Captain America: Civil War

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Captain America: Civil War (USA – 2016) di Anthony Russo e Joe Russo

Interpreti: Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian San, Anthony Mackie, Don Cheadle, Jeremy Renner, Paul Bettany, William Hurt, Daniel Bruhl

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Uno dei grossi rischi che correva Captain America: Civil War era quello di perdersi nei meandri di una storia con troppi elementi, troppi personaggi: insomma, con troppa carne al fuoco. Temevo davvero ne venisse fuori un pastiche insulso (considerato anche che non avevo amato particolarmente i due precedenti film su Capitan America diretti dai fratelli Russo), e invece mi sono dovuto ricredere: al punto che reputo Civil War la migliore pellicola sull’universo Marvel realizzata fin’ora insieme al mio prediletto I Guardiani della Galassia.

Civil War è infatti un film che riesce a combinare alla perfezione la spettacolarità, lo humour e il dramma, senza mai far pendere la bilancia in maniera eccessiva a favore di uno di questi tre elementi: e che riesce a gestire una quantità impressionante di personaggi e di sottotrame (la ricerca di Bucky, lo scontro tra i due gruppi di vendicatori, la minaccia del Barone Zemo) in maniera molto omogenea. La trama è priva degli scivoloni e dei buchi narrativi di cui invece era zeppo Age of Ultron, e la sceneggiatura è più intricata ed accattivante di quella del primo Avengers (non è un caso che usi come paragone i film sui Vendicatori: checchè ne dica il titolo, questo non è un film su Capitan America).

Nonostante le fondamenta narrative su cui si basi il film non siano convincenti quanto quelle del fumetto a cui esso è (lontanamente) ispirato (in quel caso la “guerra civile” era scatenata dalla proposta di registare e schedare tutti i superumani: aveva quindi implicazioni sociali ben più grandi della versione “all’acqua di rose” del film), il dramma generato della frattura nel gruppo è affrontato molto bene, con pathos e drammaticità: lo scontro finale a tre tra Bucky, Iron Man e Capitan America è tanto spettacolare ed emozionante quanto sofferto.

Niente da dire sulle sequenze d’azione, assolutamente magnifiche e coreografate in maniera perfetta; ma questo è ormai divenuto un must delle pellicole di supereroi, per cui non c’è più tanto da sorprendersi.

Una nota a parte merita poi Spiderman: per quanto sia breve la sua apparizione nel film, non si può negare che questa incarnazione di Peter Parker sia forse la più vicina a quella del fumetto originale e, forse, la più azzeccata che si sia mai vista al cinema. Staremo a vedere.

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Lo chiamavano Jeeg Robot (Italia – 2016) di Gabriele Mainetti

Interpreti: Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli, Stefano Ambrogi

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A parte poche eccezioni (penso ad Edoardo De Angeilis, che ha diretto qualche anno fa quel piccolo gioiellino di Mozzarella Stories, o a Gabriele Salvatores, forse l’unico regista italiano che ha sempre cercato di sperimentare, anche nel campo del cinema di genere, qualcosa di nuovo), negli ultimi vent’anni il cinema italiano  non ha mai cercato di spingersi oltre, non ha mai veramente trovato il coraggio di rischiare. Oggi possiamo vantarci di avere dei grandissimi cineasti, riconosciuti anche a livello internazionale (Garrone, Sorrentino, per citare solo i due più importanti), ma per il resto la settima arte nel Belpaese si riduce a una serie di commediole innocue e il più delle volte noiose. In sintesi quindi, manca oggi in Italia un vero e proprio cinema di genere, di puro intrattenimento (come quello che caratterizzava le produzioni nostrane dei decenni ’70 ed ’80 e, in parte, ’90) che si collochi a metà strada tra il cinema d’autore e quello per mentecatti.

Negli ultimi 2-3 anni sembra però esserci stata una svolta, con l’uscita prima di tutta una serie di film collocalbili all’interno del genere noir (l’ottimo Fedez, ancora di De Angelis, Anime Nere di Francesco Munzi, e in parte anche Suburra) e successivamente dell’ultima opera di Salvatores, Il ragazzo invisibile, che ha sdoganato il cinema di supereroi in Italia: per quanto si tratti di un film abbastanza innocuo (una pellicola certamente ben girata, ma pur sempre un film per ragazzi, con poco sangue e poca violenza), esso ha avuto il merito di fare da apriprista, forse involontariamente, all’opera prima di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot.

