Interpreti: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne

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L’hanno detto già in tanti: a 70 anni, è davvero incredibile che George Miller sia riuscito a girare un film che sprizza energia e modernità da tutti i pori. Se poi ci si aggiunge il fatto che Miller sembra un giovincello anche per la padronanza tecnica del mezzo (e per il modo in cui riesce a “pensare” e girare le sequenze d’azione), non si fatica a capire perché questo quarto capitolo della saga di Mad Max (uscito a più di 30 anni di distanza dall’ultimo episodio) stia riscuotendo un certo successo da parte della critica.

E dire che ero partito molto prevenuto, considerando questo rientro di Miller nel gotha del cinema americano (misteriosi sono i meccanismi che lo hanno isolato dal mondo della celluloide nelgi ultimi anni) più una trovata commerciale volta a riesumare un mito del cinema anni ’80 (Mad Max, appunto) che il ritorno di un vero e proprio autore dietro la macchina da presa. E invece Miller mi ha spiazzato, girando un film costruito su di una trama quasi inesistente, ma che è tutto incentrato sull’azione pura e sulla messa in scena: Fury Road è un film di sola forma, i contenuti contano relativamente. Le splendide sequenze degli inseguimenti in macchina sono pensate e realizzate come dei balletti di morte, come delle coreagrafie spettacolari in cui il sangue e la carne si mescolano al fuoco e alla distruzione totale: l’impatto visivo è devastante, e in questo contribuisce non poco il senso di follia che pervade tutta la pellicola (e gran parte dei personaggi).

La cosa forse meno risucita del film è proprio il personaggio di Mad Max, eroe solitario e combattuto, torturato dal ricordo della famiglia che non è riuscito a salvare (come narrato nel primo dei film di Miller su questo personaggio, Interceptor): Tom Hardy non se la cava certo male, ma il suo personaggio viene posto in secondo piano a causa di una carrellata di personaggi di contorno perfettamente riusciti: su tutti l’Imperatrice Furiosa interpretata da Charlize Teron.

Non ci si lasci fuorviare: non dico che Mad Max:Fury Road sia un capolavoro assoluto o che è un film che resterà nella storia del cinema; ma non ho comunque timore ad ammettere che si tratta di una delle pellicole d’azione migliori che siano state realizzate negli ultimi quindici anni.

Avengers: Age of Ultron

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Avengers: Age of Ultron (USA – 2015) di Joss Whedon                       Interpreti: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Scarlett Johnasson, Jeremy Renner, Don Cheadle, Paul Bettany, Samuel L. Jackson

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E’ ovvio che il realismo è l’ultima cosa che ci si può aspettare da un film come Age Of Ultron (del resto, stiamo pur sempre parlando di Dei nordici scesi in Terra e scienziati capaci di tramutarsi in giganti verdi); eppure anche le storie più fantasiose, comprese quelle ispirate ai fumetti dei supereroi (di cui, va detto, sono un grandissimo fan) non possono prescindere da un minimo di verosmiglianza delle dinamiche muovono i personaggi, o da un certo approfondimento degli stessi; tutte cose che, ahimè, ad Age of Ultron mancano.

Si prenda il villain: “nasce” nel giro di 30 secondi di film e appena entrato in gioco ha già deciso di voler distruggere il mondo e i Vendicatori: non viene dato il tempo allo spettatore di capirne DAVVERO la genesi, o di approfondire il dilemma di Stark (vero “padre” di Ultron, combattuto tra il desiderio di salvare il mondo e la paura di distruggerlo). Altre scene sono sinceramente incomprensibili, o comunque sembrano essere senza capo né coda (su tutte: Thor che, immergendosi in un “lago magico”, sogna le gemme dell’infinito e riesce a vedere il futuro), e lo stesso vale per alcuni scambi di battute, davvero imbarazzanti (ma forse qui il doppiaggio italiano non ha aiutato), in particolare quelli che coinvolgono la coppia Hulk/Vedova Nera e i gemelli Maximoff.

Peccato, perché invece le scene di battaglia sono pensate e realizzate splendidamente,e trasmettono un senso di epicità difficile da trovare in altre pellicole ispirate ai fumetti: ma, come dicevo, purtroppo non basta questo a fare un bel film di supereroi. Anche i momenti di ironia sono ben dosati e riusciti (alcune sequenze sono davvero divertenti, su tutte quella del sollevamento del martello di Thor), e viene introdotto almeno un personaggio nuovo di alto livello, Visione (interpretato da un ottimo Paul Bettany), che speriamo abbia maggior spazio nei prossimi film. Ma purtroppo tutto questo non basta per fare un film sui supereroi.

