Boyhood

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Boyhood (USA – 2014) di Richard Linklater                                                   Interrpeti: Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Ethan Hawke, Lorelei Linklater

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Il cast di Boyhood si è prestato a un esperimento che non era mai stato tentato prima: interpretare i propri personaggi lungo un lasso di tempo di 12 anni. Di questa geniale trovata del regista, Richard Linklater, si è parlato tanto, forse troppo; e si è finito, in questo modo, con lo sminuirla. Perché quello di Linklater non è stato uno stratagemma per attirare pubblico, o una sperimentazione fine a se stessa; ma piuttosto la scelta di raccontare un tema, quello del trascorrere del tempo, utilizzando come mezzo il trascorrere del tempo stesso, filmandolo direttamente.

Boyhood è un film sul potere che ha il tempo di trasformare gli uomini, i sentimenti, le relazioni tra le persone. Mason, il piccolo protagonista, affronta negli anni tutti i cambiamenti tipici del passaggio dall’infanzia all’età adulta (i traumi dell’adolescenza, i primi amori), alla ricerca di un posto nel mondo. Una ricerca che dura anni (e che avviene nella finzione cinematografica come nella realtà), e che si conclude con una lezione che è anche il senso di tutto il film: e cioè che i grandi cambiamenti nella vita di un essere umano (nel caso di Mason il raggiungimento della maturità) non sono assolutamente controllabili. Lo stesso concetto del “carpe diem viene completamente smitizzato: è piuttosto il tempo, l’attimo a cogliere e sorprendere l’essere umano, non viceversa.

Sullo schermo assisitiamo quindi non solo alla crescita umana di Mason, ma anche a quella fisica: e così come per il giovane protagonista, allo stesso modo il tempo passa per i suoi genitori; in particolare per la madre, una splendida Patricia Arquette (giustamente premiata con l’oscar) che in uno straziante e bellissimo monologo finale, ci ricorda che il tempo scorre via troppo veloce, e che di ciò ce ne si accorge solo quando è ormai troppo tardi. Proprio come scorre veloce il film, che nell’arco di due ore e mezza racconta 12 anni di vita di una famiglia, in un metaforico richiamarsi tra realtà e finzione cinematografica.

Articolo apparso originariamente su http://discutibili.com/2015/03/30/boyhood-il-cinema-e-il-tempo/

Birdman

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Birdman (USA – 2014) di Alejandro Gonzales Inarritu                        Interpreti: Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts

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La pellicola trionfatrice agli Oscar 2015 non è per niente un film “facile”. E, come tutti i film non facili, è caratterizzato da una moltitudine di temi che si intrecciano tra loro. Principlamente però, e questo è chiaro sin dall’inizio del film di Inarritu (curiosamente, la statuetta come miglior regista va per il secondo anno di fila ad un messicano: l’anno scorso era toccato ad Alfonso Cuaron per Gravity), Birdman è un film sulla decadenza del mito, un’epopea minimalista sulla fine della celebrità: Riggan Thomson (uno splendido Michel Keaton, in un’interpretazione neanche troppo velatamente autobiografica) è un attore di Hollywood divenuto celebre grazie ad una serie di film su un supereroe di nome Birdman (molto simile a Batman, che Keaton ha interpretato, nella realtà, nelle due pellicole di Tim Burton), che sta cercando di “nobilitare” la sua immagine adattando a Broadway un testo di Raymond Carver.

Dal punto di vista della forma, Inarritu dirige la pellicola con mano sicurissima, utilizzando solo ed esclusivamente lunghissimi (e bellissimi) piani sequenza; da quello dei contenuti invece,  vi aggiunge una serie di elementi  assolutamente originali, a partire dal fatto che il protagonista è davvero dotato di superpoteri. I tentativi di Riggan di “riabilitarsi” a Broadway cercando di cancellare il suo passato di attore “per le masse” sono infatti metaforicamente rappresentati dalla battaglia che egli combatte con il suo alter-ego alato, Birdman, col quale parla, interagisce, si scontra, in un conflitto interiore duro ed estenuante.