Ambientando un film di supereroi nel contesto degradato di Tor Bella Monaca, alla perfiera di Roma, Mainetti ha avuto un’intuizione geniale: non ci sono superuomini che sfrecciano tra i grattacieli, o intrepidi vigilantes che difendono i più deboli: il mondo in cui si muovono i personaggi di  Lo chiamavano Jeeg Robot è popolato da criminali di bassa lega e da poveri derelitti. Mainetti mostra di saperci fare, girando delle ottime scene d’azione (la messa in scena della violenza, a tratti anche abbastanza splatter, ricorda vagamente quella dei film di gangster di Scorsese), e dando vita a personaggi forse un pò sopra le righe, ma assolutamente veri nei loro drammi e nei loro dubbi: il protagonista, Enzo, che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad avere relazioni con gli altri esseri umani, accecato da un cinismo che lo porta a disinteressarsi del prossimo nella maniera più assoluta; Alessia, che cerca di sfuggire allo squallore della sua esistenza rifugiandosi in un mondo di finzione fatto di personaggi che provengono dagli anime giapponesi; o Lo Zingaro (interpretato da uno splendido Luca Marinelli: suoi i momenti più entusiasmanti del film, a riprova del fatto che un film di supereroi è riuscito solo se è riuscito il villain) i cui sogni di grandezza sono solo volti a fuggire dalla orribile realtà in cui vive ed in cui è cresciuto.

Incredibilmente per un film italiano, anche la computergrafica utilizzata è convincente, con tanto di duello finale tra il supereoe e il super cattivo, durante il derby Roma-Lazio.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film consolatorio o buonista: non c’è happy ending, e il protagonista non è certo un personaggio positivo (“a me della gente non me ne frega niente” dice più volte durante il film il personaggio interpretato da Claudio Santamaria); eppure questa pellicola riesce a entusiasmare e divertire, come i grandi film ispirati ai comics americani, e forse anche di più. Speriamo sia davvero l’inizio di una nuova ondata di cinema di genere italiano, ne abbiamo davvero bisogno.

L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi: la violenza secondo Wes Craven

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ultima casa a sinistra

Se si esclude una breve esperienza nel mondo del porno, L’ultima casa a sinistra (1972) può essere considerato l’esordio di Wes Craven dietro la macchina da presa: come tutte le opere prime, si tratta di un lavoro piuttosto grezzo e con qualche difetto, ma anche ricco di diversi spunti interessanti. La pellicola narra la vicenda di due giovani ragazze che vengono adescate, torturate e infine assassinate da una banda di psicopatici appena evasi di prigione; ma racconta anche della successiva, sanguinosa vendetta messa in atto ai loro danni dai genitori di una delle vittime. Per quanto il film risulti forse oggi un pò datato (nel senso che è una pellicola chiaramente figlia della sua epoca: quella del ’68, dell’emancipazione sessuale, del boom delle droghe leggere, e così via) esso rimane assolutamente imprescindibile all’interno della filmografia di Craven. E questo non solo per come Craven mette in scene la violenza (in maniera del tutto esplicita, senza filtri, ma mantenendo a tratti un tocco quasi lirico: la scena dell’esecuzione della diciassettene Mary, finita con due colpi di pistola mentre, in una sorta di poetica purificazione, si immerge in un fiume dopo essere stata stuprata, è grandissimo cinema), ma soprattutto per gli ultimi, eccezionali venti minuti della pellicola, in cui i tranquilli genitori di Mary si trasformano in dei veri e propri animali selvaggi assetati di sangue, e fanno fuori uno la banda di aguzzini (uno di loro viene addirittura evirato dalla madre di Mary, che gli stacca il membro durante un blowjob). L’ultima casa a sinistra è quindi un film cheriflette sulla violenza e sulla natura selvaggia che si cela dietro la rassicurante facciata della borghesia americana (un pò come faceva a suo modo Peckinpah in Cane di paglia), un’opera prima forse un pò grezza, ma a mio parere di grandissimo impatto.

