Jurassic World e Indipendence Day-Rigenerazione: il (brutto) revival del cinema fantastico.

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A causa di un’evidente mancanza di idee e di spunti narrativi, pare che le major abbiano deciso di sfruttare il successo e l’impatto che ebbero sull’immaginario collettivo i caposaldi del cinema fantastico degli anni ’80 e dei primi anni ’90 (qui la mia dichiarazione d’amore nei confronti di quelle pellicole) “aggiornandoli” e contestualizzandoli rispetto al mondo in cui viviamo oggi, più interconnesso ma meno “innocente” di allora. Il risultato è stato, nella maggior parte dei casi, imbarazzante: ne sono una prova due film usciti quest’anno, Jurassic World e Indipendence Day – Regeneration.

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Il primo è una sorta di sequel/reboot/rivisitazione del capolavoro di Steven Spielberg, un film che ebbe, a suo tempo, un impatto devastante sull’immaginario collettivo (oltre che mio personale: se non avessi visto Jurassic Park al cinema, nel ’93, a soli 8 anni, non credo mi sarei mai innamorato della settima arte) e, più in generale, sull’evoluzione del mezzo cinematografico, in particolare in relazione all’uso del digitale e degli effetti speciali. Jurassic World è invece un caotico pastiche, in cui le vicende vanno avanti ad un ritmo talmente forsennato da rendere incomprensibili alcuni snodi narrativi (il super dinosauro geneticamente modificato che scappa dopo pochi minuti di film, in barba a tutti i super-sistemi di sicurezza messi in piedi), e in cui tutto è un pretesto per mostrare effetti speciali più grandi, più spettacolari, più rumorosi. La storia è una fotocopia di quella del film del ’93, e a parte il duello finale fra il super dinosauro geneticamente modificato e il T-Rex del primo Jurassic Park (ovviamente è quest’ultimo a vincere, palesando l’irraggiungibilità del mitico film di Spielberg) di questa pellicola rimane davvero poca cosa.

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Molto di quanto detto per Jurassic World vale anche per Indipendence Day-Rergeneration, che racconta il ritorno degli alieni sulla Terra esattamente 20 anni dopo i fatti narrati nel primo film di Emmerich (uscito, per l’ appunto, 20 anni fa). Non che il primo Indipendence Day fosse stato un capolavoro, ma aveva avuto comunque il merito di aver segnato un nuovo punto di non ritorno nella storia dell’evoluzione degli effetti speciali al cinema: e anche la storia, per quanto fosse infarcita di luoghi comuni sulla grandezza del popolo americano, era strutturata in maniera intelligente, poichè alternava azione e divertimento in giuste dosi; non era insomma una inutile sequenza di esplosioni, effetti speciali, clichè senza senso, cosa che è invece questo Regeneration. Questo secondo Indipendence Day è infatti un film di cui non si capisce quasi nulla, caotico come non mai, in cui anche gli attori della precedente pellicola (Pullman e Goldblum su tutti) fanno la parodia di se stessi. Ecco, forse scrivendo questo post ho trovato come definire al meglio Jurassic World e Indipendence Day-Rigenerazione: non dei sequel, non dei reboot dei film originali, e nemmeno delle brutte copie: ma solo delle loro parodie.

Perez e Suburra: un nuovo corso per il cinema “nero” italiano

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Pare che ngli ultimi anni il Belpaese sia attraversato da un ritrovato interesse per tutto ciò che ruota intorno ai generi del noir, dell’hard boiled. Questa propensione, evidente nel campo letterario (si pensi ai tanti autori di genere venuti fuori negli ultimi anni, da Giorgio Faletti a Sandrone Dazieri e Giancarlo De Cataldo, solo per citare i più noti) ha dato vita non solo ad alcuni interessanti prodotti televisivi (Romanzo Criminale e Gomorra su tutti) ma anche a delle ottime pellicole “nere”.

Uno dei primi esempi (e forse il migliore) di questo nuovo “corso” è stato Perez, film del 2014 di Edoardo De Angelis (che ci aveva già deliziato con la sua geniale opera prima Mozzarella Stories).Vicenda di camorra ambientata nel contesto surreale, quai onirico, del centro direzionale di Napoli (isola di cemento e grattacieli nel bel mezzo del centro storico del capoluogo campano), Perez è una pellicola che vede come protagonista un gigantesco Luca Zingaretti nel ruolo di un avvocato padre di una ragazza che ha una relazione con un boss della camorra. Storia violenta, cruda, che disegna, in pieno stile noir,  un mondo senza speranza, nonostante poi il film non si concluda in maniera così pessimistica. De Angelis è abilissimo a girare di notte, a dirigere gli attori: si tratta di un regista che farà strada, questo è poco ma sicuro.