Il tema del mito illusorio del successo e della celebrità (rappresentato non solo da Riggan, ma anche dai personaggi interpretati da Naomi Watts ed Edward Norton) si intreccia a quello del contrasto tra Hollywood e Broadway, tra un mondo popolare  (quello del cinema) ed uno elitario (quello del teatro), tra due modi completamente opposti di concepire la vita e l’arte. L’arte, sembra volerci dire Inarritu, non ha niente a che fare col successo e con la celebrità; è piuttosto uno stato dell’anima. E quando finalmente Riggan lo comprende (confondendo finzione e realtà al punto di arrivare a spararsi sul palcoscenico), allora anche la lotta con il suo doppio (e, quindi, con il suo passato) è finalmente vinta.

The Imitation Game

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The Imitation Game (USA – Regno Unito – 2014) di Morten Tyldum                Interpreti: Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance, Mark Strong

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Quando ho letto la trama di questo film ho subito pensato che quella di Alan Touring, matematico e crittoanalista inglese che riuscì a decifrare i codici di comunicazione nazisti (dando un impulso decisivo alla vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale) fosse la storia ideale per realizzare un biopic cinematografico. In essa infatti vi sono tutti gli elementi tipici del “film biografico” per il grande pubblico: l’emarginazione (il protagonista si trova a scontrarsi con i pregiudizi di una società e di un mondo di cui non si sente parte), l’infanzia difficile (la pellicola è disseminata di flashback in cui Touring rivive gli anni in cui scoprì di essere omosessuale), l’atmosfera generale da spy-story.

Il film di Tyldum non resterà certo negli annali della storia del cinema, ma è una pellicola equilibrata ed elegante nella messa in scena, che si mantiene sempre in perfetto equilibro tra la spy-story bellica e il dramma. Certo non mancano i luoghi comuni (il finale, che cerca palesemente la lacrimuccia dello spettatore) e qualche banalità di troppo (la scena al pub in cui Turing scopre come decifrare il linguaggio nazista, francamente ridicola), ma il film si fa comunque apprezzare, fosse anche solo per  la forte volontà di riabilitare la figura di un personaggio così importante per la nostra storia recente, eppure così emarginato a causa della sua omosessualità.

Ottimi gli  interpreti: su tutti ovviamente  il protagonista Benedict Cumberbatch che dipinge uno splendido e tormentato Alan Touring.

Ripeto, non si tratta di un film che resterà nella storia del cinema: ma di un film da vedere, non solo per capire qualcosa in più di un pezzo della nostra storia recente, ma anche per capire come si possa fare del buon cinema d’intrattenimento che sia anche impegnato. Cosa, quest’ultima, non da poco.

Big Eyes

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Big Eyes (USA – 2014) di Tim Burton                                                      Interpreti:  Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Huston, Jon Polito, Krysten Ritter, Terence Stamp

big-eyesPer quanto possa apparire una trama poco nelle corde di Tim Burton (da sempre autore opere in cui è centrale l’elemento fantastico, completamente assente in Big Eyes), la vera storia della pittrice Margaret Keane e del marito Walter, ritenuto per anni il vero autore delle opere della moglie, contiene molti dei temi cari al regista di Burbank: la provincia americana conformista e attenta alle apparenze e alle convenzioni (Margaret, che non vende i suoi quadri e non può affermarsi come artista in quanto donna, fugge, nell’incipit del film, da una realtà molto simile a quella descritta in Edward Mani di Forbice), il potere salvifico dell’arte (che era alla base del’idea di Ed Wood), la finzione come parte fondamentale del mondo in cui viviamo (in questo senso il personaggio di Walter è molto simile a quello del protagonista di Big Fish).