5 anni dopo Craven torna nuovamente a rappresentare la violenza bruta e selvaggia ne Le colline hanno gli occhi, film che divenne da subito un piccolo cult. Per quanto la trama sia abbastanza prevedibile (una famiglia che sta facendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti ha un problema al camper ed è costretta a fermarsi nel bel mezzo del deserto: qui incappa in un gruppo di assassini cannibali), anche qui il regista sembra voler, più che mostrare l’orrore fine a sè stesso, riflettere sulla violenza e sulla follia del cosiddetto mondo civilizzato, capace di riportare l’uomo a uno stato primitvo e selvaggio: gli assassini de Le colline hanno gli occhi sono abomini nati dagli esperimenti atomici effettuati dal governo americano, e la stessa famiglia che fa da vittima predestinata ai mostri non è certo composta da personaggi  positivi: il padre è un militare guerrafondaio, i figli maschi sono due idioti; l’unico elemento che può dare speranza all’umanità sembra essere la donna (non è un caso che nel finale sia proprio la ragazza selvaggia a tradire i membri della propria famiglia e a salvare i pochi superstiti dell’altra famiglia, quella “civilizzata”). In generale, sebbene il film sia più organico del precedente in quanto a trama e sviluppo della sceneggiatura, gli preferisco L’ultima casa a sinistra, più “incostante” dal punto di vista narrativo ed estetico, ma con alcuni picchi di grande, grandissimo cinema.

Dopo L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi Cravem non smetterà certo di riflettere sulla violenza, ma lo farà affrontando questi temi da un punto di vista “fantastico”. Ma questa è una storia per un altro post.

le colline

Batman V Superman: Dawn of justice

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Batman V Superman: Dawn of Justice (USA – 2016) di Zack Snyder

Interpreti: Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Laurence Fishburne, Jeremy Irons

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La prima cosa che mi viene in mente da dire dopo la visione di Batman VS Superman è: che peccato.

Che peccato perchè per la prima volta un film di supereroi sembrava voler riflettere davvero in maniera seria sul ruolo dei vigilantes nella nostra società: in una delle poche battute riuscite del film, Bruce Wayne dice ad Alfred “siamo criminali, lo siamo sempre stati”, sottolineando il fatto che Batman, così come tutti i suoi colleghi in calzamaglia, agisce al di fuori della legge e delle regole (in particolare, l’uomo-pipistrello di questo film è un fascistoide violentissimo che uccide senza pietà).

Che peccato perchè la visione “messianica” e salvifica di Superman poteva davvero dare un risvolto interessante alla pellicola, se approfondita e trattata adeguatamente.

Che peccato perchè l’idea di fondo del film, e soprattutto la sua collocazione in un contesto più ampio di pellicole ambientate nell’universo della DC, l’avevo trovata molto accattivante:  la macchinazione di Luthor volta a favorire l’arrivo sulla Terra di un misterioso e onnipotente essere malvagio (Darkseid, verosimilmente), le visioni (o premonizioni?) che lasciano intuire l’esistenza di universi alternativi (vedi il “cammeo” di Flash dopo l’incubo post-apocalittico di Bruce Wayne), sono piccoli segnali che hanno fatto venire l’acquolina in bocca a molti dei nerd appassionati di comics (me compreso) che sono corsi in sala a vedere la pellicola di Snyder.

Un peccato, davvero: perchè tutto questo buon materiale va a farsi benedire, a causa di una sceneggiatura confusionaria (eventi temporalmente separati tra loro, come l’attacco dinamitardo al processo e la rapina della Kryptonite ad opera di Batman, vengono mostrati  senza soluzione di continuità) e a tratti incomprensibile (Luthor che prende il comando dell’astronave di Krypton senza alcun tipo di problema, o la genesi di Doomsday, francamente ridicola). Il film è poi oggettivamente girato male (in particolare, le scene d’azione), e la fotografia è eccessivamente buia (si prenda la scena del dialogo tra Affleck ed Irons nel loft di Wayne: per tutta la sequenza entrambi sono sempre in ombra, al punto che quasi non si vedono le loro facce!). Si salva forse solo la performance di Eisenberg: gigioneggia un pò troppo, è vero, ma il suo Luthor è quello che ne esce meglio, alla fine.