Il contesto napoletano viene sostituito da quello del litorale laziale in Suburra, film del 2016 diretto da Sergio Sollima, regista proprio delle due serie tv di cui sopra,Romanzo Criminale e Gomorra. Suburra è un film forte, violento (a volte in maniera un pò eccessiva e gratuita), una storia di gangster in cui temi tipici del noir (trama ricca di colpi di scena, di cambi di rotta e ribaltamenti di fronte dei personaggi) si mescolano a quelli del thriller politico, con il film ambientato durante la crisi di governo che portò alle dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi. Suburra si presenta quindi anche come uno spaccato della società del nostro Paese e della nostra classe politica: splendido lo scambio di battute tra il personaggio interpretato da Pierfancesco Favino e il deputato di Montecitorio, con i due che contrattano un voto in commissione parlamentare come fossero al mercato. Ottima la caratterizzazione di alcuni personaggi, come quello del Samurai di Amendola, vecchio gangster che prova a stare al passo coi tempi ma destinato a rimanere inevitabilmente sconfitto. Come tutti i personaggi di un noir che si rispetti. 

X-Men: Apocalisse

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X-Men: Apocalisse (USA – 2016) di Bryan Singer

Interpreti: James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Nicholaus Hoult, Sophie Turner

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Credo che il modo più efficace di parlare di X-Men: Apocalisse sia confrontandolo con un altro cinecomic uscito da poco nelle sale, e cioè Captain America: Civil War. Dico questo perchè ho trovato diverse similitudini tra i due film dal punto di vista narrativo, e altrettante differenze  nella gestione dei personaggi e della sceneggiatura.

Provo a spiegarmi meglio: sia in Apocalisse che in Civil War c’è un numero incredibile (come mai si era visto prima) di personaggi con superpoteri che bazzicano per lo schermo; in entrambi i film ci sono gruppi di supereroi che si scontrano tra loro (in Apocalisse “cattivi” contro “buoni”, in Civil War “buoni” contro “buoni”, ma la sostanza non cambia); infine, entrambe le pellicole sono contraddistine dalla presenza di diverse sottotrame che si intrecciano tra loro (in X-Men vi sono i piani diabolici di Apocalisse, il dramma di Magneto, le paure di Jean Grey; in Civil War le storie del Barone Zemo, del soldato d’inverno, della registrazione dei superumani).

Ecco, credo che il punto debole di X-Men:Apocalisse sia stato quello di non riuscire ad amalgamare al meglio tutto questo: cosa che invece Civil War faceva alla grande. Il problema infatti dell’ultimo film di Singer, che pure dirige la pellicola con quella che è la sua tipica abilità, è che i personaggi vengono poco approfonditi, e la trama  risulta contorta e confusionaria. Lasciando perdere le contraddizioni nella continuity con i precedenti film degli X-Men, che mi interessano il giusto, mi sento di poter dire che Apocalisse gode di alcuni bei momenti (su tutti il salvataggio di QuickSilver all’interno dello Xavier institute, assolutamente da applausi) collocati però all’interno di una struttura poco convincente: persino il momento culminante e topico della pellicola, quello in cui Jean Grey sconfigge Apocalisse, viene un tantino arronzato (chi non conosce la storia degli X-Men e della Fenice ci capirà ben poco, infatti).

Ottime le interpretazioni sia di Fassbender che di James McAvoy  (nei ruoli rispettivamente di Magneto e Xavier); altri attori invece non mi hanno convinto appieno, a cominciare da Sophie Turner, troppo legata ancora al ruolo di Sansa Stark della serie Game of Thrones. Che dire: un film riuscito a metà, che mi ha divertito ma che non mi ha colpito del tutto. Si poteva fare molto, ma molto meglio.