Eppure, come detto, nonostante Big Eyes rimandi a molti dei migliori lavori di Burton, dà l’impressione di essere un film freddo, privo di “cuore” (cosa che, a onor del vero, è comune a tutte le ultime pellicole di Burton); un film che non sa se vuole essere una commedia pura (la sequenza nell’aula di tribunale, in cui Walter Keane interpreta il ruolo sia dell’avvocato difensore che dell’accusato, sfiora la farsa) o un dramma (e sotto questo aspetto il film regala i momenti migliori). Eccessiva anche a mio parere l’interpretazione di Christoph Waltz, attore che amo molto, ma che per questa pellicola sceglie di mettere in scena un Walter Keane troppo sopra le righe per essere credibile (e il doppiaggio italiano peggiora ulteriormente le cose).

Tecnicamente Burton dirige il film con una padronanza del mezzo straordinaro, e lo stile patinato e colorato della pellicola la rende un piacere per gli occhi: ma nel complesso il film è abbastanza debole, e si rivela come un piccolo falso passo nella carriera di uno dei registi che più amo e a cui sono più legato.

Cosmpolis

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Cosmopolis (Canada, Francia, Italia, Portogallo – 2012) di David Cronenberg                                                                                                    Interpreti: Robert Pattinson, Samantha Morton, Jay Baruchel, Paul Giamatti, Kevin Durand, Juliette Binoche

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Cosmopolis fa parte di quella schiera di film talmente complessi che andrebbero visti diverse volte per potersene fare un’idea precisa, per poterne cogliere appieno tutti i messaggi e le sfumature. Nonostante l’opera di  David Croneneberg ispirata all’omonimo romanzo di Don DeLillo sia assolutamente minimale nella messa in scena, essa è “titanica” dal punto di vista dei temi che tratta, e riveste un’importanza fondamentale non solo all’interno della filmografia del regista, ma anche del cinema degli ultimi anni.

Cosmopolis è un film figlio del suo tempo, nel senso che la storia è strettamente legata all’attualità: il personaggio di Eric Packer (uno splendido Robert Pattinson, dimostrazione vivente che anche un pessimo attore, nelle mani di un regista eccelso, può diventare un interprete magnifico), giovane e ambizioso miliardario che ha fatto fortuna grazie alla sua intelligenza e alla sua ambizione, si muove all’interno di un mondo sconvolto dalle crisi finzanziarie. Crisi che sono figlie di una società che si basa solo su valori come l’arrivismo e, appunto, l’ambizione; di una società e di un “sistema”  scanditi solo da programmazioni, previsioni, dove nulla è lasciato alla creatività, l’imprevedibilità, l’asimmetria (si vedano i due leitmotiv del film: la prostata del protagonista, che si scopre essere asimmetrica, e il suo taglio di capelli, che viene effettuato solo su un lato della testa).

Quello di Cosmpolis è un mondo in cui tutto avviene in maniera accelerata (i mercati azionari che non dormono mai, il capitalismo inteso come “distruzione del passato per creare il futuro”), e in cui persino l’esigenza di normalità viene vissuta in maniera folle, delirante (vedi i manifestanti che utilizzano il topo come simbolo della loro protesta). Un’ esigenza di normalità che in parte attanaglia anche il protagonista: in fondo, il film narra del viaggio che egli, ostinatamente, intraprende per raggiungere il suo barbiere di fiducia in una vecchia bottega fuori città. Un viaggio durante il quale Eric attraversa un mondo malato e in pezzi, da cui forse sta cercando di fuggire; un viaggio fatto per incontrare un uomo semplice, che da quel mondo sembra essere rimasto fuori; un uomo simbolo di un passato ormai lontanto, che è stato sostituito da un presente dove contano soloi beni materiali, dove regna l’omologazione. E di cui lo splendido monologo finale del personaggio di Paul Giamatti è il manifesto più drammatico e, allo stesso tempo, più vero.