Concludo con un appello: se mai dovesse essere girato un altro film che abbia Batman tra i protagonisti, vi prego, evitate di mostrarci nuovamente la scena dell’uccisione dei genitori di Bruce Wayne: credo sia la sequenza più girata della storia del cinema, non se ne può davvero più.

Il caso Spotlight

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Il caso Spotlight (USA- 2015) di Tom McCarthy

Interpreti: Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci

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Quando si fa del cinema d’inchiesta il rischio che si corre, specialmente se si toccano temi sensibili come la pedofilia e le violenze sui minori, è quello di volere a tutti i costi colpire emotivamente lo spettatore. Tom McCarthy con il suo  Il caso Spotlight è riuscito a non commettere questo errore, realizzando una pellicola  lucida e quadrata come sapevano essere i capolavori del maestro indiscusso del cinema d’inchiesta: Francesco Rosi. Anche nelle scene più “a rischio”, come quelle in cui le vittime delle violenze descrivono gli abusi subiti nell’infanzia, il film non cerca mai di stabilire un legame empatico con lo spettatore, ma resta obiettivo, freddo: McCarthy è interessato alle indagini, ai fatti; e lo stesso vale per i personaggi che popolano il suo film, “semplici” giornalisti alla ricerca della verità.

La pellicola ricostruisce minuziosamente le vicende (reali) relative all’indagine del Boston Globe (e in particolare del cosiddetto team Spotlight) sull’ arcivescovo Bernard Law, accusato di aver coperto per anni gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori.  Sebbene allo spettatore serva qualche minuto per orientarsi tra i tanti nomi e personaggi che popolano la storia, il film è davvero appassionante, e tiene incollati alla sedia, non rivelandosi mai noioso nè eccessivamente verboso.

Ciò che però colpisce di più della pellicola di McCarthy è il suo fortissimo messaggio di auto-critica: il fatto che il capo del team Spotlight, interpretato da un  gigantesco Michel Keaton (che dopo Birdman ci regala un’altra interpretazione magistrale) diversi anni prima degli eventi narrati nel film avesse avuto l’occasione di denunciare gli abusi della Chiesa sui minori ma non l’avesse fatto, è significativo: quando si verificano fatti di tale gravità e tale portata, nessuno è esente da colpe; è la società nella sua totalità che deve vigilare (e denunciare). E’ questo il fondamentale (e scomodo) messaggio lanciato da Il caso Spotlight, film bellissimo che forse, considerata la stagione cinematografica appena conclusa (ricca di film bellissimi ma forse di nessun capolavoro) ha davvero meritato l’Oscar come miglior film.

Neill Blomkamp e il cinema di genere sci-fi

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Il sudafricano Neill Blomkamp è oggi uno dei pochi, veri registi di genere nel campo della fantascienza (forse l’unico, insieme all’ottimo Duncan Jones, cui ho dedicato un post qualche tempo fa). Il suo primo lungometraggio è datato 2009: si tratta di District 9, un action fantascientifico prodotto da Peter Jackson e strutturato come un documentario sulla figura di Wikis Van De Merwe, funzionario statale addetto allo sgombero di una baraccopoli  aliena sorta nel bel mezzo di Johannesburg dopo che un’astronave extraterrestre è rimasta bloccata sulla Terra a causa di un’avaria. La vicenda di Van De Merweche è il pretesto per Blomkamp per descrivere una delle piaghe della nostra società: la paura del diverso, la non accettazione di chi non è come noi. Guardando District 9, sembra di assistere ad un servizio giornalistico dei giorni nostri: storie di profughi cacciati dalle proprie case, di criminali che sfruttano in ogni modo l’immigrazione clandestina, di politici che sembrano non interessarsi dei diritti umani (o extraterresti, se preferite). Ecco quindi che la progressiva trasformazione di Wikis Van De Merwe in alieno è il contrappasso ideale per un’umanità xenofoba e razzista. Oltre all’ottima messa in scena (lo stile semi-documentarista con cui è strutturata la sceneggiatura si rivela vincente) Blomkamp mette subito in chiaro anche la sua idea di cinema: tanti riferimenti alla politica e ai temi sociali, certo, ma anche tanta azione, e un alto tasso di spettacolarità e splatter.