Captain America: Civil War

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Captain America: Civil War (USA – 2016) di Anthony Russo e Joe Russo

Interpreti: Chris Evans, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Sebastian San, Anthony Mackie, Don Cheadle, Jeremy Renner, Paul Bettany, William Hurt, Daniel Bruhl

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Uno dei grossi rischi che correva Captain America: Civil War era quello di perdersi nei meandri di una storia con troppi elementi, troppi personaggi: insomma, con troppa carne al fuoco. Temevo davvero ne venisse fuori un pastiche insulso (considerato anche che non avevo amato particolarmente i due precedenti film su Capitan America diretti dai fratelli Russo), e invece mi sono dovuto ricredere: al punto che reputo Civil War la migliore pellicola sull’universo Marvel realizzata fin’ora insieme al mio prediletto I Guardiani della Galassia.

Civil War è infatti un film che riesce a combinare alla perfezione la spettacolarità, lo humour e il dramma, senza mai far pendere la bilancia in maniera eccessiva a favore di uno di questi tre elementi: e che riesce a gestire una quantità impressionante di personaggi e di sottotrame (la ricerca di Bucky, lo scontro tra i due gruppi di vendicatori, la minaccia del Barone Zemo) in maniera molto omogenea. La trama è priva degli scivoloni e dei buchi narrativi di cui invece era zeppo Age of Ultron, e la sceneggiatura è più intricata ed accattivante di quella del primo Avengers (non è un caso che usi come paragone i film sui Vendicatori: checchè ne dica il titolo, questo non è un film su Capitan America).

Nonostante le fondamenta narrative su cui si basi il film non siano convincenti quanto quelle del fumetto a cui esso è (lontanamente) ispirato (in quel caso la “guerra civile” era scatenata dalla proposta di registare e schedare tutti i superumani: aveva quindi implicazioni sociali ben più grandi della versione “all’acqua di rose” del film), il dramma generato della frattura nel gruppo è affrontato molto bene, con pathos e drammaticità: lo scontro finale a tre tra Bucky, Iron Man e Capitan America è tanto spettacolare ed emozionante quanto sofferto.

Niente da dire sulle sequenze d’azione, assolutamente magnifiche e coreografate in maniera perfetta; ma questo è ormai divenuto un must delle pellicole di supereroi, per cui non c’è più tanto da sorprendersi.

Una nota a parte merita poi Spiderman: per quanto sia breve la sua apparizione nel film, non si può negare che questa incarnazione di Peter Parker sia forse la più vicina a quella del fumetto originale e, forse, la più azzeccata che si sia mai vista al cinema. Staremo a vedere.

Youth – La giovinezza

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Youth – La giovinezza (Italia – 2015) di Paolo Sorrentino

Interpreti: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda

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Quelli di Paolo Sorrentino non sono dei film “facili”, e per questo in molti non li amano. Come detto più volte, sono invece un grande estimatore dei lavori del regista campano: sia di quelli più riusciti (Le conseguenze dell’amore e Il Divo, due autentici capolavori) sia di quelli più deboli (This Must be the place o L’amico di famiglia).

Youth si colloca a metà strada in questa mia personale classifica delle pellicole di Sorrentino: valgono molti dei ragionamenti che avevo fatto a suo tempo per La grande bellezza, cui è molto affine, sia per la messa in scena che per i contenuti. Si tratta di un film dal ritmo compassato, dallo stile apparentemente lento, quasi “inesorabile”: proprio come il tempo che scorre per i due protagonisti della pellicola, interpretati da Michael Caine ed Harvey Keitel. Come ne La grande bellezza, Sorrentino cerca di descrivere il rapporto dell’uomo con il “suo” (inteso come proprio, personale) tempo, e di come esso possa essere assaporato e vissuto solo non avendo paura di abbandonarsi alle emozioni, ai sentimenti; in caso contrario, alla fine della nostra esistenza non rimarranno che rimpianti ed occasioni perdute. In questo senso può essere salvifica l’arte: in fondo, cos’è che tiene vivi i due protagonisti del film, se non, in un caso, il cinema (da non confondere con la vita: in una delle più belle battute della pellicola la vecchia attrice in declino intepretata da Jane Fonda dice al regista Harvey Keitel, in procinto di girare il suo utlimo film: “e finiscila con questa stronzata del cinema!”) e nell’altro la musica, come ci ricorda il malinconico ma bellissimo e lirico finale?