Interstellar

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Interstellar (USA – Regno Unito, 2014) di Christopher Nolan               Interpreti: Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Michael Caine, John Lithgow, Casey Affleck, Matt Damon, Topher Grace

interstellar_bannerEd è arrivato anche per me il momento di parlare di Interstellar. L’evento cinematografico dell’anno, l’opera ultima di un regista amato da orde di fan e odiato da detrattori invasati come capitato a pochi altri nella storia del cinema, è finita sotto la lente anche di questo blog. Per parlarne però bisogna fare una premessa: la grandezza (o, secondo alcuni, la pochezza) di Christopher Nolan sta nel fatto di essere un regista di blockbuster. Il suo è un cinema  per il grande pubblico (lo si può considerare infatti  il vero erede di Steven Spielberg, per quanto il loro stile registico differisca di molto);  non nel senso di un cinema commerciale, ma di un cinema di qualità (sotto tutti i punti di vista, di contenuti e di forma) e capace di parlare a tutti. Io sono tra quelli che considera tutto ciò un pregio: se si riesce a fare del cinema (del grandissimo cinema nel caso di Nolan), e allo stesso tempo si raggiunge anche un pubblico vasto ed eterogeneo, non può che essere un bene.

Fatta questa premesessa mi sento di dire che Interstellar è un grande film: non un capolavoro, ma un grande, grandissimo film. Girato splendidamente, è una pellicola capace di far fare allo spettatore un vero e proprio “viaggio”: prima tra le lande desolate di una Terra post-apocalittica, devastata da una Natura che si è rivoltata all’uomo, poi nello spazio sconfinato, o sui pianeti su cui i protagonisti si ritrovano a vagare (da brividi la sequenza in cui un terrorizzato Matthew McConaughey assiste, impotente, all’arrivo di un onda di centinaia di metri che investe la sua navicella spaziale). Un film toccante che lancia un messaggio forse un po’ buonista ma che mi sento di condividere: l’amore e i sentimenti sono capaci di trascendere il tempo e lo spazio, e sono l’unico strumento in grado di salvare l’umanità; non è un caso che Cooper, nell’infintià del warmhole, dove appunto spazio e tempo non esistono, riesca ad avere un “contatto” con la Terra attraverso la persona che più ama, sua figlia, in questo mondo evitando a tutto il genere umano una fine prematura.

Un grande film per il grande pubblico, dicevo. Ma se questo è da un lato la forza del film di Nolan, dall’altro ne rappresenta anche il punto debole. Mi spiego meglio. Prendiamo, ad esempio, 2001: Odissea nello spazio, l’immenso capolavoro di Kubrick che molti hanno scomodato per improvvidi paragoni con Interstellar. In quel film Kubrick poneva delle domande, anche criptiche, forse incomprensibili; ma lasciava allo spettattore la ricerca delle risposte. Nolan no: lui vuole spiegare tutto, e per questo aggiunge al film un quarto d’ora finale che stona con tutto il resto. Il salvataggio di Cooper, l’incontro con la figlia ormai anziana, il sogno di una vita che si realizza: si sarebbe potuto concludere tutto con il protagonista alla deriva nello spazio, dopo il contatto avuto con la figlia all’interno del buco nero, lasciando allo spettatore la scelta di immaginare come la vicenda si fosse conclusa. E invece Nolan ha voluto “chiudere il cerchio”: non ha voluto lasciare nessun dubbio insoluto, nessuna domanda senza risposta. La differenza tra un regista d’autore, cui il pubblico interessa poco o relativamente, ma che vuole solo fare arte (Kubrick) e un regista che pensa sempre e comunque allo spettatore (Nolan), è la differenza tra questi due film, 2001 e Interstellar: il primo pone delle domande, il secondo dà delle risposte; il primo lascia il cerchio aperto, il secondo vuole, sempre e comunque, chiuderlo.