Un’idea di cinema che si conferma nella sua opera successiva, Elysium (2013), film che descrive un futuro in cui i ricchi e i membri delle classi più agiate vivono in una stazione orbitante nello spazio, nel benessere e nell’opulenza, lontano dalla povertà e dalla miseria di una Terra sovrappopolata, su cui sono relegati i più deboli. Per quanto il tema di Elysium sia sviscerato bene e la messa in scena dimostri ancora una volta che Blomkamp è un regista con gli attributi (le scene d’azione sono strutturate in maniera perfetta, con un frequente uso del rallenti che a tratti ricorda i “balletti di morte” tipici del cinema di Honk Kong), il film ha un ritmo eccessivamente forsennato, e il risultato dinale è che lo spettatore non riesce nè a seguire la vicenda in maniedra coerente nè a legarsi empaticamente ai personaggi e alle situazioni in cui sono coinvolti (anche perchè nessuna delle interpretazioni, neanche quelle di Jodie Foster e Matt Damon, strappano appluasi).

Il mix perfetto tra tematiche “impegnate”, spettacolarità della messa in scena e approfondimento dei personaggi, Blomkamp lo trova con il suo terzo lungometraggio, Humandroid: storia di un robot senziente di nome Chappie che si ritrova ad essere sfruttato da umani senza scrupoli (criminali che lo usano per compiere una rapina, membri dell’esercito che lo vogliono per motivi militari, e così via). La pellicola alterna sapientemente momenti action ad altri più intimi, in cui il regista riesce nell’impresa, non da poco, di  rendere “umano”, e soprattutto simpatico allo spettatore, un personaggio fatto di metallo e bulloni. Il tutto, come al solito, arricchito da forti critiche sociali, in particolare alla militarizzazione e, più in generale, a una società in cui gli esseri umani riescono solo ad infliggere violenza e morte. Come in District 9 ed Elysium, anche in Humandroid non vi sono personaggi del tutto “buoni” (a parte l’androide, che però umano non è) o del tutto “cattivi”: anzi questa pellicola sembra volerci dire che la bontà la si può ritrovare ovunque (anche nei membri di una gang di criminali) così come l’ambizione e la voglia di successo possono tradire anche le anime più pure (lo scienziato che dà la vita a Chappie). Tutti aspetti che fanno di Humandroid uno dei film migliori del 2015, e di Neill Blomkamp uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni.

Dio esiste e vive a Bruxelles

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Dio esiste e vive a Bruxelles (Belgio/Francia/Lussemburgo – 2015) di Jaco Van Dormael Interpreti: Benoit Poelvoorde, Pili Groyne, Yolande Moreau, Catherine Deneuve, Francois Damiens.

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Partendo da un’idea tanto folle quanto assurda, e cioè che Dio sia un apatico ed insopportabile uomo di mezza età che si diverte a far soffrire l’umanità (e che se ne sta rintanato in uno squallido appartamento nella periferia di Bruxelles), il regista belga Jaco Van Dormael ha realizzato un film piacevolissimo, che alterna sapientemente, e con grande leggerezza, ironia e temi impegnati.

Dio Esiste e vive a Bruxelles è fondamentalmente un film sul rimpianto, sulle occasioni perdute; un film che invita a cogliere le occasioni e a vivere appieno la propria vita. Cosa che la maggior parte dell’umanità sembra non saper (o voler) fare, forse perchè fatta ad immagine e somiglianza di un Dio stupido, crudele e violento (in una scena abbastanza sorprendente, poichè totalmente inaspettata per lo spettatore, il Padreterno arriva addirittura a prendere a cinghiate la figlia ribelle). Questa umanità “adulta” e senza speranza può quindi essere salvata solo da coloro che possiedono ancora l’innocenza e il coraggio di amare: i bambini. E’ la piccola figlia di Dio infatti che, in visita sulla Terra, salverà il mondo con il suo messaggio d’amore e di speranza (non prima di aver però fatto un dispetto non da poco all’odiato Padre: e cioè aver comunicato a tutti gli uomini e le donne sulla Terra la propria data di morte, facendo perdere a Dio il controllo delle marionette che egli si divertiva a torturare).