Age Of Ultron è un film che avrebbe potuto essere un capolavoro, viste anche le tematiche trattate (il rapporto uomo-macchina, i limiti della scienza), ma si rivela solo un insieme di grandi e septtacolari battaglie intervallate da dialoghi senza alcun senso e da una trama davvero esile. Peccato, ve lo dice un grande appassionato di fumetti e di supereroi.

Boyhood

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Boyhood (USA – 2014) di Richard Linklater                                           Interrpeti: Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Ethan Hawke, Lorelei Linklater

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Il cast di Boyhood si è prestato a un esperimento che non era mai stato tentato prima: interpretare i propri personaggi lungo un lasso di tempo di 12 anni. Di questa geniale trovata del regista, Richard Linklater, si è parlato tanto, forse troppo; e si è finito, in questo modo, con lo sminuirla. Perché quello di Linklater non è stato uno stratagemma per attirare pubblico, o una sperimentazione fine a se stessa; ma piuttosto la scelta di raccontare un tema, quello del trascorrere del tempo, utilizzando come mezzo il trascorrere del tempo stesso, filmandolo direttamente.

Boyhood è un film sul potere che ha il tempo di trasformare gli uomini, i sentimenti, le relazioni tra le persone. Mason, il piccolo protagonista, affronta negli anni tutti i cambiamenti tipici del passaggio dall’infanzia all’età adulta (i traumi dell’adolescenza, i primi amori), alla ricerca di un posto nel mondo. Una ricerca che dura anni (e che avviene nella finzione cinematografica come nella realtà), e che si conclude con una lezione che è anche il senso di tutto il film: e cioè che i grandi cambiamenti nella vita di un essere umano (nel caso di Mason il raggiungimento della maturità) non sono assolutamente controllabili. Lo stesso concetto del “carpe diem viene completamente smitizzato: è piuttosto il tempo, l’attimo a cogliere e sorprendere l’essere umano, non viceversa.

Sullo schermo assisitiamo quindi non solo alla crescita umana di Mason, ma anche a quella fisica: e così come per il giovane protagonista, allo stesso modo il tempo passa per i suoi genitori; in particolare per la madre, una splendida Patricia Arquette (giustamente premiata con l’oscar) che in uno straziante e bellissimo monologo finale, ci ricorda che il tempo scorre via troppo veloce, e che di ciò ce ne si accorge solo quando è ormai troppo tardi. Proprio come scorre veloce il film, che nell’arco di due ore e mezza racconta 12 anni di vita di una famiglia, in un metaforico richiamarsi tra realtà e finzione cinematografica.

Articolo apparso originariamente su http://discutibili.com/2015/03/30/boyhood-il-cinema-e-il-tempo/

Birdman

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Birdman (USA – 2014) di Alejandro Gonzales Inarritu                        Interpreti: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts

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La pellicola trionfatrice agli Oscar 2015 non è per niente un film “facile”. E, come tutti i film non facili, è caratterizzato da una moltitudine di temi che si intrecciano tra loro. Principlamente però, e questo è chiaro sin dall’inizio del film di Inarritu (curiosamente, la statuetta come miglior regista va per il secondo anno di fila ad un messicano: l’anno scorso era toccato ad Alfonso Cuaron per Gravity), Birdman è un film sulla decadenza del mito, un’epopea minimalista sulla fine della celebrità: Riggan Thomson (uno splendido Michel Keaton, in un’interpretazione neanche troppo velatamente autobiografica) è un attore di Hollywood divenuto celebre grazie ad una serie di film su un supereroe di nome Birdman (molto simile a Batman, che Keaton ha interpretato, nella realtà, nelle due pellicole di Tim Burton), che sta cercando di “nobilitare” la sua immagine adattando a Broadway un testo di Raymond Carver.

Dal punto di vista della forma, Inarritu dirige la pellicola con mano sicurissima, utilizzando solo ed esclusivamente lunghissimi (e bellissimi) piani sequenza; da quello dei contenuti invece,  vi aggiunge una serie di elementi  assolutamente originali, a partire dal fatto che il protagonista è davvero dotato di superpoteri. I tentativi di Riggan di “riabilitarsi” a Broadway cercando di cancellare il suo passato di attore “per le masse” sono infatti metaforicamente rappresentati dalla battaglia che egli combatte con il suo alter-ego alato, Birdman, col quale parla, interagisce, si scontra, in un conflitto interiore duro ed estenuante.