Interstellar è, in conclusione, un grande film, che però proprio per questa sua ossessiva voglia di spiegare tutto, di rendere tutto comprensibile, nel finale si perde un pò, e non raggiunge le vette del capolavoro: resta comunque un’opera gigantesca, da vedere e da apprezzare.

Il giovane favoloso

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Il giovane favoloso (Italia, 2014) di Mario Martone                                 Interpreti: Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglais, Valerio Binasco

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Uno dei modi più facili e scontati per descrivere la figura di Giacomo Leopardi poteva essere quello di puntare sul pessimismo cosmico del poeta di Recanati, sul suo desiderio di fuga da un mondo e da una’esistenza privi di felicità. Il merito de Il giovane favoloso, ultimo film di Mario Martone, è invece quello di aver raccontato il Leopardi in maniera diversa, quasi originale: dai dialoghi (opera della sceneggiatura del regista e di Ippolita Di Majo), ma anche e soprattutto dagli sguardi e dai gesti di uno splendido Elio Germano, si intuisce come per Martone il poeta di Recanati fosse in realtà un uomo profondamente attaccato alla vita. L’amore incondizionato per il padre, nonostante si fosse sempre comportato con lui come un tiranno ossessivo, e quello per un’umanità crudele (significativo, anche se forse un po’ banale, il momento in cui Leopardi viene deriso per la sua gobba nel covo delle prostitute) dimostrano come in realtà Leopardi non odiasse la vita a causa delle sue sfortune e della sua condizione fisica, ma anzi  l’amasse oltre ogni limite, assaporandone ogni istante, anche solo gustando un gelato, dolce di cui andava ghiotto.

Per il resto il film è puro Mario Martone: regia teatrale, costumi e fotografia perfette; anche la scelta di dividere nettamente in due parti la pellicola (la prima che descrive la gioventù di Leopardi a Recanati, l’incontro con Silvia e il rapporto conflittuale con i genitori;  la seconda che ne racconta i soggiorni fiorentino e napoletano), che poteva rischiare di spezzare in due il ritmo della storia e del film, si rivela vincente, perché permette di “studiare” il personaggio da punti di vista diversi  (la dimensione “familiare” prima e quella “mondana” poi). Unica nota stonata il ricorso, in alcune sequenze, alla computer-grafica; ma per il resto si tratta di un grande film, e di un mirabile esempio di come il cinema italiano sia ancora vivo.

I guardiani della galassia

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I guardiani della galassia (USA – 2014) di James Gunn                                    Interpreti: Chris Pratt, Zoe Saldana, David Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Benicio Del Toro, Josh Brolin

i-guardiani-della-galassia_088381 Il problema di tanto, troppo cinema supereroistico (genere a dir poco in voga nell’ultimo decennio) è sempre stato quello di prendersi troppo sul serio. Certo, ci sono stati alcuni film (come l’ottimo The Avengers) che pur rimanendo sintonizzati su una impostazione “adulta” possedevano un tono ironico, dato da alcuni personaggi e/o situazioni, che non guastava affatto; mai però nessuno si era spinto a realizzare un film di supereroi che fosse sfacciatamente comico (e, in parte, parodistico). I guardiani della galassia ha avuto questo merito: quello di aver voluto rischiare, utilizzando toni e personaggi più da commedia che da film d’azione per realizzare un cinecomics. E, diciamocelo, il risultato è davvero notevole.

Il film di James Gunn è infatti divertentissimo, ricco di personaggi e gag esilaranti (si pensi anche solo al procione geneticamente modificato e alla gag della gamba meccanica, che vale da sola metà film), ma è soprattutto una pellicola dal ritmo forsennato, che non lascia un attimo di tregua allo spettatore; dal  punto di vista visivo si tratta poi del migliore tra i film Marvel: l’inizio sul pianeta disabitato è da togliere il fiato, così come le location della colonia mineraria, che cita palesemente Blade Runner. La storia di per sé  è abbastanza “classica” e può dare allo spettatore l’idea del “già visto”, ma la forza di questo film scanzonato e divertente è proprio la scelta di non prendersi sul serio e di giocare con i luoghi comuni del genere (omaggiando anche grandi classici del cinema di fantascienza del passato: si pensi solo alla somiglianza tra i personaggi di Star-Lord e Han Solo). Il tono palesemente  vintage della pellicola (la colonna sonora è tutta costituita da hit degli anni ’70 e ’80, che il protagonista ascolta con un vecchio walkman) dà quel tocco in più che ne fa, senza alcuna ombra di dubbio, il migliore film Marvel insieme a The Avengers.