Certo, in termini di “messaggio” il film non dice nulla di particolarmente nuovo, e alcune trovate non sono molto convincenti neanche per una storia dai toni surreali come questa  (penso alla vicenda del personaggio Catherine Deneuve e alla sua infatuazione per un gorilla, o al finale un pò troppo consolatorio); eppure i momenti ricchi di ironia (legati quasi sempre alla figura di Dio e alle sue disavventure nel mondo terreno, e soprattutto al suo rapporto non proprio idilliaco con il figlio maggiore) e il garbo con cui la pellicola è stata interpretata e girata, fanno di Dio Esiste e vive a Bruxelles un piccolo gioiellino, una vera e propria lezione di umanità ad un mondo che sembra aver dimenticato cosa voglia dire essere felici.

Articolo già apparso su I discutibli.

The hateful eight

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The Hateful Eight (USA – 2015) di Quentin Tarantino

Interpreti: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern

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The Hateful Eight non è forse il migliore dei film di Quentin Tarantino, ma è sicuramente uno dei suoi più inaspettati e sorprendenti. E credo che lo sia per due validi motivi.

Il primo è che mai prima d’oggi il regista nato a Knoxville aveva realizzato una pellicola “da camera”, tutta girata in interni (i primi due capitoli nella diligenza, il resto nell’emporio di Minnie), e d’impostazione quasi teatrale: la telecamera si muove sapientemente all’interno di spazi ristretti, sia nelle scene ricche di dialoghi (i primi 4 capitoli), che in quelle in cui esplode l’azione (gli utlimi 2). Molti hanno criticato il film perchè troppo verboso nelle prima parte: è vero, ma i lunghissimi dialoghi, vero e proprio elemento portante della pellicola (come è sempre stato nella cinematografia Tarantiniana) hanno lo scopo di alzare la tensione sulla scena (ognuno degli otto personaggi ha qualcosa da nascondere: lo sa lo spettatore e lo sanno i personaggi sulla scena, e il modo in cui è gestita la suspence, che cresce man mano che il film va avanti, è da applausi) oltre che di preparare alla terribile carneficina della seconda parte. Utilizzando alcuni dei suoi marchi di fabbrica (la de-strutturazione della sceneggiatura tramite l’uso di flashback e balzi temporali) Tarantino mette in scena un bagno di sangue come non se ne erano mai visti prima nella sua filmografia: qui infatti la violenza è efferrata, pura, non spaccona e barocca come in Kill Bill, Bastardi senza gloria o Django. Ed è questa l’altra grande novità della sua ultima opera: The Hateful Eight è un film intriso di un nichilismo e di un pessimismo nuovi; non vi sono personaggi positivi, ma solo criminali, banditi, guerrafondai razzisiti e carichi d’odio; e la morte, il sangue, la violenza bruta (la scena dell’impiccagione finale è assolutamente agghiacciante), regnano sovrani in un mondo senza speranza di redenzione.

La fotografia, così come la resa dei colori e dei dettagli sono esaltati dall’uso del formato panoramico 70 mm; immensa la performance di tutto il cast (ma, visti i nomi in ballo, c’era da aspettarselo), e non sto a parlare della maestria tecnica che traspare da ogni singola inquadratura. Si prenda solo la primissima sequenza, una carrellata che si allontana lentamente da un cristo di legno e scopre il panorama immenso e gelido del Wyoming, con una diligenza solitaria che si avvicina alla camera, il tutto accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone: cinema allo stato puro, con buona pace dei critici e di chi considera sopravvalutato quel fottutissimo genio di Quentin Tarantino.

The Revenant

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The Revenant (USA – 2015) di Alejandro Gonzales Inarritu

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson

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A un anno di distanza dal grande successo di Birdman (culminato con la conquista, tra gli altri, dell’oscar come miglior film), il regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu riprende molti dei motivi stilistici che avevano caratterizzato la sua opera precedente, per riproporli in un contesto completamente differente.

The Revenant è infatti costruito facendo largo uso di piani sequenza, avvolgenti movimenti di macchina, lunghe carrellate: riuscire ad amalgamare in questo modo riprese dal vivo ed effetti digitali (la scena dell’attacco dell’orso, ad esempio, è un piccolo capolavoro, un vero e proprio film nel film), il tutto con decine di personaggi sulla scena, poteva essere una impresa impossibile; Inarritu ci è riuscito, dimostrando ancora una volta una capacità tecnica fuori dal comune.