 E’ vero che forse il film per lunghi tratti cade nell’autocompiacimento; ma é anche vero che per il resto Youth è pura bellezza: Sorrentino é capace di “dipingere” su pellicola dei veri e propri quadri, sfruttando movimenti di macchina avvolgenti e lunghi piani sequenza (la scena dell’ingresso in piscina di Madre Natura è da applausi), e in questo resta uno dei migliori registi al mondo. Con buona pace di critici e (soprattutto) invidiosi.

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Lo chiamavano Jeeg Robot (Italia – 2016) di Gabriele Mainetti

Interpreti: Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli, Stefano Ambrogi

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A parte poche eccezioni (penso ad Edoardo De Angeilis, che ha diretto qualche anno fa quel piccolo gioiellino di Mozzarella Stories, o a Gabriele Salvatores, forse l’unico regista italiano che ha sempre cercato di sperimentare, anche nel campo del cinema di genere, qualcosa di nuovo), negli ultimi vent’anni il cinema italiano  non ha mai cercato di spingersi oltre, non ha mai veramente trovato il coraggio di rischiare. Oggi possiamo vantarci di avere dei grandissimi cineasti, riconosciuti anche a livello internazionale (Garrone, Sorrentino, per citare solo i due più importanti), ma per il resto la settima arte nel Belpaese si riduce a una serie di commediole innocue e il più delle volte noiose. In sintesi quindi, manca oggi in Italia un vero e proprio cinema di genere, di puro intrattenimento (come quello che caratterizzava le produzioni nostrane dei decenni ’70 ed ’80 e, in parte, ’90) che si collochi a metà strada tra il cinema d’autore e quello per mentecatti.

Negli ultimi 2-3 anni sembra però esserci stata una svolta, con l’uscita prima di tutta una serie di film collocalbili all’interno del genere noir (l’ottimo Fedez, ancora di De Angelis, Anime Nere di Francesco Munzi, e in parte anche Suburra) e successivamente dell’ultima opera di Salvatores, Il ragazzo invisibile, che ha sdoganato il cinema di supereroi in Italia: per quanto si tratti di un film abbastanza innocuo (una pellicola certamente ben girata, ma pur sempre un film per ragazzi, con poco sangue e poca violenza), esso ha avuto il merito di fare da apriprista, forse involontariamente, all’opera prima di Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot.

Ambientando un film di supereroi nel contesto degradato di Tor Bella Monaca, alla perfiera di Roma, Mainetti ha avuto un’intuizione geniale: non ci sono superuomini che sfrecciano tra i grattacieli, o intrepidi vigilantes che difendono i più deboli: il mondo in cui si muovono i personaggi di  Lo chiamavano Jeeg Robot è popolato da criminali di bassa lega e da poveri derelitti. Mainetti mostra di saperci fare, girando delle ottime scene d’azione (la messa in scena della violenza, a tratti anche abbastanza splatter, ricorda vagamente quella dei film di gangster di Scorsese), e dando vita a personaggi forse un pò sopra le righe, ma assolutamente veri nei loro drammi e nei loro dubbi: il protagonista, Enzo, che non riesce a trovare il suo posto nel mondo e ad avere relazioni con gli altri esseri umani, accecato da un cinismo che lo porta a disinteressarsi del prossimo nella maniera più assoluta; Alessia, che cerca di sfuggire allo squallore della sua esistenza rifugiandosi in un mondo di finzione fatto di personaggi che provengono dagli anime giapponesi; o Lo Zingaro (interpretato da uno splendido Luca Marinelli: suoi i momenti più entusiasmanti del film, a riprova del fatto che un film di supereroi è riuscito solo se è riuscito il villain) i cui sogni di grandezza sono solo volti a fuggire dalla orribile realtà in cui vive ed in cui è cresciuto.

Incredibilmente per un film italiano, anche la computergrafica utilizzata è convincente, con tanto di duello finale tra il supereoe e il super cattivo, durante il derby Roma-Lazio.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film consolatorio o buonista: non c’è happy ending, e il protagonista non è certo un personaggio positivo (“a me della gente non me ne frega niente” dice più volte durante il film il personaggio interpretato da Claudio Santamaria); eppure questa pellicola riesce a entusiasmare e divertire, come i grandi film ispirati ai comics americani, e forse anche di più. Speriamo sia davvero l’inizio di una nuova ondata di cinema di genere italiano, ne abbiamo davvero bisogno.