Lamberto Bava e Michele Soavi: la fine del cinema di genere italiano.

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Gli ultimi due registi “di genere” in Italia sono stati Michele Soavi e Lamberto Bava. A parte alcune eccezioni in tempi più recenti (penso ad esempio ai Manetti Bros), è con Soavi e Bava Jr., negli anni’90, che l’horror italiano ha vissuto il suo “canto del cigno”.

Lamberto Bava è riuscito nell’impresa non da poco di raggiungere (e, specialmente all’estero, superare) la fama del padre Mario, grazie in particolare ad un film del 1985: Demoni. Completamente ambientato in una sala cinematografica (il cinema nel cinema è un tema che ricorrerà spesso nelle pellicole di Bava Jr.), trattasi di un film modernissimo, sia per la messa in scena “rock” (notevole la colonna sonora dei Goblin) che per alcuni elementi innovativi nel genere “zombesco” (morti viventi velocissimi e non “ambulanti” come quelli Romeriani, la possessione demoniaca vista come “virus” o malattia). Il finale pessimista ed apocalittico contribuì ad accrescere la fama di un film che tanti registi ancora oggi hanno come riferimento (si pensi anche solo alla straordinaria somiglianza tra gli zombie di Demoni ed i posseduti di Rec). Bava aveva cominciato aiutando il padre a girare il suo ultimo film, Shock, e aveva poi esordito dietro la macchina da presa con due thriller “alla Dario Argento”: Macabro (1980) e La casa con la scala nel buio (1983). Macabro è un film coraggioso nei temi e nella messa in scena (storia di necrofilia abbastanza spinta di una donna che ha una storia di sesso con la testa dell’amante defunto!), ed è arricchito da un bel finale; peccato sia caratterizzato da qualche calo di tensione, cosa che comunque può starci in un’opera prima. La casa con la scala nel buio è invece nettamente più riuscito: la trama è semplice (un musicista abita in una villa in cui avvengono efferrati delitti, e la soluzione del mistero sembra trovarsi proprio nel film di cui sta scrivendo la colonna sonora), ma il film è a tratti davvero inquietante (alzi la mano chi non è balzato sulla sedia quando si scopre l’identità dell’assassino, o quando la pallina da tennis rimbalza insanguinata all’inizio del film), ed è ottimamente girato, come del resto tutti i lavori di Lamberto.

La caratteristica del cinema di Michele Soavi invece (nel cast tra l’altro sia di Demoni che de La casa con la scala nel buio) è sempre stata la visionarietà della sua regia: lo dimostrano sia i suoi film meno riusciti (La chiesa, sconclusionata storia di un’invasione di demoni all’interno di una cattedrale americana) sia quel Dellamorte Dellamore (1994) che ha di fatto sancito la fine del genere in Italia: un film forse non capito appieno, basato su una sceneggiatura abbastanza debole (e con interpreti poco nella parte), ma ricco di spunti interessanti (il tema del sogno, della realtà mescolata alla finzione) e soprattutto di sequenze dal grande impatto visivo (le scene nel cimitero, gli incubi del protagonista). Ad oggi per Soavi resta a mio parere la sua opera prima, Deliria (1987). Thriller tutto girato all’interno di un teatro di posa, in cui elementi classici del genere (il serial killer immortale, il doppio finale, lo slasher) vengono reinventati con grande senso dello spazio e del ritmo: la cinepresa di Soavi si muove splendidamente tra palcoscenici e camerini, il tutto a un ritmo che non lascia allo spettatore un attimo di respiro.