Il tema del mito illusorio del successo e della celebrità (rappresentato non solo da Riggan, ma anche dai personaggi interpretati da Naomi Watts ed Edward Norton) si intreccia a quello del contrasto tra Hollywood e Broadway, tra un mondo popolare  (quello del cinema) ed uno elitario (quello del teatro), tra due modi completamente opposti di concepire la vita e l’arte. L’arte, sembra volerci dire Inarritu, non ha niente a che fare col successo e con la celebrità; è piuttosto uno stato dell’anima. E quando finalmente Riggan lo comprende (confondendo finzione e realtà al punto di arrivare a spararsi sul palcoscenico), allora anche la lotta con il suo doppio (e, quindi, con il suo passato) è finalmente vinta.

The Imitation Game

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The Imitation Game (USA – Regno Unito – 2014) di Morten Tyldum                Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong

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Quando ho letto la trama di questo film ho subito pensato che quella di Alan Touring, matematico e crittoanalista inglese che riuscì a decifrare i codici di comunicazione nazisti (dando un impulso decisivo alla vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale) fosse la storia ideale per realizzare un biopic cinematografico. In essa infatti vi sono tutti gli elementi tipici del “film biografico” per il grande pubblico: l’emarginazione (il protagonista si trova a scontrarsi con i pregiudizi di una società e di un mondo di cui non si sente parte), l’infanzia difficile (la pellicola è disseminata di flashback in cui Touring rivive gli anni in cui scoprì di essere omosessuale), l’atmosfera generale da spy-story.

Il film di Tyldum non resterà certo negli annali della storia del cinema, ma è una pellicola equilibrata ed elegante nella messa in scena, che si mantiene sempre in perfetto equilibro tra la spy-story bellica e il dramma. Certo non mancano i luoghi comuni (il finale, che cerca palesemente la lacrimuccia dello spettatore) e qualche banalità di troppo (la scena al pub in cui Turing scopre come decifrare il linguaggio nazista, francamente ridicola), ma il film si fa comunque apprezzare, fosse anche solo per  la forte volontà di riabilitare la figura di un personaggio così importante per la nostra storia recente, eppure così emarginato a causa della sua omosessualità.

Ottimi gli  interpreti: su tutti ovviamente  il protagonista Benedict Cumberbatch che dipinge uno splendido e tormentato Alan Touring.

Ripeto, non si tratta di un film che resterà nella storia del cinema: ma di un film da vedere, non solo per capire qualcosa in più di un pezzo della nostra storia recente, ma anche per capire come si possa fare del buon cinema d’intrattenimento che sia anche impegnato. Cosa, quest’ultima, non da poco.

Big Eyes

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Big Eyes (USA – 2014) di Tim Burton                                                      Interpreti:  Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Jon Polito, Krysten Ritter, Terence Stamp

big-eyesPer quanto possa apparire una trama poco nelle corde di Tim Burton (da sempre autore opere in cui è centrale l’elemento fantastico, completamente assente in Big Eyes), la vera storia della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie, contiene molti dei temi cari al regista di Burbank: la provincia americana conformista e attenta alle apparenze e alle convenzioni (Margaret, che non vende i suoi quadri e non può affermarsi come artista in quanto donna, fugge, nell’incipit del film, da una realtà molto simile a quella descritta in Edward Mani di Forbice), il potere salvifico dell’arte (che era alla base del’idea di Ed Wood), la finzione come parte fondamentale del mondo in cui viviamo (in questo senso il personaggio di Walter è molto simile a quello del protagonista di Big Fish).

Eppure, come detto, nonostante Big Eyes rimandi a molti dei migliori lavori di Burton, dà l’impressione di essere un film freddo, privo di “cuore” (cosa che, a onor del vero, è comune a tutte le ultime pellicole di Burton); un film che non sa se vuole essere una commedia pura (la sequenza nell’aula di tribunale, in cui Walter Keane interpreta il ruolo sia dell’avvocato difensore che dell’accusato, sfiora la farsa) o un dramma (e sotto questo aspetto il film regala i momenti migliori). Eccessiva anche a mio parere l’interpretazione di Christoph Waltz, attore che amo molto, ma che per questa pellicola sceglie di mettere in scena un Walter Keane troppo sopra le righe per essere credibile (e il doppiaggio italiano peggiora ulteriormente le cose).

Tecnicamente Burton dirige il film con una padronanza del mezzo straordinaro, e lo stile patinato e colorato della pellicola la rende un piacere per gli occhi: ma nel complesso il film è abbastanza debole, e si rivela come un piccolo falso passo nella carriera di uno dei registi che più amo e a cui sono più legato.

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