L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi: la violenza secondo Wes Craven

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ultima casa a sinistra

Se si esclude una breve esperienza nel mondo del porno, L’ultima casa a sinistra (1972) può essere considerato l’esordio di Wes Craven dietro la macchina da presa: come tutte le opere prime, si tratta di un lavoro piuttosto grezzo e con qualche difetto, ma anche ricco di diversi spunti interessanti. La pellicola narra la vicenda di due giovani ragazze che vengono adescate, torturate e infine assassinate da una banda di psicopatici appena evasi di prigione; ma racconta anche della successiva, sanguinosa vendetta messa in atto ai loro danni dai genitori di una delle vittime. Per quanto il film risulti forse oggi un pò datato (nel senso che è una pellicola chiaramente figlia della sua epoca: quella del ’68, dell’emancipazione sessuale, del boom delle droghe leggere, e così via) esso rimane assolutamente imprescindibile all’interno della filmografia di Craven. E questo non solo per come Craven mette in scene la violenza (in maniera del tutto esplicita, senza filtri, ma mantenendo a tratti un tocco quasi lirico: la scena dell’esecuzione della diciassettene Mary, finita con due colpi di pistola mentre, in una sorta di poetica purificazione, si immerge in un fiume dopo essere stata stuprata, è grandissimo cinema), ma soprattutto per gli ultimi, eccezionali venti minuti della pellicola, in cui i tranquilli genitori di Mary si trasformano in dei veri e propri animali selvaggi assetati di sangue, e fanno fuori uno la banda di aguzzini (uno di loro viene addirittura evirato dalla madre di Mary, che gli stacca il membro durante un blowjob). L’ultima casa a sinistra è quindi un film cheriflette sulla violenza e sulla natura selvaggia che si cela dietro la rassicurante facciata della borghesia americana (un pò come faceva a suo modo Peckinpah in Cane di paglia), un’opera prima forse un pò grezza, ma a mio parere di grandissimo impatto.

5 anni dopo Craven torna nuovamente a rappresentare la violenza bruta e selvaggia ne Le colline hanno gli occhi, film che divenne da subito un piccolo cult. Per quanto la trama sia abbastanza prevedibile (una famiglia che sta facendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti ha un problema al camper ed è costretta a fermarsi nel bel mezzo del deserto: qui incappa in un gruppo di assassini cannibali), anche qui il regista sembra voler, più che mostrare l’orrore fine a sè stesso, riflettere sulla violenza e sulla follia del cosiddetto mondo civilizzato, capace di riportare l’uomo a uno stato primitvo e selvaggio: gli assassini de Le colline hanno gli occhi sono abomini nati dagli esperimenti atomici effettuati dal governo americano, e la stessa famiglia che fa da vittima predestinata ai mostri non è certo composta da personaggi  positivi: il padre è un militare guerrafondaio, i figli maschi sono due idioti; l’unico elemento che può dare speranza all’umanità sembra essere la donna (non è un caso che nel finale sia proprio la ragazza selvaggia a tradire i membri della propria famiglia e a salvare i pochi superstiti dell’altra famiglia, quella “civilizzata”). In generale, sebbene il film sia più organico del precedente in quanto a trama e sviluppo della sceneggiatura, gli preferisco L’ultima casa a sinistra, più “incostante” dal punto di vista narrativo ed estetico, ma con alcuni picchi di grande, grandissimo cinema.

Dopo L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi Cravem non smetterà certo di riflettere sulla violenza, ma lo farà affrontando questi temi da un punto di vista “fantastico”. Ma questa è una storia per un altro post.

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Batman V Superman: Dawn of justice

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Batman V Superman: Dawn of Justice (USA – 2016) di Zack Snyder

Interpreti: Ben Affleck, Henry Cavill, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Laurence Fishburne, Jeremy Irons

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La prima cosa che mi viene in mente da dire dopo la visione di Batman VS Superman è: che peccato.

Che peccato perchè per la prima volta un film di supereroi sembrava voler riflettere davvero in maniera seria sul ruolo dei vigilantes nella nostra società: in una delle poche battute riuscite del film, Bruce Wayne dice ad Alfred “siamo criminali, lo siamo sempre stati”, sottolineando il fatto che Batman, così come tutti i suoi colleghi in calzamaglia, agisce al di fuori della legge e delle regole (in particolare, l’uomo-pipistrello di questo film è un fascistoide violentissimo che uccide senza pietà).