Ma il film non è solo una dimostrazione auto-compiaciuta di abilità tecnica: certo, Inarritu gode nel far vedere quanto è bravo; ma la bellezza e la poesia che traspaiono dal modo in cui egli rappresenta i paesaggi gelidi e selvaggi della Louisiana, o il modo in cui riesce a rappresentare la bestialità e la “fisicità” dell’essere umano (The Revenant è un film fatto della carne dilaniata dello scalpo di Fitzgerald, delle cicatrici inflitte a Glass dall’orso, del sangue versato da coloni ed indiani, della saliva schiumata da Glass mentre assiste impotente all’omicidio del figlio); tutto questo, è semplicemente grande cinema.

Non condivido molte delle critiche che sono state mosse al film, una su tutte che esso sia “senza cuore”. Sebbene convenga che il plot non meriti di essere ricordato (si tratta di una storia di vendetta abbastanza banale e scontata, di come al cinema se ne sono già viste tante), e che i personaggi principali (tra l’altro interpretati splendidamente da Leonardo Di Caprio e Tom Hardy) siano poco approfonditi, credo che The Revenant resti un grande film: forse non meriterà di vincere l’oscar, e forse è davvero un film “freddo”: ma avercene, di film freddi così.

The green inferno

The Green Inferno (USA – 2013) di Eli Roth

Interpreti: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Daryl Sabara, Kirby Bliss Blanton, Sky Ferrera

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Realizzato nel 2013 ma distribuito in Italia solo pochi mesi fa a causa, ovviamente, di problemi con la censura (il battage pubblicitario che ne ha accompagnato l’uscita lo definiva come uno degli horror più sconvolgenti della storia del cinema: a onor del vero, per quanto il film sia abbastanza duro, devo dire di aver visto molto di peggio), The Green Inferno è una dichiarazione d’amore a quella stagione d’oro del cinema di genere italiano rappresentata dai cosiddetti film “cannibali”, argomento su cui ho pubblicato un post pochi giorni fa.

Il film di Roth riprende il titolo del mockumentary girato dai protagonisti di Cannibal Holocaust (massima espressione del genere), ma, più che con il film di Deodato, esso ha delle forti analogie con Cannibal Ferox di Lenzi: anche qui ci sono infatti un gruppo di occidentali “civilizzati” che si recano nella giungla apparentemente armati di buone intenzioni (sono degli attivisti che protestano contro il disboscamento della foresta amazzonica) e che, loro malgrado, finiscono tra le grinfie di una tribù di indigeni con una predilezione per la carne umana.

Anche se non ho apprezzato appieno la scelta di girare il film utilizzando il digitale (capace, è vero, di esaltare i colori dominanti della pellicola, come il verde della vegetazione o il rosso della pelle degli indigeni, ma che allo stesso tempo dona alle sequenze diurne un’aria rarefatta che è poco “cinematografica”), la pellicola è girata molto bene, con un buon senso del ritmo, ed è ricca di scene splatter degne di essere ricordate: su tutte quella in cui all’attivista obeso vengono prima cavati gli occhi (uno per uno), poi mozzata la lingua, quindi asportati gli arti e, infine, tagliata la testa (tutto questo mentre il malcapitato è, ovviamente, ancora vivo). Alcune sequenze sono poi davvero difficili da sostenere (e di questo va dato merito a Roth):  confesso di aver chiuso gli occhi un paio di volte mentre guardavo la scena in cui la protagonista sta per essere sottoposta ad infibulazione.

Ciò che invece non ho apprezzato è stato un sottile sottotesto razzista (probabilmente non voluto, ma che ho comunque percepito nettamente), che è poi la grossa differenza tra The Green Inferno ed i film dell’epoca d’oro del genere: i cannibali di Deodato e di Lenzi erano delle vittime dell’uomo bianco, che sfogavano la loro rabbia e la loro natura dopo aver subito orrori indicibili; gli indigeni di Roth invece non ispirano simpatia, sono piuttosto dei brutali assassini incapaci di provare emozioni; e non basta certo la trovata (scontatissima) del bambino che fa amicizia con la protagonista a convincermi del contrario. Ecco, questo credo sia il grosso punto debole di un film comunque ben fatto, e di cui mi riservo di dare un’opinione definitva quando finalmente se ne potrà vedere la versione senza tagli (alcuni dei quali operati dalla produzione davvero in maniera grossolana).

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