Resta un mistero perché a due registi così dotati sia praticamente impedito di lavorare (se non, su commissione, per film mediocri, vedi Il sangue dei vinti per Soavi): in Italia si preferisce dare grossi budget a Checco Zalone o Vincenzo Salemme, quando (ne sono convinto) se si mettesse a disposizione di un Soavi, un Bava o un Deodato un budget di tutto rispetto ed una totale libertà, non si potrebbe che ottenere del grandissimo cinema.

Snowpiercer

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Snowpiercer (Corea del Sud, USA – 2013) di Bong Joon-ho                         Interpreti: Chris Evans, Tilda Swinton, Song Jang-ho, Jamie Bell, John Hurt, Ed Harris

hero_Snowpiercer-2014-1Bong Joon-ho è divenuto celebre nel 2006 per aver diretto il film che ha incassato di più nella storia del cinema sudcoreano: The Host, un monster-movie con alcuni elementi originali (un anti-eroe mezzo ritardato come protagonista, un lirismo tipicamente “orientale” anche nelle sequenze più “mostruose” ) ma non privo anche di qualche difetto (il facile escamotage del dottore americano che, nel prologo del film, si rivela essere la causa principale della nascita della cretaura).

Il regista orientale si è così lanciato nella sua prima produzione in lingua inglese, adattando la serie a fumetti Le Transperceneige, e realizzando un autentico capolavoro: Snowpiercer.

Dopo una glaceazione (causata dalla stupidità dell’uomo), il mondo è ridotto a un deserto di ghiaccio privo di vita: gli unici superstiti sono gli ospiti di un treno che continua a percorrere il globo terrestre autoalimentandosi, e all’interno del quale l’umanità si è strutturata secondo il più classico degli “schemi” sociali: i poveri e i più sfortunati sono relegati in terza classe, vessati e sottomessi dalle classi agiate che invece occupano i vagoni  di testa, vivendo nel lusso e nelle comodità. Il messaggio è chiarissimo, quasi lampante:  il treno è una metafora del mondo reale, un mondo basato sulle diseguaglianza sociali, e sul sopruso del più forte ai danni del più debole. Un film quindi profondamente e sfacciatamente socialista: persino l’illusione che i “potenti” danno ai “deboli” di potersi ribellare (in fondo, la rivolta portata avanti dal “proletario” Curtis è favorita dallo stesso Wilford, il capo supremo dell’umanità) è un elemento tipico del sistema capitalista, oltre che essenziale alla permanenza dello status quo.

Quello di Bong Joon-ho è quindi un film dai grandi significati, ma anche una pellicola visivamente bellissima: la fotografia è splendida, così come l’uso delle luci, dei colori e delle scenografie; anche la caratterizzazione assurda e sopra le righe di alcuni personaggi (quello della Swinton ad esempio, o dei due bodyguards crudeli ma innamorati) e di determinate sequenze (quella nel vagone adibito a scuola, cosìn eccessivamente colorato e arredato) non stonano, ma anzi danno alla pellicola un valore aggiunto.  Il regista sudcoreano riesce a muoversi negli spazi angusti del treno girando splendide scene d’azione (in cui è notevole il tasso di violenza) e utilizzando astutamente la tecnica del rallenti: le sequenze del vagone pieno di assassini incappucciati e quella dell’arrivo dei “ribelli” con le torce in mano sono da togliere il fiato.

Il film è tipicamente “orientale” nello stile e nella messa in scena: l’avesse girato un Michael Bay qualsiasi, Snowpiercer si sarebbe trasformato in una spacconata d’azione popolata da personaggi tagliati con l’accetta. E invece, nelle mani di Bong Joon-ho, diventa semplicemente uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi trent’anni.

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