Che peccato perchè la visione “messianica” e salvifica di Superman poteva davvero dare un risvolto interessante alla pellicola, se approfondita e trattata adeguatamente.

Che peccato perchè l’idea di fondo del film, e soprattutto la sua collocazione in un contesto più ampio di pellicole ambientate nell’universo della DC, l’avevo trovata molto accattivante:  la macchinazione di Luthor volta a favorire l’arrivo sulla Terra di un misterioso e onnipotente essere malvagio (Darkseid, verosimilmente), le visioni (o premonizioni?) che lasciano intuire l’esistenza di universi alternativi (vedi il “cammeo” di Flash dopo l’incubo post-apocalittico di Bruce Wayne), sono piccoli segnali che hanno fatto venire l’acquolina in bocca a molti dei nerd appassionati di comics (me compreso) che sono corsi in sala a vedere la pellicola di Snyder.

Un peccato, davvero: perchè tutto questo buon materiale va a farsi benedire, a causa di una sceneggiatura confusionaria (eventi temporalmente separati tra loro, come l’attacco dinamitardo al processo e la rapina della Kryptonite ad opera di Batman, vengono mostrati  senza soluzione di continuità) e a tratti incomprensibile (Luthor che prende il comando dell’astronave di Krypton senza alcun tipo di problema, o la genesi di Doomsday, francamente ridicola). Il film è poi oggettivamente girato male (in particolare, le scene d’azione), e la fotografia è eccessivamente buia (si prenda la scena del dialogo tra Affleck ed Irons nel loft di Wayne: per tutta la sequenza entrambi sono sempre in ombra, al punto che quasi non si vedono le loro facce!). Si salva forse solo la performance di Eisenberg: gigioneggia un pò troppo, è vero, ma il suo Luthor è quello che ne esce meglio, alla fine.

Concludo con un appello: se mai dovesse essere girato un altro film che abbia Batman tra i protagonisti, vi prego, evitate di mostrarci nuovamente la scena dell’uccisione dei genitori di Bruce Wayne: credo sia la sequenza più girata della storia del cinema, non se ne può davvero più.

Il caso Spotlight

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Il caso Spotlight (USA- 2015) di Tom McCarthy

Interpreti: Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci

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Quando si fa del cinema d’inchiesta il rischio che si corre, specialmente se si toccano temi sensibili come la pedofilia e le violenze sui minori, è quello di volere a tutti i costi colpire emotivamente lo spettatore. Tom McCarthy con il suo  Il caso Spotlight è riuscito a non commettere questo errore, realizzando una pellicola  lucida e quadrata come sapevano essere i capolavori del maestro indiscusso del cinema d’inchiesta: Francesco Rosi. Anche nelle scene più “a rischio”, come quelle in cui le vittime delle violenze descrivono gli abusi subiti nell’infanzia, il film non cerca mai di stabilire un legame empatico con lo spettatore, ma resta obiettivo, freddo: McCarthy è interessato alle indagini, ai fatti; e lo stesso vale per i personaggi che popolano il suo film, “semplici” giornalisti alla ricerca della verità.

La pellicola ricostruisce minuziosamente le vicende (reali) relative all’indagine del Boston Globe (e in particolare del cosiddetto team Spotlight) sull’ arcivescovo Bernard Law, accusato di aver coperto per anni gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston ai danni di minori.  Sebbene allo spettatore serva qualche minuto per orientarsi tra i tanti nomi e personaggi che popolano la storia, il film è davvero appassionante, e tiene incollati alla sedia, non rivelandosi mai noioso nè eccessivamente verboso.

Ciò che però colpisce di più della pellicola di McCarthy è il suo fortissimo messaggio di auto-critica: il fatto che il capo del team Spotlight, interpretato da un  gigantesco Michel Keaton (che dopo Birdman ci regala un’altra interpretazione magistrale) diversi anni prima degli eventi narrati nel film avesse avuto l’occasione di denunciare gli abusi della Chiesa sui minori ma non l’avesse fatto, è significativo: quando si verificano fatti di tale gravità e tale portata, nessuno è esente da colpe; è la società nella sua totalità che deve vigilare (e denunciare). E’ questo il fondamentale (e scomodo) messaggio lanciato da Il caso Spotlight, film bellissimo che forse, considerata la stagione cinematografica appena conclusa (ricca di film bellissimi ma forse di nessun capolavoro) ha davvero meritato l’Oscar come miglior film.

Neill Blomkamp e il cinema di genere sci-fi

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Il sudafricano Neill Blomkamp è oggi uno dei pochi, veri registi di genere nel campo della fantascienza (forse l’unico, insieme all’ottimo Duncan Jones, cui ho dedicato un post qualche tempo fa). Il suo primo lungometraggio è datato 2009: si tratta di District 9, un action fantascientifico prodotto da Peter Jackson e strutturato come un documentario sulla figura di Wikis Van De Merwe, funzionario statale addetto allo sgombero di una baraccopoli  aliena sorta nel bel mezzo di Johannesburg dopo che un’astronave extraterrestre è rimasta bloccata sulla Terra a causa di un’avaria. La vicenda di Van De Merweche è il pretesto per Blomkamp per descrivere una delle piaghe della nostra società: la paura del diverso, la non accettazione di chi non è come noi. Guardando District 9, sembra di assistere ad un servizio giornalistico dei giorni nostri: storie di profughi cacciati dalle proprie case, di criminali che sfruttano in ogni modo l’immigrazione clandestina, di politici che sembrano non interessarsi dei diritti umani (o extraterresti, se preferite). Ecco quindi che la progressiva trasformazione di Wikis Van De Merwe in alieno è il contrappasso ideale per un’umanità xenofoba e razzista. Oltre all’ottima messa in scena (lo stile semi-documentarista con cui è strutturata la sceneggiatura si rivela vincente) Blomkamp mette subito in chiaro anche la sua idea di cinema: tanti riferimenti alla politica e ai temi sociali, certo, ma anche tanta azione, e un alto tasso di spettacolarità e splatter.

Un’idea di cinema che si conferma nella sua opera successiva, Elysium (2013), film che descrive un futuro in cui i ricchi e i membri delle classi più agiate vivono in una stazione orbitante nello spazio, nel benessere e nell’opulenza, lontano dalla povertà e dalla miseria di una Terra sovrappopolata, su cui sono relegati i più deboli. Per quanto il tema di Elysium sia sviscerato bene e la messa in scena dimostri ancora una volta che Blomkamp è un regista con gli attributi (le scene d’azione sono strutturate in maniera perfetta, con un frequente uso del rallenti che a tratti ricorda i “balletti di morte” tipici del cinema di Honk Kong), il film ha un ritmo eccessivamente forsennato, e il risultato dinale è che lo spettatore non riesce nè a seguire la vicenda in maniedra coerente nè a legarsi empaticamente ai personaggi e alle situazioni in cui sono coinvolti (anche perchè nessuna delle interpretazioni, neanche quelle di Jodie Foster e Matt Damon, strappano appluasi).

Il mix perfetto tra tematiche “impegnate”, spettacolarità della messa in scena e approfondimento dei personaggi, Blomkamp lo trova con il suo terzo lungometraggio, Humandroid: storia di un robot senziente di nome Chappie che si ritrova ad essere sfruttato da umani senza scrupoli (criminali che lo usano per compiere una rapina, membri dell’esercito che lo vogliono per motivi militari, e così via). La pellicola alterna sapientemente momenti action ad altri più intimi, in cui il regista riesce nell’impresa, non da poco, di  rendere “umano”, e soprattutto simpatico allo spettatore, un personaggio fatto di metallo e bulloni. Il tutto, come al solito, arricchito da forti critiche sociali, in particolare alla militarizzazione e, più in generale, a una società in cui gli esseri umani riescono solo ad infliggere violenza e morte. Come in District 9 ed Elysium, anche in Humandroid non vi sono personaggi del tutto “buoni” (a parte l’androide, che però umano non è) o del tutto “cattivi”: anzi questa pellicola sembra volerci dire che la bontà la si può ritrovare ovunque (anche nei membri di una gang di criminali) così come l’ambizione e la voglia di successo possono tradire anche le anime più pure (lo scienziato che dà la vita a Chappie). Tutti aspetti che fanno di Humandroid uno dei film migliori del 2015, e di Neill Blomkamp uno dei registi più interessanti di questi ultimi anni.